L’Affare Mukhtarli, fra Georgia e Azerbaijan

Non si placano le polemiche sul caso di Afgan Mukhtarli. A più di un mese dalla scomparsa del giornalista le autorità georgiane continuano a navigare nelle pessime acque dei dubbi e delle reticenze.

Procediamo per ordine: prima di tutto i fatti, giacché la questione è stata poco dibattuta in Italia.

Afgan Mukhtarli è un giornalista azerbaijano. Ha lavorato con Radio Free Europe/Radio Liberty, l’emittente con sede a Praga e nota per i suoi pezzi ed inchieste non allineate con le politiche ufficiali nei paesi ex URSS, ma anche nei Balcani e in Medio Oriente. Poco spazio per questo tipo di giornalismo in Azerbaijan, dove la lista dei giornalisti e degli attivisti dei diritti umani che si trovano in stato di arresto è andata allungandosi dal 20141 e dove la licenza per Radio Free Europe/Radio Liberty è stata revocata quest’anno.

Di fronte al giro di vite in corso, Afgan con la moglie nel 2015 lasciano il paese e si trasferiscono nella vicina Georgia. Come molti giornalisti ed attivisti dissidenti continuano il proprio lavoro oltre confine. Al momento della scomparsa Afgan stava portando avanti un’indagine su holdings georgiane riconducibili alla famiglia del presidente azerbaijano Ilham Aliev per conto di Organized Crime and Corruption Reporting Project (https://www.occrp.org/en).

Secondo la ricostruzione dei fatti, il 29 maggio Afgan avrebbe incontrato un amico in un caffè di Tbilisi e poi verso le 19:00 chiamato la moglie, Leyla, per informarla che stava tornando a casa. Rientro che da allora non si è materializzato. Per 24 ore di Afgan si sono perse le tracce. E’ poi ricomparso in custodia della polizia azerbaijana, con l’accusa di aver attraversato illegalmente il confine e con denaro non dichiarato. Fino al 29 agosto rimarrà in custodia in attesa di processo in Azerbaijan.

Esclusa l’ipotesi del rientro volontario è chiaro che il giornalista è stato rapito e trasferito nel paese da cui si era allontanato cautelativamente per tutelare la propria sicurezza. E sul come questo sia accaduto è scoppiato il caso internazionale.

La ricostruzione del rapimento di Afgan ha generato un’ondata di sdegno in Georgia. Afgan sarebbe stato prelevato da personale delle forze di polizia georgiane, caricato su un’auto dove avrebbe subito percosse e sarebbe stato incappucciato. Sarebbe poi stato consegnato alle autorità azerbaijane non prima di avergli messo addosso del denaro. L’apparato di sicurezza georgiano avrebbe cioè svolto un’operazione contraria agli impegni assunti dal paese e nell’interesse di un altro governo. Ce n’e’ abbastanza per far esplodere il caso sulla violazione degli obblighi, sulla mancata tutela dei diritti, sulla sovranità, sulla credibilità del paese.

La Georgia è segnataria della Convenzione Europea per i Diritti Umani, ed ha contratto pertanto obblighi precisi per quanto riguarda la tutela dei cittadini e degli stranieri risiedenti sul proprio territorio.

Negano il coinvolgimento delle forze nazionali i membri del governo georgiano. Un coro di “noi non c’entriamo” che però non è riuscito a tacere il rombo assordante del dubbio. Pochi credono per ora all’ipotesi di agenti azerbaijani con divise trafugate. Aleggia molto più agevolmente l’ipotesi che a Tbilisi qualcuno abbia ritenuto opportuno piegarsi alle pressioni del vicino e partner commerciale, da cui proviene il 90% del gas utilizzato in Georgia.

Ma non ci sta l’opinione pubblica e il mondo della stampa. Sono state organizzate manifestazioni, il direttore di Human Rights Watch si è presentato in trasmissione incappucciato, e si richiede dentro e fuori il paese chiarezza su quanto avvenuto.

Un episodio grave ed imbarazzante che ha reso urgente un’indagine interna che è ancora in corso, ma che per il momento nel suo svolgimento non sta dando segni di inversione rispetto alle reticenze iniziali. Nessuna contro-versione ufficiale che peraltro porterebbe ovviamente ad accusare il vicino Azerbaijan di aver violato la sovranità georgiana e di aver portato a termine un’operazione non autorizzata, qualora le autorità di Tbilisi dovessero attenersi alla loro dichiarata estraneità ai fatti.

Insomma, un episodio grave che solleva il velo su comportamenti gravi di cui ora nessuno vuole rispondere pubblicamente. Una vicenda che vede al suo centro un giornalista per il quale si stanno mobilitando i colleghi georgiani, l’Europarlamento, varie sedi diplomatiche e non solo, e per cui è stato lanciato un hashtag, #FreeAfganMukhtarli ( https://twitter.com/search?q=%23freeafganmukhtarli).

1 L’elenco stilato in sede di risoluzione dal Parlamento Europeo fa riferimento ai casi più noti: Afgan Mukhtarli, Ilkin Rustamzadeh, Rashad Ramazanov, Seymur Hazi, Giyas Ibrahimov, Mehman Huseynov, Bayram Mammadov, Ilgar Mammadov, Araz Guliyev, Tofig Hasanli, Ilgiz Qahramanov, Afgan Sadygov. Europarlamento, Risoluzione del 14.06.2017, consultabile con sigla di documento RC/1128261EN.docx.

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