Sistema Italia: quella riforma dell’asilo che non arriva mai

Si continua a parlare di “invasione” di migranti, ma fino al 19 luglio ne sono arrivati in Italia poco più di 92 mila. A conti fatti, il 15/16 per cento in più dei 79.877 registrati nello stesso periodo del 2016. E, in contrasto con il clima di isteria che si sta diffondendo, il trend di crescita è inferiore a quello dei primi mesi dell’anno: dall’aumento del 29,05 per cento riscontrato a fine marzo si è scesi al 26 a fine maggio, al 18,71 a fine giugno e infine al 10,05 il 13 luglio, per risalire poi al 15/16 nella rilevazione fatta una settimana dopo. Con questo ritmo, una previsione credibile per la fine del 2017 è di 210 mila sbarchi o poco di più rispetto ai 181.482 dell’anno scorso. Al massimo, ipotizzando un “boom estivo” di arrivi, 220 mila.

Non è la “catastrofe” annunciata da certi politici, ma resta il più alto numero di profughi mai registrato in Italia in dodici mesi. Un grosso problema per un sistema che non ha mai affrontato alla radice il fenomeno, gestendolo da sempre “in emergenza”. Nelle strutture di accoglienza (Cas, Cara e Sprar) nel 2016 sono stati alloggiati in 179 mila. Secondo una stima approssimativa, ne sono già usciti o ne usciranno almeno la metà, attraverso vari canali. Il primo di questi “canali” sono le domande di asilo o di tutela, accolte generalmente nella misura del 40 per cento: nel 2016 si sono avuti 36 mila “esiti positivi” rispetto alle 90.473 richieste presentate. Poi ci sono i “respinti” dalle commissioni esaminatrici. Non tutti vengono “messi fuori” automaticamente: molti fanno ricorso contro il primo grado di giudizio e in genere nel 60 per cento dei casi le loro ragioni sono ritenute fondate. Restano migliaia, però, quelli costretti a lasciare le strutture di ospitalità perché, per vari motivi (inclusa la disinformazione), non presentano appello contro il “no” della commissione: nel 2016 sarebbero 13/14 mila. Altri 5 mila circa sono stati inseriti nel piano di relocation in vari paesi europei. E tanti, infine, sono fuggiti e continuano a fuggire dai Cas o dai Cara, decisi a trovare il modo di attraversare il confine delle Alpi, sfidando il regolamento di Dublino ed entrando nel limbo dei “transitanti” sparsi in tutta Italia, magari bloccati in campi di fortuna oppure ospitati da organizzazioni umanitarie sia in prossimità della frontiera sia in diverse grandi città, come Roma o Milano. Calcolarli non è facile: alcuni volontari parlano di circa 20 mila. Ne consegue che, a fine anno, tra “vecchi” e “nuovi”, il numero di assistiti dal sistema dovrebbe salire a 250/260 mila, pari a un incremento del 30/35 per cento. Forse anche di più, pur tenendo conto che non tutti i migranti sbarcati finiscono nella rete di accoglienza.

Con un programma di ospitalità diffuso tra tutti gli 8 mila comuni italiani e un adeguato sistema di “entrata” ed “uscita”, sarebbe una cifra non troppo difficile da gestire. Il problema è che meno di un terzo dei 7.978 Comuni sono coinvolti. Pochi, in particolare, quelli dello Sprar: i “titolari di progetto” sono appena 480 (pari al 6 per cento del totale), anche se ne vanno aggiunti 550/600 interessati in maniera indiretta: consorzi intercomunali, comunità montane, ecc. Ma, soprattutto, c’è una grossa differenza tra il flusso “in entrata”, commisurato al numero di arrivi in aumento, e quello, lentissimo, “in uscita” verso l’Europa o grazie a una sistemazione autonoma e definitiva in Italia.

A scoraggiare l’inserimento in Italia è il sistema stesso. Nella rete Sprar, che assicura percorsi di inserimento sociale, è ospitato solo il 10 per cento dei migranti/richiedenti asilo. Tutti gli altri restano parcheggiati nei Cas che, in contrasto con il loro stesso nome, Centri di accoglienza straordinaria, sono il vero asse portante, relegando in un clima di provvisorietà perenne gli ospiti. Sembra quasi la tacita ammissione che l’Italia vorrebbe restare essenzialmente un paese di transito, come è stato per anni, fino al 2015, quando oltre due terzi dei migranti sbarcati, contando sulla sostanziale complicità o comunque sull’indifferenza delle istituzioni e della polizia, risalivano senza grossi problemi la penisola per varcare le Alpi e raggiungere qualche altro Stato europeo, eludendo il blocco imposto dal regolamento di Dublino.

Nasce da qui il problema dei cosiddetti “transitanti” esploso tra il 2014 e il 2015: decine di migliaia di migranti fuggiti subito dopo lo sbarco, quasi sempre senza farsi identificare ma spesso anche dopo essere stati registrati e fotosegnalati nelle strutture di prima accoglienza. Ed è proprio di fronte a questo atteggiamento che, dopo una serie di “avvertimenti” (come l’eloquente operazione di polizia Mos Maiorum, volta a identificare e ad espellere i richiedenti asilo entrati irregolarmente dall’Italia negli Stati dell’Unione), l’Europa ha deciso la “linea dura”: dal 2016 sono state chiuse le frontiere lungo tutto l’arco alpino e l’Italia è stata costretta a diventare un “paese di accoglienza”. A parte il rifiuto pronunciato subito da alcuni Stati dell’Europa orientale, come l’Ungheria, oppure dal blocco costituito da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, probabilmente nasce almeno in parte da questa diffidenza verso Roma anche il fallimento del programma di relocation che, a fine maggio 2017, a quattro mesi dalla scadenza, risultava attuato appena al dieci per cento: 6.458 “partenze” rispetto alle 60 mila previste dall’impegno preso nel 2015 dall’Unione Europea. Alcuni governi lo hanno anche lasciato capire più o meno esplicitamente: prima di chiedere aiuto all’Europa, l’Italia dovrebbe riorganizzare il suo sistema di accoglienza. Un invito che è arrivato, in forma più diretta, anche dal vertice sull’immigrazione che si è svolto il 6 luglio a Tallin tra i ministri dell’interno Ue.

Di adeguare il sistema, però, nemmeno se ne parla. A fronte dell’aumento dei flussi in arrivo, Roma ha scelto sostanzialmente due strade. La prima è stata, con il totale assenso della Ue, quella di potenziare la “politica dei muri”, attraverso una serie di accordi politici o di polizia, in modo da esternalizzare le frontiere il più a sud possibile, fino al Sahara, affidandone la sorveglianza a Stati terzi, con il mandato di bloccare i migranti prima ancora che possano imbarcarsi, e rispedendo in Africa quanti più possibile di quelli arrivati in Europa. L’ultimo caso è il memorandum con la Libia firmato il 2 febbraio tra il premier Gentiloni e il capo del governo di Tripoli, Fayez Serraj. Non sembra preoccupare granché il fatto che c’è una evidente correlazione tra questa politica di respingimento e la pesante escalation di morti e sofferenze nel Mediterraneo e meno che mai che vengano violati i diritti, la libertà e la volontà dei migranti, in aperto contrasto con il diritto internazionale.

La seconda “strada” è quella di forzare la mano per trasferire in qualche modo i migranti in altri Stati Ue. Fermo restando il problema dei transitanti, a cui non è mai stata data una soluzione, nelle scorse settimane l’Italia ha avanzato la richiesta di aprire agli sbarchi altri porti europei, in Francia e in Spagna. Il rifiuto della Ue – deciso per ovvi motivi pratici oltre che sulla base degli impegni presi a suo tempo dall’Italia stessa – era ancora nell’aria, quando Roma ha fatto filtrare la notizia che potrebbe concedere a decine di migliaia di profughi un visto temporaneo per motivi umanitari, consentendo così loro di varcare le Alpi e puntare su uno dei paesi Schengen. Una sorta di redistribuzione di fatto all’interno dell’Unione.

La notizia è stata riferita dal Times, che ne ha parlato come di una vera e propria minaccia. Il ministro degli esteri Angelino Alfano ha smentito, ma il Times cita come fonte autorevoli esponenti del Governo stesso e del Parlamento e non ha fatto retromarcia. Quanto ai singoli Governi Ue, buona parte sembrano dare più credito al quotidiano britannico che al capo della Farnesina. In realtà non mancano argomentazioni ed elementi giuridici e politici per concedere dei visti umanitari o comunque per trovare il modo di sospendere il regolamento di Dublino. A parte le ragioni di opportunità legate al fatto che la rotta del Mediterraneo Centrale è rimasta l’unica aperta, dopo che si sono quasi chiuse quella del Mediterraneo Orientale in forza del patto con la Turchia (2016) e quella del Mediterraneo Occidentale grazie al Processo di Rabat (2006), all’inizio di giugno ha suscitato grande interesse un parere giuridico espresso dall’avvocato generale della Corte di Giustizia della Ue, Eleanor Sharpston, secondo la quale “in tempi di crisi i migranti devono poter transitare dal Paese di approdo ad altri Stati dell’Unione”. Come dire: in una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo non vale il regolamento di Dublino, sul quale si basa il sistema europeo di asilo. “Si tratta di conclusioni che non fanno diritto né producono effetti – ha fatto notare Emanuela Bonini, dando la notizia su La Stampa l’8 giugno – Ma se la Corte a livello collegiale dovesse condividere il giudizio dell’avvocato generale, allora tutto cambierebbe: verrebbe smontato il modo con cui la Ue e i suoi Stati membri hanno fin qui gestito la crisi migratoria. Cambierebbe tutto per l’Italia, che sarebbe libera di far passare i migranti anziché fermarli, come richiesto finora dalle altre capitali. L’Italia, cioè, non sarebbe più responsabile per la valutazione delle richieste d’asilo, che diventerebbero competenza di chi le riceve”.

Il punto sarebbe, allora, partire “giuridicamente” da questa interpretazione delle regole comunitarie offerta da Eleanor Sharpston per aprire un confronto politico con Bruxelles e le singole cancellerie europee. Non risulta che sia stato impostato un confronto di questo tipo. Anzi, l’opzione dei “permessi umanitari” è rimasta avvolta nel segreto fino al servizio del Times e, più che una proposta da discutere, appare una minaccia – come ha scritto appunto il Times – o addirittura una sorta di ricatto. Senza tener conto che, in mancanza di un accordo con gli altri Stati Ue, i migranti verrebbero comunque fermati alla frontiera, a prescindere dal possesso eventuale di un permesso umanitario. Lo dimostrano le reazioni di alcuni Governi: l’Austria, ad esempio, si è dichiarata pronta ad inviare anche l’esercito per blindare il confine del Brennero; la Svizzera non ha fatto dichiarazioni, ma ha rafforzato la vigilanza in tutti i posti di frontiera.

L’impressione è che ancora una volta Roma preferisca alzare polveroni e magari gridare “all’Europa tiranna” piuttosto che affrontare alla radice il problema, sollecitando un sistema di asilo e accoglienza europeo unificato, con quote obbligatorie e valido in tutti gli Stati Ue, magari partendo proprio da occasioni come quella offerta dall’avvocato generale della Corte di Giustizia a proposito del regolamento di Dublino. Uno dei momenti più favorevoli per imboccare la via di una riforma globale sarebbe stato il semestre italiano, nella seconda metà del 2014, ma allora Palazzo Chigi non ha mosso un passo in questo senso e si è guardato bene dal farlo anche nei due anni e mezzo successivi. Al contrario: ha puntato con decisione crescente sulla politica dei respingimenti e della chiusura: non a caso il Processo di Khartoum è stato firmato proprio durante il semestre italiano e proprio a Roma, su pressione del governo Renzi. La scelta più facile e demagogica, via via rinnovata nel tempo, fino al memorandum del 2 febbraio scorso con la Libia. D’altra parte, per mettersi alla testa di un progetto importante come la riforma generale del sistema europeo di asilo, bisogna essere credibili. Ed è difficile avere credibilità nel sostenere questo percorso se proprio il sistema italiano di accoglienza è quello che più ha bisogno di essere riformato, basato com’è su uno stato di perenne precarietà ed emergenza, senza adeguati programmi di integrazione sociale e con ampi spazi grigi nei quali si sono infiltrati il malaffare e persino la criminalità organizzata.

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