Economia sociale e postcapitalismo: il ruolo trasformativo della ricerca sociale

Il saggio che qui viene introdotto rappresenta un modo per destrutturare un processo classico di costruzione dei saperi. Anticipa alcune riflessioni in essere che poi confluiranno in una pubblicazione scientifica vera e propria. L’idea di fondo, neanche tanto dirompente, è quella di fare circolare – in anticipo appunto sulla pubblicazione finale – parte di tali riflessioni. Rigorosamente in open access. Potremmo definire questo lavoro come una sorta di pubblicazione vettore, libera, che si ricompone e trova una sua veste finale dopo essere stata discussa tra amici, colleghi, cittadini. Dopo essere stata oggetto di critica e di integrazioni. Credetemi: il tema lo impone, altrimenti si rischia l’autoreferenzialità. Testi del genere hanno un’impostazione grafica essenziale, spuria: questo spiega l’apparente mancanza di cura rispetto a quelli che sono i canoni di un prodotto librario raffinato. Siamo in un frattempo in cui a prevalere debbono essere meccanismi di confronto e contenuti, possibilmente di qualità. Con un vestito semplice e pulito. Null’altro, nulla di più. Il lavoro riporta delle riflessioni aperte, piccole e grandi aporie conseguenza del tema trattato: il rapporto tra ricerca sociale e politica. Non ci riferiamo alla ricerca sociale tradizionalmente intesa, non pensiamo alla politica come scienza dell’amministrazione o come semplice sommatoria di pratiche pubbliche. Pensiamo, invece, ad alcune questioni epistemologiche di fondo che orientano senso e contenuti di quesiti ben precisi. E’ auspicabile esplorare il mondo fenomenico con fini politici? Possiamo considerare la ricerca sociale strumento e metodo politico? O, almeno, un modo per contribuire a definire dei contenuti politici? Se così fosse, quali sono questi contenuti politici? Quanto è azzardato superare l’idea che ancora pervade ambiti teorici, libri più o meno interessanti, costrutti dei puristi e che riguarda la presunta neutralità di un’indagine scientifica? Ci rendiamo conto che è rischioso affrontare tematiche collettive a partire da una visione troppo personale ed eccentrica. Infatti, siamo convinti – senza pretese intellettualistiche – che sia la relazione tra ricerca e politica che vada ripresa ed affrontata. In questo periodo preciso, in un momento storico che ci inchioda ad un presente che alimenta e si alimenta di una politica che sta perdendo legittimità e capacità propositiva. Non tra dieci anni, non alla fine del secolo scorso. Siamo altresì consapevoli che la riflessione delle prossime pagine non è isolata. Se abbiamo potuto scrivere sul rapporto dialogico che esiste tra ricerca sociale e politica – senza avere capito ancora se stiamo trattando il tema dal punto di vista politologico o della definizione di nuovi modelli di ricerca sociale – lo dobbiamo alle letture e ai compagni di viaggio incontrati in venticinque anni di lavoro sociale. Pensiamo a singoli cittadini, a quelli che nei nostri report si definiscono malamente come utenti, ad amici dell’università e della comunità scientifica, a passionari della politica, a colleghi di lavoro. E ancora: a fratelli, genitori, vecchi amici del ginnasio con cui c’intratteniamo ancora con piacere per parlare di speranze e attualità. L’humus, lo notate da voi, è molto variegato ed eterogeneo. Forse, prescientifico e non rigorosamente accademico. Lo consideriamo, con la massima onestà, un punto di forza. Che operazione rappresenta questo saggio? Cominciamo a esplicitarle, alcune aporie: è un lavoro sul valore sociale della ricerca scientifica in generale o sulla ricerca sociale? La risposta importa poco. I ricercatori sociali che anche ingenuamente danno peso alla ricerca finalizzata allo studio dei fenomeni sociali e all’individuazione di proposte e progettualità, si troveranno di fronte a un testo che parte da esperienze collettive di ricerca-azione, presupponendo però un superamento di quest’ultima in virtù di un consolidamento della funzione politica e proattiva della ricerca in sé. Oltre a muoverci l’inquietudine di chi la ricerca sociale l’ha sempre considerata come un’opportunità per contribuire ad innescare conoscenza ma anche cambiamento, ci ha mosso la voglia di contribuire a definire nuovi “strumenti” per fare politica. In un’accezione radicale e riformatrice allo stesso tempo. Anche se parlare di postcapitalismo e di ricerca non vuol dire necessariamente pensare ad un “nuovo rivoluzionaresimo”. Quanto, piuttosto, a metodi e prassi di costruzione ed elaborazione dei saperi che consentano di leggere in maniera critica i costrutti ed i precipitati storico-economici attuali per esplorare nuove direzioni collegate a dei concetti generativi precisi: eguaglianza delle opportunità, delle risorse e dei risultati, wellness e felicità, redistribuzione delle risorse, interculturalità, partecipazione, ecosostenibilità. Il postcapitalismo è assimilabile, nel nostro caso, da una parte ad uno sfondo, a delle coordinate concettuali indeterminate verso cui indirizzare analisi ed ermeneutica, in un processo conoscitivo che abbia almeno la caratteristica dell’alterità. Ciò vuol dire che lo consideriamo una sponda teorico-culturale, definibile solo per certi versi. Dall’altra, proprio per provare a definirla almeno nelle sue declinazioni (intuizioni?) attuali, l’idea di postcapitalismo prende forma attraverso i collegamenti che tenteremo di effettuare nel testo quando parleremo di economia sociale. La centratura del saggio, pertanto, è sulla necessità più generale di recuperare nella ricerca sociale una funzione anticipatoria e previsionale, oltre che critica e propositiva. Un’ultima questione riguarda il mondo accademico e istituzionale della ricerca sociale. Chi lo rappresenta, dovrebbe tenere insieme dimensione culturale, strategica, scientifica e attuativa. Ci si potrà tacciare di qualunquismo ma – per le opportunità (di status pubblico, di potere, di reddito) che hanno molti di coloro che in tale mondo operano, a volte addirittura con una dichiarata visione riformista e progressista – la riflessione attorno al ruolo trasformativo della ricerca sociale è ancora poco agita ed insufficiente. Pochi sono i docenti che vanno al di là dei propri steccati per fare da collettori e da stimolo nei confronti delle istituzioni e della politica ufficiale, locale e centrale. O, ancora, nei confronti della cittadinanza organizzata per supportarla e pungolarla. Le élite dormono un sonno profondo e ormai testimoniano, in modo drammatico, visioni prepolitiche e isolazioniste che mal si conciliano con la necessità di ridurre il danno derivante da una crisi strutturale non ancora del tutto compresa ma intimamente vissuta da molte persone.

Il saggio completo in pdf può essere scaricato liberamente Ricerca, Economia sociale e postcapitalismo PPI.

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