Intervista a Roberto Latini su Il Cantico dei Cantici

Passione e delicatezza, il lavoro di Roberto Latini e il Cantico dei Cantici

“Tenerezza è una parola fondamentale”. Roberto Latini mi parla così del Cantico dei Cantici, il preziosissimo testo sul quale è stato creato il suo ultimo spettacolo. Il lavoro ospitato nella Sala Ichos di Napoli, il 12 e 13 ottobre, in un fuori programma d’eccezione come apertura della stagione teatrale, mi permette di cogliere l’occasione per ricevere conferma della potenza di quel testo e aver soddisfatta la curiosità del suo approccio al Cantico. Una conversazione curata, dove Latini attinge piano alla parola, con rispetto, prova a entrare senza far rumore e così nel testo. Bisogna posare la bocca su un testo e berlo, evidentemente, farlo scorrere dentro, così da farlo proprio, comprendere i piani più alti e sensibili ed entrarci in connessione, non come aspirazione finale, ma come momento spontaneo in cui il testo fluisce internamente e godersi in silenzio questo momento, quindi “Vi prego non svegliate il mio amore che dorme”.

Prima di parlare del nuovo lavoro ripercorriamo un po’ il sentiero a ritroso ritornando all’origine. Saramago scriveva che “Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.” Facciamolo assieme questo viaggio e arriviamo al momento significativo nella storia della Compagnia Fortebraccio, il momento primo che è sfociato nella sua creazione. Come nasce dunque la compagnia?

Si parla di un qualcosa che ha preso forma vari anni fa, nel 1994. Con Gianluca Misiti, il musicista che mi accompagna da allora, abbiamo iniziato questa collaborazione, anche se ci conoscevamo da una decina di anni prima almeno, forse addirittura da bambini. Eravamo al liceo assieme e nel ’92 gli chiedo di accompagnarmi nella realizzazione di uno spettacolo che dovevo far da solo, da lì l’idea di sperimentare una formazione e nel ‘94 nasce definitivamente la compagnia che ha, dunque, ventitré anni di lavoro. Nel ’99 ci avviciniamo alla concretizzazione di una professione vera e propria, diversa dai tentativi che fino a quel momento avevamo prodotto nel nostro percorso, è in quell’anno che posso dire di essere entrati appieno nel sistema, con le varie evoluzioni che poi ci sono state.

Nei tuoi spettacoli componenti fondamentali sono la sperimentazione di un linguaggio contemporaneo e la ripresa dei classici. L’ultimo lavoro è la reinterpretazione di un classico per eccellenza. Mi racconti il tuo personalissimo incontro col Cantico?

Intanto è un testo che secondo me conosciamo un po’ tutti anche senza averne particolare coscienza, nel senso che, se si ha l’occasione di starci dentro, ci si rende conto di incrociare versi che sono stati presi poi in libri, canzoni, letterature varie, spettacoli di danza. È un patrimonio vero e proprio che definirei culturale, ma anche oltre, una specie di condizione condivisa. È un pezzo che fa parte del libro della Bibbia, è vero, ma è un oggetto un po’ anomalo rispetto al resto. Ha una natura propria. L’unica sua chance di stare lì dentro è l’interpretazione religiosa che ne è scaturita fuori.

Infatti diverse sono state le interpretazioni, oltre a quelle di natura religiosa, ma tu inviti proprio a staccarci da esse, affermi “se lo si dice senza pretesa di cercare altri significati, se si prova a non far caso a chi è che parla, ma solo a quel che dice, senza badare a quale sia la divisione dei capitoli, le parti, se si prova a stare nel suo movimento interno, nella sua sospensione, può apparirci all’improvviso, col suo profumo, come in una dimensione onirica, non di sogno, ma di quel mondo, forse parallelo, forse precedente, dove i sogni e le parole ci scelgono e accompagnano” e in scena, hai affidato la recitazione di tutto ciò a una figura androgina, nella quale femminile e maschile convivono armonicamente, che si fa portavoce di momenti toccanti e struggenti…

Fondamentalmente quello che faccio è cercare di dare del tu al testo e di chiedere al testo di fidarsi di me, questo è il vero lavoro. L’affidare l’interpretazione ad una figura androgina è perché per me si tratta di esprimere un amore assoluto, che non è categoricamente classificabile come maschio o femmina, è un sentimento, una condizione, uno stare. Il Cantico è amore assoluto, parla di questo, ed è un darsi del tu, è così pieno di confidenza, così esemplare nell’intimità, uno di quei testi che puoi dire a bassa voce, abbracciandoti. È tutto quello che può accadere quando si tengono le mani di qualcun altro fra le proprie, è veramente formato da una natura tattile.

Vi è una domanda che ti porgo, anche, da parte di Stefano Romagnoli, conosciuto come lo spettatore professionista. Parlando di personaggi, l’entrare e uscire da questi necessita un cambio di piano tuo, e questi attimi lo spettatore lo immagini a seguire il tuo scarto o a rimanere sulle sue visioni?

Io spero che sia sempre nelle proprie, cerco di non disturbare lo spettacolo, cosa che chiedo anche agli attori. È una condizione necessaria perché ogni spettatore si inserisca dentro lo spettacolo. Spero sempre non vengano a vedere il mio o il nostro lavoro, ma siano nella disponibilità del proprio.

A quale traduzione del testo originale ti sei avvicinato?

Me lo sono tradotto, o meglio, non ho tradotto alla lettera le parole, ho cercato di restarvi fedele certamente, ma mi sono concentrato soprattutto sulla traduzione della sensazione che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine.

Come lo hai pensato questo spettacolo, sono intervenuti stimoli altri e influenze che hanno arricchito il processo creativo?

Lo spettacolo arriva da diversi percorsi. Viene da lontano, dal precedente I giganti della montagna, dove l’unico personaggio sono le parole di Pirandello, non penso di essere io a fare tutti i personaggi , io sono solo in scena. Lavorare al Cantico è stato lavorare nel prosieguo di questa condizione, stare nelle parole senza nessuna manomissione. Poi vi è il percorso incrociato con quelli che sono stati i momenti Noosfera. Iniziai con Noosfera Lucignolo, dove partivo da una condizione che è quella generazionale, noi in attesa del carro che ci potesse portare al paese dei balocchi a mezzanotte. Una generazione in attesa, appunto, per andare in questo mondo fantastico. L’anno successivo ho presentato Noosfera Titanic, che aveva il pensiero di dire: è passato quel carro, ma si chiamava Titanic e la più grande festa del ‘900 è stata interrotta da un iceberg. Tornando a quella generazione che si vede qualcuno arrivare ad accendere la luce e dire “La festa è finita”. Infine il Noosfera Museum, spettacolo sull’affondare, il fondo non ha fondo e infatti non è il fondo la questione ma proprio il momento, la condizione dell’affondare, sempre generazionalmente parlando. E da lì dunque una necessità, il bisogno in quell’affondare di avere uno sguardo verso l’altro, mettersi dentro un ispirazione per poter immaginare di risalire. Non so dirti se stiamo affondando totalmente, ma proviamo a guardare verso l’alto. C’è un contatto ancora.

Dove risiede per te la poesia del Cantico, il suo punto di forza, la sua energia comunicativa?

È tutto sentire e la sua forza sta nella semplicità. Il cantico è come se avesse una richiesta, che non diventa mai reclamante, ti chiede di stare lì, connesso, in intimità con te stesso, senza necessità di difendersi, senza dover effettuare strategie di interlocuzione. Il cantico dei cantici ci parla attraverso immagini bellissime e piccolissime, immagini enormi, è un testo che ha dei suoi colori e profumi evidenti e soprattutto sfumature.

Cos’è il Cantico dei Cantici se non una profondità difficilmente esprimibile a parole perché va più espressa col sentire. C’è un pezzo al quale sei particolarmente legato, una parte più evocativa del testo per te, quello che ti smuove note personalissime e intime?

Nel dirlo e nell’occasione del dirlo avverto tutto il coinvolgimento interno. La cosa che mi sorprende, interessa e attrae è il tempo. C’è un tempo e vi sono delle cose che hanno un loro tempo e senza quel tempo non si potrebbero dire. È un tempo del respiro, bisogna imparare a respirarlo un testo prima di dirlo.

Tu lavori molto sulla cura della voce. Sono parole che respirano, che in alcuni momenti fan sospirare e in altri trattenere il fiato, penso si tratti di un percorso musicale quasi da far con la voce, parlami un po’ del lavoro fatto con la voce.

Tutto sta nel prendere consapevolezza che una parola non è nel momento in cui si dice ma c’è un prima e un dopo, e lo si impara col tempo. La qualità di un testo è data dalla qualità del silenzio che le parole riescono a produrre, e il silenzio che riesce a produrre il Cantico è dato dalla qualità delle sue parole.

Parlando sempre di voce, parola, suono, in un’intervista tempo fa hai rilasciato questa dichiarazione: Il teatro è l’unico posto dove possiamo essere in silenzio, in coro …

È un’altra condizione, ovvero quella che ci permette di stare in platea, ma anche a noi che siamo sul palco e che appunto dobbiamo disturbare il meno possibile le sensazioni. È un unicum che sta in un patto, il silenzio in coro è la regola.

Inno alla bellezza elogio della delicatezza ti avvicini a un teatro che vuole parlare sempre più al metafisico che è in noi…Non ho chiesto di te, dei tuoi studi e delle tue esperienze. Mom enti importanti che, fortunatamente, si possono trovare diciamo in abbondanza sul web. Piuttosto vorrei sapere chi è Roberto Latini oggi, chi è diventato, o meglio, come ti senti arrivato, dove ti senti collocato rispetto al teatro di oggi, anche in base a quel passato che è imprescindibile per la formazione del “noi” presente.

Semplicemente uno che ha imparato nel tempo abbassare le difese, resisto sempre meno. Mi concedo di fare solo ciò che mi risulta irresistibile, ciò di cui ho meno voglia o nessuna voglia lo lascio scorrere.

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