I migranti come arma di ricatto tra lotte di potere, ritorsioni e nuovi equilibri in Libia. E i morti aumentano

Un momento dell'operazione di soccorso di migranti di origine subsahariana a bordo di un gommone da parte della nave ''Comandante Bettica'' della Marina Militare. 15 Settembre 2015. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Nel week end tra il 15 e il 17 settembre sono arrivati in Italia dalla Libia più di 1.800 migranti su una quindicina di gommoni. Senza contare il flusso crescente di “barche fantasma”, pescherecci di varie dimensioni che, partendo dalla Tunisia, approdano in Sicilia, soprattutto sulle coste dell’Agrigentino. Dopo giorni di sbarchi in calo e di continue, “trionfanti” notizie di blocchi effettuati dalla Guardia Costiera libica lungo le coste africane, questo improvviso exploit di sbarchi ha destato non poca sorpresa, contraddicendo almeno in parte le dichiarazioni del Governo italiano sull’efficacia e sulla tenuta dei “muri” eretti nel Mediterraneo e nel Sahara con gli ultimi accordi stipulati da Roma con Tripoli. Non a caso, questo degli sbarchi, è stato uno dei temi guida del dibattito politico e del notiziario dei media nel fine settimana.

In realtà, non sembra ci sia molto da stupirsi. Innanzi tutto perché, di fronte a un problema come quello dei flussi migratori in corso, alzare muri non serve a nulla. La fuga per la vita di migliaia di persone, costrette ad abbandonare il proprio paese da condizioni di crisi estreme, non si ferma costruendo barriere. In qualche modo chi fugge riesce a passare: o forzando i blocchi o trovando altre vie, come dimostrano il forte incremento degli arrivi in Spagna e in Grecia o la nuova rotta che dalla Tunisia punta sul litorale di Agrigento e quella che dalla Turchia arriva in Romania o in Bulgaria attraverso il Mar Nero. Le barriere, semmai, fanno aumentare le morti e le sofferenze, moltiplicando il numero delle vittime. Nel caso specifico della Libia, poi, quello eretto accordandosi con Tripoli è un muro particolarmente poroso e incerto: il Governo di Alleanza Nazionale (Gna), benché riconosciuto dall’Onu e dalla comunità occidentale, è una entità debole, contestata in gran parte del paese, non in grado di esercitare il controllo nemmeno sul territorio della sola Tripolitania, combattuta dal governo rivale di Tobruk, da quello islamico deposto con l’insediamento del presidente Serraj nel marzo 2016 ma tutt’altro che disposto ad andarsene e osteggiata anche da una serie di potentati locali o tribali.

Il grande afflusso di profughi verso l’Italia registrato tra il 15 e il 17 settembre va calato appunto in questo contesto. Per capirne di più vale la pena riflettere su alcuni avvenimenti registrati in Libia pochi giorni prima o durante lo stesso week end degli sbarchi.

Sei settembre. Il ministro italiano dell’interno, Marco Minniti, probabilmente anche sulla scia del confronto fra Tripoli e Tobruk promosso a Parigi dal presidente Emmanuel Macron, incontra in visita ufficiale a Bengasi e invita formalmente a Roma per il 26 settembre, il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Libia, capo dell’esercito nazionale, sostenuto da Russia, Egitto, Arabia, Emirati Arabi e dalla stessa Francia. Tripoli mostra un certo “fastidio” per questa iniziativa italiana, che indubbiamente ne riduce l’autorità, ma non protesta ufficialmente. Al suo posto protesta il Consiglio Militare di Sabratha, una delle poche forze armate organizzate su cui può contare Serraj, che condanna senza mezzi termini l’invito in Italia fatto ad Haftar quasi come a un capo di Stato, contestando che l’iniziativa è stata presa proprio subito dopo che il Governo di Tripoli ha nominato un nuovo comandante dell’esercito e ricordando, tra l’altro, che la Corte Penale Internazionale ha sollecitato ripetutamente l’arresto per crimini di guerra di uno dei principali collaboratori del generale. Una presa di posizione dura, rivolta a tutta la comunità internazionale: “Chiediamo – ha detto un portavoce del Consiglio, secondo quanto riferisce il Libya Observer – che tutti gli Stati blocchino ogni iniziativa che possa in qualche modo legittimare coloro che perseguono obiettivi politici attraverso un’azione militare”. E’ palese il riferimento ad Haftar e alle operazioni che stanno allargando il controllo della Libia da parte dell’esercito di Tobruk.

Diciassette settembre. Il premier di Tobruk Abdullah al Thinni, chiede alla comunità internazionale di riconoscere la legittimità del suo governo, dando seguito in un certo senso agli accordi politici sottoscritti nel 2015, sotto l’egida dell’Onu, prima dell’insediamento di Serraj. “Il nostro esecutivo, benché provvisorio – dichiara al Thinni in una intervista rilasciata all’agenzia France Presse – è nato da una consultazione elettorale e rappresenta tutte e tre le regioni del paese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), tutte le città e tutte le regioni. Il nostro esercito controlla il 90 per cento del territorio libico. La comunità internazionale deve rispettare la volontà del popolo…”. Può essere magari solo un caso, ma questa dichiarazione è arrivata all’indomani dell’ottantaseiesimo anniversario dell’esecuzione di Omar al Mukhtar, l’eroe della resistenza libica contro gli italiani all’inizio degli anni 30 del 1900, celebrato con particolare partecipazione in Cirenaica, il “cuore” della lotta antri coloniale. E il giorno dopo l’Egitto ha offerto la sua totale disponibilità a rafforzare e riorganizzare l’esercito di Tobruk guidato da Haftar. Non solo: il 26 settembre è previsto a Tunisi il primo di una serie di incontri per modificare l’accordo firmato il 17 dicembre 2015 a Skhirat, in Marocco, che ha portato al potere Serraj e che è stato sempre contestato dal Parlamento di Tobruk.

Diciassette settembre. Nel corso di violenti combattimenti, condotti anche con armi pesanti e blindati, viene ucciso a Sabratha uno dei luogotenenti di Ahmad Dabbashi, detto “Ammou” (lo zio), noto per essere stato uno dei principali “baroni” del traffico di migranti in Libia, in grado di controllare decine di chilometri di litorale, a ovest di Tripoli. Gli scontri hanno visto contrapporsi i miliziani di Dabbashi e i soldati della Operation Room Against Daesh, un reparto costituito nel febbraio 2016 per contrastare l’avanzata dell’Isis e diventato poi una forza stabile, formalmente agli ordini della Municipalità. Con le truppe di Dabbashi si è schierata anche la Brigata 48, guidata da Mehemmed, il fratello più giovane, e implicata a sua volta nel traffico di migranti.

Potrebbe sembrare un “normale” scontro tra milizie fuorilegge e forze di sicurezza fedeli al Governo. Nelle ultime settimane, però, il nome di Dabbashi è venuto fuori nella lista dei “signori” del mercato di esseri umani che, secondo una inchiesta della France Presse, si sono riconvertiti alla lotta contro l’immigrazione clandestina, dopo un danaroso accordo con l’Italia. Di “spartizione”, tra ex trafficanti riciclati, dei fondi concessi a Tripoli dall’Italia per fermare le partenze dei migranti, del resto, hanno parlato, a fine agosto, anche la Reuters e l’Associated Press. Il ministro Marco Minniti, a nome dell’intero Governo, ha negato con decisione che l’Italia abbia mai trattato direttamente o indirettamente con i trafficanti, ma la France Presse non ha smentito i suoi servizi. Allora, se quanto ha scritto l’agenzia di stampa francese ha fondamento, sarebbe stato ucciso un leader delle milizie di uno dei principali protagonisti del presunto patto: di uno dei “boss” che si sarebbero impegnati, dietro compenso, a bloccare i migranti in Africa anziché imbarcali verso l’Europa. E a farlo fuori sono stati militari “legati” al governo di Tripoli, quello ufficialmente riconosciuto da Roma. L’opinione più diffusa è che il conflitto sia nato da contrasti sui fondi che l’Italia avrebbe stanziato per fermare i flussi di profughi dalla Libia, ma non manca chi in particolare vi scorge anche una sorta di ammonimento rivolto sia allo stesso Serraj (che si è trincerato dietro un rigido “no comment” quando la Reuters ha fatto uscire le prime notizie), perché non “ricicli” certi oscuri centri di potere, pur di avere il controllo nominale del territorio di Sabratha, sul quale sta puntando anche il generale Haftar; sia all’Italia, perché si limiti a rapporti con l’esecutivo “legittimo”, lasciando perdere eventuali, presunti accordi, anche magari indiretti, con i capi tribali o, peggio, con trafficanti più o meno ex.

Ecco, il grosso flusso di migranti registrato tra il 15 e il 17 settembre si è verificato in concomitanza con questi episodi. Certamente è legato al fatto che, nel caos in cui versa ormai da anni la Libia, nessuno al momento è davvero in grado di controllare tutte le coste e l’intero paese e che comunque bisogna fare i conti con una serie di potentati e poteri più o meno ampi ma fortemente radicati. Ci sono tuttavia abbastanza elementi anche per sospettare che, come è già accaduto più volte in passato fin dai tempi di Gheddafi, sia tuttora in vigore la vecchia “tecnica” di aprire o chiudere i flussi dei migranti come arma di ricatto. Un ricatto al quale l’Italia e l’Europa si sono esposte nel momento stesso che hanno associato la Libia al Processo di Khartoum nel novembre 2014 e firmato i patti che ne sono seguiti, a cominciare dal memorandum entrato in vigore il 2 febbraio scorso a Roma. Il punto è che a rimanere incastrati in questo gioco delle parti sono innanzi tutto i profughi, la parte più debole. Non a caso nei primi nove mesi del 2017, smentendo chi sosteneva che bloccando le partenze dall’Africa ci sarebbero stati meno morti, il numero delle vittime in rapporto a quello degli sbarchi è decisamente aumentato rispetto al 2016: secondo gli ultimi rilevamenti, si è saliti a un migrante morto ogni 48 arrivati fino al 20 settembre contro un morto ogni 67/68 nell’intero anno passato.

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