“Aprite le tende” prestate ascolto e abbiate cura. Intervista ad Elena Arvigo.

Emozione. Quella che mi attraversa nel trattare una personalità così dibattuta e sensibile. Sarah Kane sopravvive al tempo, non è stata scalfita dalla commercializzazione, dalle reinterpretazioni, è vibrato unico e autentico. Resta immensa, controversa, vulnerabile, fragile, sfacciata, delicata, meravigliosamente dura, resistente, diretta, emotiva, dolce. Psicosi delle 4.48 è il testo che va oltre il gesto estremo compiuto dall’autrice, parla di speranza, del credere all’esistenza di qualcosa che è infinitamente bello, un’eco di amore vero, parla di semplicità, operazione assai complessa. Elena Arvigo e io, tacitamente d’accordo, non tentiamo minimamente di arrovellarci per trovar parole adatte a questo peso, a questa leggerezza, non ce le imponiamo, ci lasciamo guidare da una spontaneità sotterranea. L’attrice genovese porta in scena un’interpretazione forte di questo testo presso il Teatroinscatola, dal 31 ottobre al 6 novembre, e in una conversazione che è stata fiumana abbiamo rintracciato tre parole chiavi: sensibilità, cura e attenzione.

Com’è iniziato tutto, quando Elena Arvigo si dedica e consacra al teatro? Non è affatto scontato rintracciare il momento esatto delle scelte importanti, per raccontare come iniziano i percorsi bisogna fare dei veri e propri lavori narrativi. La vita è così complessa che è sempre difficile individuare davvero come si arriva alle cose, si pensa capitino per caso a volte, ma non si tratta di coincidenze. Quanto a me sicuramente tutto è iniziato con un grande amore per la danza, che ho studiato per molto tempo, feci l’esame di ammissione a La Scala di Milano a quindici anni, venni presa, ma mi son vista poi costretta a fare delle scelte, dovevo continuare la scuola, i miei genitori, fra le cose, non si figuravano proprio un destino da ballerina per me, anche se convivono serenamente con il mio lavoro che non poteva non essere intimamente legato all’arte. Insomma, storie di vita che mi han portato qui dove sono e dove volevo arrivare. Ero appassionata di psicologia e mi trasferii a Londra, dove frequentai l’università e il corso di psychology and drama, ma non mi bastava l’ambiente dell’università, avvertivo una necessità di espressione, cercavo un luogo che mi contenesse, dove poter essere spontaneamente eccentrica, esuberante o timida. Ho ritrovato tutto ciò nel teatro, un posto in cui ci si incontra, un posto speciale dove la gente si guarda negli occhi, una speranza, per molti ancora uno spazio inteso come la sala dai drappeggi rossi, delle emozioni che regala la grande celebrazione. La rappresentazione per me, invece, si può anche vivere non come una processione che spesso tende al convenzionale, ma come un momento piccolo e intenso, andare a teatro è come andare in chiesa ad accendere una candela, un momento nostro, intimo. Questo non è un dissenso espresso verso il “gran teatro”, solo che il mio personalissimo concetto, la mia casa resta quella dell’incontro, del segreto piuttosto che della festa a corte, e parlo da attrice nata in circuiti non off. Questo spettacolo per me è stato anche un recupero del senso, infatti, il primo fuori da un altro tipo di sistema, fino al 2009 ho fatto le mie care tournee. Vengo vista un po’ ibrida in questo, anche perché normalmente chi parte con un tipo di percorso di giro poi lo predilige. Chi fa teatro off resta sempre in una zona dove non si capisce se davvero si sta perché si denigra la corte o si resta in attesa di una chiamata alla quale molti ambiscono. Ci si sente anche estromessi da alcune cose, ciò che è importante risiede però nella possibilità di scegliere e la domanda è: Quanto realmente si tratta di scelta nostra nel decidere di stare dove stiamo? Spesso il sistema ti forza a restare nel punto in cui sei, che è un posto dove ti possono tenere sotto controllo e ti trovi lì a correre come un criceto nella ruota. Spostarsi da quel punto richiede molta forza, coraggio, energia, anche fortuna, e la fortuna nella vita non è coincidenza, c’è sempre una narrazione sotto, anche qui … E dunque il teatro, il teatro che per me è un luogo accogliente, una casa, un posto sicuro dalla vita che spesso urla. Lo dico sempre agli attori con i quali lavoro, soprattutto a quelli giovani, spesso bloccati e spaventati, di non aver paura che qui a teatro non può accadere nulla di brutto, anche la cosa peggiore che può capitare, una stroncatura allo spettacolo o un senso di fallimento, rientra nella dimensione del gioco. Tocca ricordarsi, infatti, che la scena e tutto ciò che vi sta dentro e dietro, non è una sala operatoria dalla quale c’è il rischio di non uscir vivi, non bisogna dimenticarselo che è un gioco (e sarebbe opportuno approcciarsi così anche alla vita in generale).

Un gioco che si prende come impegno… Esattamente. La difficoltà infatti non sta nel recitare, ma nell’impegno, ovvero nel restituire una data storia. C’è una preparazione con delle regole che non iniziano alle nove di sera. Ciò non vuol dire stare a ripassare tutto il tempo il copione, ma anche andare a farsi una nuotata. Le regole di cui parlo sono da intendersi non nel senso categorico e rigido della disciplina, ma come esercizio di pulizia, di contatto con noi stessi, io ad esempio sono una grande indisciplinata, ma applico dei rituali e questo mi ricorda che spesso siamo circondati da strutture che ci allontanano da quello di cui abbiamo davvero bisogno.

A tal proposito mi ricollego a ciò che lessi scritto esattamente un anno fa. Parlavi del ruolo dell’attore e della crisi del teatro… La situazione è molto peggio di quello che si vuole dire.

Dove ti senti collocata rispetto ad essa, a livello di proposte cosa andrebbe chiesto? A questo sistema bisogna chiedere più attenzione e cura, partecipazione e possibilità di dialogo. Sembra astratto, generico o solito, ma tocca ribadirlo, che diventi una possibilità concreta l’avere un interlocutore a cui fare proposte. Ho speranza comunque, non si può fare questo mestiere se non si pensa che sia possibile. Diversi sono stati i miei crolli, i momenti in cui ho pensato di fare altro, poi un corso coi ragazzi tenuto a Roma e uno spettacolo a Napoli mi hanno ridato stimolo ,mi hanno ribadito che il significato di stare in scena è proprio il provare a rinnovarla questa forza e questo coraggio, contro la stanchezza che non ti fa divertire, anche se stai facendo ciò che più ti piace. Ecco perché ho rilanciato follemente aprendo un’associazione culturale.

Accennami qualcosa Sono follemente felice, ancora è molto astratta, ma ci sto investendo, rischiando. Il nome è Santa Rita Teatro, la santa dei miracoli, a sfida di questa resistenza che è esercizio e va supportata. Come me diversi sono gli artisti che ancora ci credono nonostante lo sfinimento. Ascoltate, dico, come scriveva la Kane, ascoltate questi artisti che falliscono, che ogni sera vanno a teatro e credono in questi loro progetti.

Pensiamo allora a questa bellezza, al teatro. Sei solita interpretare personaggi femminili con una personalità rilevante. Nel caso della Kane, regalaci una personalissima visione della tua Sarah, il come ti sei accostata a questa donna, che lavoro attoriale è stato intrapreso per coglierne le sfumature, in cosa o dove risiede per te la sua potenza comunicativa? Sai, continuo ad acquisire consapevolezza riguardo a una riflessione importante, cioè non sempre facciamo qualcosa perché ne siamo già capaci, quindi non si scelgono sempre personaggi forti o che contengono una loro potenza perché si è anche noi forti, anzi, a volte veniamo richiamati a intraprendere un viaggio proprio per trovarla, ritracciarla o ricordarsela quell’energia. Ad esempio in Donna non rieducabile interpretavo la grande Politkovskaya e mi son messa al servizio di una donna che ha concretizzato la sua emotività in fatti e azioni, ho messo al servizio della sua sensibilità la mia. Reputo ciò molto importante nel mio percorso, umano prima che artistico (due aspetti che non possono essere scissi. Lo si comprende dalla differenza fra un bravo attore e un grande attore. Il grande attore vive un’evoluzione prima di tutto umana).

Riguardo Sarah, posso dire che lei per me è tutto cuore, la sua potenza risiede nella capacità di ascolto e nel coraggio che si trasmettono in questo capolavoro di scrittura, e lo dico senza paura di essere eccessiva. Restituisce la complessità attraverso parole e un linguaggio poetico, teatrale. Esprime quella follia che va intesa con il senso che le dava la Merini, cioè la mancanza di qualcuno di importante. Sottolinea inoltre i confini labili fra follia e sanità, il suicidio e l’essere in vita, ne mostra le prospettive ed è colma di amore, vitalità e tenerezza. La definirei come fibra totalmente umana e femminile, nel senso che è portatrice di una contraddizione e mostra quindi i dettagli ed è coraggiosa come solo le donne possono esserlo. Mi viene da citare Ofelia adesso, è lei che impazzisce davvero, lei per prima fa il passo, lei per prima entra nel regno dei morti. Insomma, di fronte a questa grandezza il mio non può essere che un lavoro di celebrazione di questo essere umano che ci consegna un testamento di bellezza, ci mostra quello che lei sentiva e pensava e portare testimonianza in questa maniera di questa fragilità richiede paradossalmente enorme forza. Ecco la contraddizione, il femminile, lei è fragile e forte in maniera strabordante.

Psicosi delle 4.48 è un testo dal contenuto estremamente importante, un carico emotivo sconvolgente, un po’ come l’intera opera di Sarah Kane ( considerando che Psicosi è l’opera che anticipa il gesto ultimo a cui giungerà l’autrice). “Un testo che va affrontato con onestà” hai dichiarato in una precedente intervista. L’incontro, l’approccio e il lavoro con questo testo? È stato un continuo incontro e un continuo lavoro, per me un atto di responsabilità. L’approccio che abbiamo avuto con la regista è stato quello di non partire con delle idee, ma di farle emergere nel mentre, vedere cosa succedeva. Ci siamo messe in contatto col sentire, ho iniziato a leggere ed è stato come arrivare in una città e dire iniziamo a camminare, vediamo l’effetto che fa. La scrittura della Kane segue il contenuto del testo, dunque è frammentaria, a un certo punto ho dovuto studiarlo a memoria, cosa che non mi appartiene fare. Era bello passare da un verso all’altro, leggere i salti e gli stacchi, ma non se ne usciva fuori, mentre una volta che l’ho imparato a memoria, mi son messa in piedi e l’ho recitato ed è stata una sorpresa, come se avessi trovato la formula magica per spalancare la porta. Ecco, quindi, il rito, la sua potenza, come quando si impara una preghiera e la si recita, si smuovono sensi nascosti. Ho iniziato ad addentrarmi in questo flusso di coscienza che è il testo della Kane e questo mi ha permesso di portarlo in scena e interpretarlo.

Psicosi ha riscosso e continua a riscuotere molto successo e per ottenere ciò sicuramente è fondamentale il lavoro armonico fra regista/attore. Nel lavoro con Valentina Calvani dove rintracci la forza della vostra collaborazione? Ci vogliamo molto bene. Una risposta semplice, forse troppo, ma il solo dirla mi emoziona. È un supporto spontaneo il nostro, un rapporto di cura e attenzione, vero. Il sapere che si ha di fronte un tipo di persona che non si dimentica. Mi fa commuovere ciò perché mi ricorda che c’è tanta dimenticanza nel mondo.

Il teatro per me è immagine” rilasciò Sarah in una sua intervista. E effettivamente ti sei confrontata con una scrittura densa che fa interrogare sulla relazione tra corpo e voce. Come hai tradotto in movimento le parole di Sarah Kane, come hai pensato di trasporre la scena sensibile e viverla col corpo? Riprendo in tal caso le parole di Enrico Fiore che mi descrisse come un’attrice prensile, cioè che non penso solo con il cervello, ma con tutto il corpo, come un animale. Mi ha particolarmente colpito questo commento, molto più di altri, perché è risuonato internamente come vero, legato alla sfera dell’istintività ragionata. Il paragone con l’animale è quanto di più vicino al nostro sentire, anche nel laboratorio che ho fatto su Psicosi, ho fatto toccare la terra, elemento scenico dello spettacolo, dicendo “Prima di parlare aspettate che arrivi un pensiero”. Riprendo qui il discorso della danza, è importante sapere chi si è, così da capire che tipo di filo è stato tirato per farti entrare in un determinato racconto. Io, non a caso, resto legata alla danza, anzi la danza resta dentro me, la parola è la punta del iceberg, tutto quello che ci sta parte dal corpo. Tocca restare in connessione, fiutare e ascoltarsi per dar voce poi alla parola e viverla quindi, quella della Kane poi è poetica, viscerale, carnale, prensile e tattile, appunto. Quest’istintività del corpo è legata comunque a una scelta, a un pensiero, la razionalità non esclude il sentire o l’impulsività, sono due elementi che convivono. Quindi la vocalità, la maestria di Sarah con la parola pensata non esclude che non ci sia un totale sentire viscerale. Il corpo non esclude la voce.

A questo punto darei voce, invece, a una spettatrice. Con Missioni Teatrali abbiamo deciso di permettere anche al pubblico una maggiore interazione con voi artisti. E dunque, Flaminia Padua ti chiede se nella tradizione teatrale che ha ripreso più volte la Kane vi è un’interpretazione o rifacimento in particolare che ti ha influenzata e se pensi ci sia stato, delle volte, un fraintendimento della figura di Sarah. Riguardo le interpretazioni quando ho lavorato allo spettacolo non avevo visto ancora niente, e devo dire mi è stato molto d’aiuto. Mi è piaciuto molto leggere le interviste fatte alla Kane, capirla. Faccio sempre mettere un estratto di intervista dove parla delle sue opere che vengono reputate come lavori depressivi, e lei risponde con “io rappresento le cose perché non accadano”. Questa sorte riguarda tanti autori, in lei diventa emblematico perché ha scritto poco, su argomenti circoscritti e molto forti, quindi ecco il fraintendimento, ovvero la costruzione di un personaggio sulla certezza di alcuni elementi. Ci si dimentica che non si possono risolvere le cose con degli stereotipi, non si possono ridurre con tanta facilità di linguaggio, scadere nel banale, tocca trattare la materia con rispetto per la sua profondità. Siamo sicuramente sulla linea del tragico, ma lo interpreterei più in senso classico, come rappresentazione dell’animo umano e della sua complessità. Una rappresentazione alta, siamo su un altro livello .

A luci spente cosa ti porti dietro? Sempre la stessa sensazione, esco da questo spettacolo colma. Mi viene da pensare appena dopo i riflettori “Che peccato che è terminato, che peccato che non ci sei più”. Avviene anche in me la catarsi nel recitare questa preghiera scritta da una donna che è riuscita a chiudere un testo tanto forte con una frase così potente: “Aprite le tende”

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