“Fermare i migranti in Libia”: per incarcerarli e a rischio di una guerra?

“Fermiamoli in Libia”: lo ha detto il ministro Marco Minniti in una intervista al Messaggero, esplicitando il giro di vite che ha impresso alla politica di chiusura e respingimento praticata dall’Italia nei confronti dei migranti. Politica che, sotto la sua spinta, ha visto dall’inizio dell’anno tre tappe fondamentali:

– il memorandum firmato a Roma il 2 febbraio, che affida a Tripoli il ruolo di gendarme del Mediterraneo, rifornendone di navi e mezzi terrestri la Guardia Costiera e le forze di sicurezza, oltre che assicurando addestramento, assistenza tecnica e logistica, eventuale coordinamento degli interventi, ecc.

– L’accordo siglato a fine aprile con le tribù beduine e tuareg del Fezzan, perché contribuiscano a fermare i migranti in arrivo dal Niger e dal Ciad prima che varchino il confine libico meridionale, in pieno Sahara, o subito dopo.

– Il varo di una commissione mista italo-libica, con personale della Guardia di Frontiera di Tripoli e del Ministero della Difesa italiano, per potenziare la vigilanza lungo la linea di 5 mila chilometri di confine della Libia con il Niger, il Ciad e il Sudan, ormai considerata il nuovo baluardo della Fortezza Europa.

Sulla stessa posizione di Minniti è Federica Mogherini, commissaria Ue per gli affari esteri, la quale ha di fatto definito la Libia un paese “sicuro” e affidabile la sua Guardia Costiera. E’ questa, infatti, la sostanza della risposta data a una interrogazione sulla gestione dell’immigrazione presentata dall’europarlamentare Barbara Spinelli, la quale – citando il rapporto pubblicato il 13 dicembre 2016 dalla Missione delle Nazioni Unite (Unsmil) e quello dell’ufficio del Consiglio Onu per i diritti umani – ha fatto notare come intrappolare i migranti in Libia significa esporli a rischi enormi. Incluso quello della vita stessa. “Il collasso del sistema giuridico della Libia – ha scritto in particolare Barbara Spinelli – ha determinato uno stato di impunità in cui gruppi armati, bande criminali, trafficanti e persino funzionari pubblici ricorrono a metodi altamente illegali per controllare il flusso di migranti e richiedenti asilo in tutto il paese. I migranti sono detenuti arbitrariamente in centri gestiti per la maggior parte dal dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale (Dcim) e vengono sottoposti a tortura ed altri maltrattamenti per mano di guardie di tale dipartimento. Le condizioni di detenzione sono degradanti e inumane: tortura, uccisioni, sfruttamento sessuale ed altre violazioni dei diritti umani”.

Alla luce di tutto questo e del fatto che, secondo il parere delle Nazioni Unite, la Libia non è un paese sicuro, dunque, è stato chiesto quali siano i criteri adottati dalla Commissione Ue per la cooperazione con Tripoli; se l’esternalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso non costituisca di fatto un respingimento e su quali basi si regga un partenariato con un paese “che manca di una struttura statale stabile e non ha neppure firmato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati”. Federica Mogherini, nella sua risposta, ha ribadito in sostanza la validità della scelta fatta, da parte della Ue, di collaborare con la Libia, per potenziarne “la capacità di controllare le frontiere meridionali e le acque territoriali”, specificando che sono state chieste assicurazioni per la tutela dei migranti: “I diritti umani e un trattamento corretto dei migranti sono elementi importanti nella formazione prevista dall’Eunavfor Med operazione Sophia a favore della guardia costiera e della marina libiche, nonché della missione Ue di assistenza alle frontiere (Eubam) in Libia”, ha detto in particolare, aggiungendo che il Fondo fiduciario Ue per l’Africa ha previsto “un programma di 90 milioni di euro per rafforzare la protezione e la resilienza dei migranti, dei rifugiati e delle comunità di accoglienza in Libia”.

Come la Mogherini, naturalmente anche il ministro Minniti è pronto a giurare che Italia e Ue stanno facendo di tutto perché in Libia i profughi siano trattati nel modo migliore. Peccato che nell’ultimo mese si siano moltiplicati i dossier su soprusi e torture oltre alle relazioni che denunciano come sia a dir poco inopportuna una collaborazione con la Libia per il controllo dell’immigrazione. Barbara Spinelli li cita dettagliatamente:

8 maggio. Il procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja, Fatou Bensouda, illustra al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’indagine in corso sulle violazioni dei diritti umani in Libia, dicendosi “profondamente allarmata dal rapporto secondo cui migliaia di migranti vulnerabili, comprese donne e bambini, vengono detenuti in centri spesso in condizioni inumane”.

18 maggio. L’Ong tedesca Sea Watch denuncia alla Corte penale internazionale un incidente accaduto in acque internazionali: un pattugliatore libico ha tentato di speronare la nave Sea Watch 2 mentre si apprestava a condurre un’operazione di salvataggio, aprendo poi il fuoco ad altezza d’uomo contro un peschereccio carico di migranti, che alla fine ha riportato in Libia, violando il principio di non refoulement.

1 giugno. Il gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di sicurezza Onu pubblica un rapporto che parla di “esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici” e dichiara che “i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento libico di contrasto all’immigrazione illegale e la guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani”.

19 giugno. Human Rights Watch afferma che “le forze libiche hanno esibito un atteggiamento irresponsabile, tale da mettere in pericolo le persone a cui venivano in aiuto e per questo motivo l’Italia ed altri Paesi dell’Unione Europea non dovrebbero cedere il controllo delle operazioni di soccorso in acque internazionali alle forze libiche”.

20 giugno. Il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Martin Kobler, afferma davanti alla Commissione Esteri del Parlamento Europeo: “Sconsiglio di continuare la formazione della guardia costiera libica in assenza di un vigile controllo internazionale. Su Youtube potete vedere tutto, comprese le guardia costiere libiche che respingono le persone e le gettano in acqua perché anneghino oppure le riportano sulle spiagge. L’Unione Europea dovrebbe cominciare a riflettere su come evitare le violazioni commesse da coloro che essa stessa sta formando”.

21 giugno. Amnesty International lancia un monito alle istituzioni europee: “La Ue sta consentendo alla guardia costiera libica di riportare migranti e rifugiati sulla terraferma, in un Paese dove le detenzioni illegali, la tortura e lo stupro sono la regola. Mentre rafforza l’operatività della guardia costiera libica, l’Unione chiude gli occhi di fronte ai gravi rischi insisti in questa operazione”.

28 giugno. L’Upper Tribunal di Londra sentenzia che non si possono effettuare rimpatri in Libia perché nel paese “la violenza ha raggiunto un livello tale da indurre a credere che anche il semplice ritorno e la sola presenza nel paese comporta di per sé il rischio di essere messi in pericolo di vita o di subire minacce per la persona”.

Non solo. A questa lunga serie di rapporti si è aggiunta, il 30 giugno, la notizia che anche la Guardia Costiera libica è al centro dell’inchiesta condotta dalla Corte dell’Aja: l’ufficio del procuratore sta acquisendo documenti, filmati, testimonianze, rapporti d’intelligence, con l’ipotesi di “crimini contro l’umanità”. Ma nemmeno questo, a quanto pare, ha indotto l’Italia e la Ue a rivedere almeno in parte la “fiducia” accordata a Tripoli, come dimostra l’intervista rilasciata al Messaggero da Minniti, giunto ad affermare che “i confini europei sono a sud della Libia”. Eppure, a parte eventuali responsabilità penali, l’idea stessa di “fermare i migranti in Libia” solleva almeno due questioni. La prima, di carattere etico-politico. Si dice, come “giustificazione”, che l’Italia “non può farcela” ad accogliere il flusso crescente di migranti. Anzi, non può farcela l’Europa. Ma se non possono farcela l’Italia e l’Europa, come si può pretendere che a farsi carico del problema sia la Libia, precipitata nel caos dal 2011 e infinitamente meno “potente” e florida dell’Unione Europea? Nessuno ha mai risposto a questa domanda. Forse perché quello che conta è solo confinare i migranti al di là dell’ennesimo muro che stiamo erigendo, oltre il Mediterraneo o addirittura oltre il Sahara, a prescindere dalla sorte che li attende e delle condizioni politiche ed economiche dei paesi in cui vengono intrappolati.

La seconda questione, di carattere pratico, deriva proprio da questo “agire a prescindere”. Roma e Bruxelles si sono accordate con Fayez Serraj, capo del Governo di alleanza nazionale (Gna) di Tripoli voluto dall’Onu, ma Serraj gode di scarsissima autorità, non controlla a pieno neanche la capitale ed è considerato dalla maggioranza della popolazione una marionetta nelle mani dell’Europa. Il governo rivale di Tobruk e in particolare il generale Khalifa Haftar, capo dell’esercito, hanno ribadito più volte che non intendono accettare in alcun modo che la Libia diventi una sorta di grande hub africano per i migranti. E meno che mai sono disposti ad accettare intromissioni esterne su questo problema, oltre che sulla sicurezza e la difesa. Proprio su questi punti ha insistito il generale Haftar nell’incontro patrocinato il 2 maggio dagli Emirati, ad Abu Dhabi, con Serraj, il quale è stato costretto a prenderne atto. Esattamente sulle stesse posizioni è Khalifa Ghwell, leader del governo islamico di Tripoli, formalmente deposto con l’avvento di Serraj, ma tutt’altro che uscito di scena. Anzi, Ghwell ha aggiunto di considerare una intromissione di tipo coloniale persino la presenza dei 200 parà della Folgore inviati di scorta all’ospedale militare aperto dall’Italia vicino a Misurata.

Haftar e Ghwell riflettono il potere reale e il sentire diffuso in Libia molto più di Serraj. C’è da chiedersi, allora, in che modo l’Italia e l’Europa pensino di “fermare i migranti in Libia”. Con un intervento armato, come si diceva un paio di anni fa? Cioè, scatenando una nuova guerra? Perché Haftar e Ghwell lo hanno detto senza mezzi termini: risponderanno con la forza ad ogni interferenza militare, fosse anche la semplice violazione delle acque territoriali, da parte di qualsiasi potenza straniera.

Written By
More from Emilio Drudi

Migranti, più morti dopo il blocco in Libia. Dura condanna del commissario Onu per i diritti umani

I corpi senza vita di cinque giovani migranti subsahariani sono stati trascinati...
Read More

Lascia un commento