Surrender: la resa secondo Jan Fabre, purché non sia la sua.

Quasi a introdurre BELGIAN RULES/BELGIUM RULES, il nuovo spettacolo firmato da Jan Fabre in scena al Teatro Argentina dal 30 settembre al 1° ottobre e il cui obiettivo è fare implodere l’immaginario collettivo che si ha del Belgio, Romaeuropa Festival 2017 decide di celebrarne il provocatorio coreografo e regista: lo fa proiettando nella stessa location – ma un paio di giorni prima – Surrender. Si tratta di un documentario, ad opera dell’artista e film-maker Phil Griffin, che ha come oggetto una vera e propria maratona della danza e delle arti performative: quel Mount Olympus – To glorify the cult of tragedy della durata di 24 ore, impresa titanica per ogni spettatore, probabile supplizio di Tantalo per chi deve interpretarlo.

Del resto, l’ordinarietà non è tra le caratteristiche principale di Jan Fabre: lo si intuisce subito da come, in Surrender, parla di se stesso, delle proprie ossessioni, dei suoi “guerrieri della bellezza” – così ha denominato il suo cast di eroici performer – e di ciò che si prefigge con questo approfondimento visivo: mostrarne la seducente debolezza e rivelarne l’irresistibile fragilità attraverso un lavoro sul corpo che lo condurrà sino all’abisso dei propri limiti. Il discusso artista belga ci invita, di fatto, a curiosare nella preparazione e nel backstage di una tra le sue opere più ambiziose: così incontriamo i ballerini, ne conosciamo i nomi, ne spiamo la superficie esibita e martoriata da ore di prove, improvvisazioni e propedeutica teatrale. Nel frattempo Fabre ci regala il suo punto di vista sull’amore, sul sesso, sulla morte e molte altre riflessioni esistenziali, illustrandoci – ma non troppo – come esse si riflettano sul suo lavoro.

La sensazione che invade chi scrive è quella di sfogliare con gli occhi una guida alla principale opera di Jan Fabre: se stesso. Presi in prestito nomi e vicende degli dei, fa tradurre alla carne e al fiato dei suoi attori le proprie manie trasfigurate in mito, non rinunciando alla provocazione della carne cruda – che si tratti di divorarla o lavarne le frattaglie – o all’esaltazione della pelle come massimo medium comunicativo. Lo sforzo oltre umano dei “guerrieri della bellezza” è certamente impressionante: dai pochissimi aneddoti personali che si intuiscono rimane comunque difficile riuscire a immaginarli condurre un’esistenza quotidiana dopo aver attraversato quasi indenni una prova fisica simile. Eppure li vediamo scambiarsi ruoli, sudore, intimità da palcoscenico e risate cameratesche nonostante si preparino ad attraversare la frontiera della resistenza. Spiace, invece, che Jan Fabre pare non riesca ad andare oltre il proprio di limite: nessuna delle sue confessioni, anche la più apparentemente personale, sembra dirigersi nella direzione di quello sforzo sino alla resa che pretende da chi lo circonda. E questo è un peccato che nessun dio può assolvere.

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