Pueblo: L’Umanità Di Celestini Che Non Convince.

Un uomo (Ascanio Celestini) spia dalla finestra una donna che vive con un’anziana. Non sa nulla di lei, come dichiara al suo inquilino Pietro (Gianluca Casadei), eppure può raccontargli tutto: si chiama Violetta e quell’altra è la madre. Violetta fa la cassiera in un supermercato dove si affollano vite quotidiane di uomini e donne che arrivano, scelgono, pagano, vanno via. Solo una resta: Domenica, la barbona che ha fatto del parcheggio la sua residenza. Attraverso la sua infelice storia si rievocherà tutto quel Pueblo degli ultimi a cui fa riferimento il titolo: dallo zingarello che fuma da quando ha otto anni all’africano che lavora come magazziniere, dallo scemo al drogato, includendo l’inevitabile mare magnum di annegati nel tentativo di attraversare il mediterraneo, evocati come fantasmi. Il tutto intermezzato dalle riflessioni scomode di una voce fuoricampo (il figlio dello stesso Celestini).

Pueblo, il secondo episodio di una trilogia iniziata con Laika, sarà in scena al Teatro Vittoria di Roma dal 17 al 29 ottobre del 2017. Come nel 2015, anche stavolta il debutto si svolge all’interno del Romaeuropa Festival: nelle intenzioni del suo autore, però, a differenza del precedente capitolo non si racconterà il mondo ma “il mondo nella testa”. Dichiara inoltre “Non ho un testo a memoria. Mi muovo anche io dietro a una bestia”. La bestia di Ascanio Celestini può intenerire, commuovere, conquistare, impietosire: restando all’interno del suo paragone, è facile che questo accada con i cuccioli malridotti quando si va in un canile. Da un punto di vista più oggettivo, invece, l’improvvisazione non è mai un buon motivo per sorvolare su ciò che non funziona gravemente in uno spettacolo: il continuo riferirsi a Pietro tra una descrizione e l’altra non fa che spezzare la magia del racconto nel tentativo di renderlo più reale; la petulante voce fuori campo è un escamotage superfluo che rimane senza alcun tipo di sviluppo; l’infelice parabola di Domenica oscilla pericolosamente tra realismo e stereotipo, deragliando spesso e volentieri verso la banalità nonostante qualche sosta nell’onirico; l’invettiva dichiaratamente politica è di fatto limitata al far notare quanto Berlusconi non sappia raccontare barzellette.

Ascanio Celestini è certo mosso dalle migliori e più autentiche intenzioni di denuncia e il suo registro sghembo, strampalato, quotidiano è marchio di fabbrica di cui tener conto: fatte queste premesse, il suo Pueblo balbetta un’umanità che non convince, vittima com’è di una sceneggiatura non risolta, un testo poco brillante e una sequela di immagini che inumidiscono gli occhi sì, ma per lo sbadiglio.

 

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