L’Italia, presidente dell’OSCE nel 2018 e il Caucaso ribelle. Che fare?

Il “bollettino di guerra” della fine estate 2017 in Nagorno Karabakh è – come sempre negli ultimi anni, da quando il cessate il fuoco si è fatto sempre più fragile – poco incoraggiante.

Il conflitto per Nagorno Karabakh, regione del Caucaso Meridionale, si protrae dalla fine degli anni ’80, quando l’enclave armena in territorio azerbaijano che abita il territorio del Nagorno-Karabakh si dichiarava prima parte della confinante Armenia, poi indipendente. E così la situazione politica è rimasta da allora, con l’Azerbaijan che rivendica il diritto alla propria integrità territoriale e che si è armato fino ai denti, sempre più persuaso che una soluzione politica in questa direzione non sia perseguibile.

Il cessate il fuoco firmato nel 1994 ha congelato le posizioni sul campo, almeno fino agli scontri dell’aprile del 2016, quando per la prima volta l’Azerbaijan ha alterato con una ri-conquista la così detta Linea di Contatto fra le parti. Da allora non si sono più registrati scontri di pari intensità, ma la lista dei morti e dei feriti, civili e militari, si allunga inesorabilmente.

Secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa Armeno e dal Ministero della Difesa del Nagorno-Karabakh, almeno tre soldati armeni sono stati uccisi nelle ultime settimane: Arman Movsisyan (nato nel 1998) il 14 agosto, Artak Bisharyan (nato nel 1991) il 27 agosto, Hayk Khachatryan (nato nel 1998) il 1 settembre. L’Esercito della Difesa del Nagorno Karabakh ha pubblicato rapporti settimanali sulle violazioni del cessate il fuoco per circa un totale di 890 episodi. Parallelamente, il Ministero della Difesa azerbaiajano ha registrato nei suoi rapporti quotidiani tra 115 e 156 violazioni quotidiane. Il 7 agosto un ragazzo azerbaijano di 13 anni, Ramin Yusifov, sarebbe rimasto gravemente ferito durante uno scambio di fuoco nel distretto di Tovus.

L’Ufficio del Rappresentante Personale della presidenza in carica dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), Andrzej Kasprzyk ha svolto due monitoraggi in agosto.

Il Rappresentante Speciale è un carica istituita in seno alla presidenza di turno dell’OSCE, risiede nella regione con un piccolo team, ed è autorizzato a monitorare la Linea di Contatto fra le parti, per poi riferire direttamente alla presidenza. L’OSCE è l’organizzazione internazionale più coinvolta attraverso vari strumenti ai tentativi di risoluzione e mediazione del conflitto in Karabakh.

Durante il monitoraggio del 31 agosto, ha dichiarato Kasprzyk, mentre il team di monitoraggio dell’OSCE stava visitando il villaggio di Chinari in Armenia, prossimo al confine, per incontrare autorità locali, sono stati sentiti dei colpi nelle vicinanze. Riporta Kasprzyk :“[…] il mio staff ha sentito ulteriori colpi sparati a distanza in tre occasioni separate. Essendo nel centro del villaggio, circondato da edifici e colline, non siamo stati in grado di stabilire da dove provenivano i colpi e chi li avesse sparati. Inoltre, non abbiamo alcun mandato per indagare. Il fatto che, in questa occasione, la sicurezza le garanzie non sono state rispettate desta preoccupazione. […] la presidenza austriaca è stata immediatamente informata “.

E qui entra in gioco l’Italia.

Già, perché dal gennaio 2018 la presidenza dell’OSCE spetta all’Italia.

Il 27 luglio nell’accogliere la notifica che la candidatura italiana alla presidenza OSCE era stata coronata da successo, il Premier Paolo Gentiloni ha sottolineato le priorità italiane della presidenza saranno una soluzione alla crisi in e che circondano la questione ucraina e altri conflitti nell’area OSCE, fra cui il Nagorno Karabakh, la Georgia, la Transdnistria; la gestione dei flussi migratori, e di rifugiati; il rafforzamento del partenariato meridionale.

Mentre i due secondi punti suggeriscono la necessità di lavorare sul fronte della diplomazia multilaterale, le crisi nell’area post sovietica si sono evolute negli ultimi decenni assumendo sempre di più la caratteristica di conflitti territoriali bilaterali fra paesi membri dell’OSCE. Il Nagorno Karabakh vede contrapposti Armenia e Azerbaijan, per quanto il Karabakh non sia riconosciuto ufficialmente dall’Armenia; la crisi georgiana ha portato al riconoscimento russo di Abkhazia e Ossezia Meridionale e alla possibile annessione di Mosca di quest’ultima; la crisi ucraina ha portato all’annessione della Crimea da parte della Russia e al suo diretto coinvolgimento militare in Ucraina. Gli elementi di secessionismo che soprattutto nel Caucaso avevano causato l’esplosione delle crisi nei primi anni ’90 sono ora sovrapposti e largamente inglobati nella crisi dei rapporti bilaterali fra le repubbliche post-sovietiche che hanno posizioni diametralmente opposte e incompatibili sul controllo e sull’esercizio di sovranità nelle aree contese.

In questo ginepraio l’Italia è chiamata a muoversi con cautela ma con risolutezza, perché – soprattutto in Karabakh – l’escalation è dietro l’angolo. I negoziati, gli strumenti a disposizione dell’OSCE, necessitano un rinnovato impulso, pur sapendo che una soluzione pacifica può provenire solo dalla volontà di quelle opinioni pubbliche, armena e azerbaijana, che ad oggi non concepiscono nemmeno minimamente l’ipotesi di negoziare un compromesso. E che il generale clima negoziale risente di tensioni crescenti a livello globale e nell’area specifica caucasica.

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