“Rimpatri forzati con politiche illegali”: Amnesty denuncia i governi europei

“Da quando sono ritornato non ho una casa dove abitare. Ho vissuto per qualche tempo sotto i ponti, dentro vecchie auto o un garage… Poi sono andato in un’altra provincia a cercare la mia famiglia, ma non sono ancora riuscito a trovarla. Passo notti e giorni interi senza avere nulla da mangiare. E’ dura questa vita. E poi questa provincia è davvero piena di rischi. Ogni giorno ci sono combattimenti, esplosioni, uccisioni. Ovunque. A Kabul era lo stesso. Lì sotto il ponte dove mi ero rifugiato era pieno di tossicomani: ogni momento potevo essere ucciso da uno di loro… Qualche volta ho cercato riparo e chiesto del cibo in una moschea, ma quasi sempre i mullah mi hanno trattato con sospetto, temendo che fossi un ribelle o un informatore della polizia. O che volessi addirittura compiere un’azione terroristica, visto che ci sono stati diversi, pesanti attacchi all’interno delle moschee…”.

E’ il racconto di Hamid, 18 anni appena compiuti, uno delle migliaia di profughi afghani espulsi dall’Europa e rimpatriati contro la loro volontà. Fino a qualche mese fa lui era in Norvegia. Gli operatori di Amnesty International lo hanno incontrato nel maggio scorso in una delle province periferiche dell’Afghanistan. La sua è una delle tante testimonianze del dossier che Amnesty ha presentato il 5 ottobre per mettere sotto accusa le politiche dell’Unione e dei singoli governi europei sull’emigrazione e sul diritto d’asilo. Nel mirino è in particolare l’accordo capestro che Bruxelles ha imposto nell’ottobre del 2016, costringendo Kabul ad accettare il rientro di 80 mila profughi per sbloccare 3,7 miliardi di euro di “finanziamenti per la ricostruzione”, un contributo che l’Unione Europea si era impegnata da tempo ad elargire, ma che è stato trasformato di fatto in un’arma di ricatto. La Commissione Ue, per parte sua, ha sempre negato che ci fosse una connessione tra i rimpatri e tutti quei miliardi. Federica Mogherini, responsabile della politica estera, lo ha ribadito con forza, quasi sdegnata, anche poche ore prima della firma in calce alJoint Way Forward, l’intesa per quelle che appaiono vere e proprie deportazioni. A smentire la Ue e la Mogherini sono stati però, già subito dopo l’incontro finale a Bruxelles, alcuni membri della delegazione afghana, i quali hanno lasciato capire di essere stati costretti ad accettare la “disponibilità” a far rientrare a decine di migliaia i profughi fuggiti in tanti anni di guerra e terrore.

La conferma delle pressioni esercitate su Kabul dall’Unione è poi venuta dal ministro delle finanze afghano Ekil Hakimi, il quale – come riferisce il rapporto di Amnesty – ha dichiarato in Parlamento: “Se l’Afghanistan non collabora con gli Stati membri dell’Unione Europea nella crisi dei rifugiati, ci sarà un impatto negativo sull’ammontare degli aiuti destinati al nostro paese”. “Questo strumento di pressione – aggiunge Amnesty nel suo dossier – è stato poi ribadito da una nostra fonte confidenziale afghana, che ha definito ‘un calice di veleno’ quello che il governo di Kabul è stato costretto a bere in cambio degli aiuti”.

Un “calice di veleno” che provoca morti e sofferenza. A Bruxelles si sono giustificati asserendo che l’Afghanistan è ormai in gran parte “sicuro”. Su cosa si basi questa affermazione non è dato sapere. Nell’arco del 2016, in quasi tutte le regioni sono aumentati gli attacchi, sia contro obiettivi militari che contro civili inermi. Li hanno condotti gruppi armati ricollegabili ai talebani e a formazioni vicine ad Al Qaeda oppure, sempre più spesso, a milizie fedeli all’Isis, che controllano una vasta porzione di territorio, organizzata come un governatorato sottomesso al Califfato di Al Baghdadi. Non a caso, verso la fine dello scorso settembre, gli Stati Uniti e la Nato hanno dichiarato che il contingente militare occidentale “deve restare” per poter fronteggiare l’offensiva dei ribelli, mentre il presidente Trump, quasi a dare concretezza a questa affermazione, ha deciso di inviare altri 3 mila soldati, sollecitando rinforzi anche da parte delle nazioni Nato.

C’è di più. Poche settimane dopo la firma del Joint Way Forward, quasi a smentire le dichiarazioni di Bruxelles, il rapporto annuale dell’Onu ha definito il 2016 “l’anno peggiore” in Afghanistan dal 2001, quando è iniziata la guerra. Sono i dati obiettivi a testimoniarlo, con una escalation terribile, anno dopo anno. Nel quinquennio tra il 2012 e il 2016, in particolare, ci sono state, tra i civili, 7.590 vittime (2.769 morti e 4.821 feriti) nel 2012; poi 8.638 nel 2013 (di cui 2.969 morti e 5.669 feriti); 10.535 nel 2014 (con 3.710 morti e 6.825 feriti); nel 2015 si è saliti a 11.034 (di cui 3.565 morti e 7.469 feriti); fino ad arrivare al record di 11.418 vittime nel 2016, con 3.498 morti e 7.920 feriti. Nel 2017 la tendenza è la stessa: l’ultimo rilevamento, relativo ai primi sei mesi, registra 1.662 morti e 3.581 feriti, per un totale di 5.243 vittime, quasi trenta ogni 24 ore. Attacchi clamorosi ci sono stati anche in queste settimane. Il 28 settembre un commando di talebani ha assaltato il quartier generale della polizia di Kandahar, uccidendo almeno 12 agenti e ferendone numerosi altri. Tre giorni prima è caduto in un’imboscata, nel cuore stesso di Kabul, un convoglio militare: tre morti. Non vengono risparmiati neanche i luoghi di culto: a fine agosto, l’Isis, sempre a Kabul, ha preso di mira la moschea sciita Imam Zaman, colma di persone per la preghiera del venerdì: sono stati uccisi due agenti dei servizi di sicurezza e si contano decine di fedeli colpiti da raffiche di mitra o investiti dall’esplosione della bomba di un kamikaze.

Ecco, secondo Bruxelles questo sarebbe un “paese sicuro”, dove far rientrare i profughi che ne sono fuggiti. E così i rimpatri si sono moltiplicati. “Tra il 2015 e il 2016 – rileva il rapporto di Amnesty – sono quasi triplicati: da 3.290 si è saliti a 9.460”. Dal dicembre 2016 ad oggi l’impennata non ha subito soste. Di più: a questo forte aumento delle deportazioni corrisponde “un marcato calo delle domande d’asilo accolte: dal 68 per cento del settembre 2015 si è scesi al 33 per cento del dicembre 2016”, meno della metà. E questo nuovo, insormontabile muro costruito dalla Ue causa morte e sofferenza non solo in Afghanistan ma nella stessa Fortezza Europa.

All’inizio di febbraio di quest’anno, tre ragazzini afghani non ancora diciottenni sono stati trovati morti, in Svezia, a pochi giorni di distanza, nei centri di accoglienza dove erano ospitati. Tutti e tre suicidi. Nello stesso periodo, ma in istituti diversi, altri quattro, sempre minorenni, hanno tentato a loro volta di uccidersi: sono stati salvati appena in tempo. “Temevano di essere espulsi: questa grande paura ha tolto loro ogni speranza”, ha spiegato, in una dichiarazione alla stampa, Mahboda Badadi, un operatore sociale che si occupa di rifugiati minorenni non accompagnati. Poche settimane prima, verso la fine di dicembre 2016, infatti, sulla scia del Joint WayForward, un portavoce dell’Ufficio Svedese per l’Immigrazione aveva dichiarato che diverse regioni dell’Afghanistan erano ormai da considerarsi “less dangerous”, vale a dire “pressoché sicure”, sicché i richiedenti asilo di quelle zone sarebbero stati rimpatriati. Aveva anche specificato che il provvedimento non avrebbe riguardato i minorenni senza una famiglia che in Afghanistan potesse prendersene cura. Ma quell’annuncio in sé deve essere stato percepito come un ennesimo rifiuto: “Tutti i ragazzi afghani erano fortemente preoccupati che la loro richiesta di asilo fosse respinta. D’altra parte si tratta di giovanissimi molto provati, bisognosi di essere compresi e guidati”, ha detto alla France Presse Sara Edwardson Ehrnborg, una insegnante che collabora con gruppi umanitari no-profit, confermando nella sostanza il giudizio di Mahboda Badadi.

Quei sette ragazzini, evidentemente, non hanno retto all’idea che avrebbero potuto essere costretti a tornare nel paese dal quale erano scappati a rischio della vita stessa, pur di lasciarsi alle spalle un mondo di terrore e avere la possibilità di costruirsi una prospettiva di futuro. Così hanno deciso di farla finita. E per tre di loro non si è arrivati in tempo a salvarli. Né questa catena di disperazione si è interrotta. L’ultimo caso si è verificato in Italia, a Milano: un giovane afghano si è impiccato nella notte tra il 23 e il 24 agosto in un locale appartato del centro accoglienza di via Corelli. Era arrivato due o tre giorni prima, proveniente dalla frontiera del Brennero, dove la polizia lo aveva bloccato mentre tentava di entrare in Austria. “Era molto depresso, tanto che gli era stato subito fissato un colloquio con uno specialista: doveva andarci proprio la mattina che lo abbiamo trovato senza vita”, hanno detto gli operatori del centro. E’ credibile che quel respingimento al Brennero abbia soffocato anche le sue ultime speranze: che si sia sentito intrappolato tra i muri della Fortezza Europa e la prospettiva di essere costretto a tornare in Afghanistan.

Allora, il Joint Way Forward firmato nell’ottobre del 2016 potrà magari “sfoltire” la presenza dei rifugiati afghani in Europa, ma nel conto non si possono non mettere anche le ferite profonde che provoca questa nuova, ennesima barriera. E le vittime che ne restano schiacciate. “Siamo convinti – dicono al Comitato Nuovi Desaparecidos – che ci siano pesanti responsabilità dell’Unione Europea e di tutti gli Stati membri per questo ulteriore calvario al quale sono condannati i profughi afghani. Non è pensabile che a Bruxelles e nelle varie capitali non sappiano che cosa accade al di là ed anzi a causa dei muri che stanno continuando ad alzare. Vale per la Libia, ad esempio, come ha dimostrato, un’altra volta ancora, il recente dossier di Medici per i Diritti Umani e vale anche per l’Afghanistan, come denuncia l’ultimo rapporto di Amnesty e come già emergeva con forza, del resto, dalla relazione 2016 delle Nazioni Unite. Allora, ha ragione Amnesty: l’intera Europa sta perseguendo politiche illegali, che mettono a rischio la vita stessa di tanti uomini e donne che bussano alle sue porte. Perché non solo resta sorda al loro grido d’aiuto, ma li ricaccia nell’inferno da cui stanno fuggendo. Tanti, troppi ne sono già morti. E si profilano complicità precise, se non peggio, per queste vite perdute. E’ tempo di portare tutto ciò di fronte a una corte di giustizia. Anzi, il tempo è già scaduto”.

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