Esperienza di una sera, Del Bono e la musica di Balanescu. Le possibilità della gioia

Conclusa da poco la quattro giorni di Pippo Del Bono presso il Roma Europa Festival si risveglia un fremito antico legato al mondo sottile delle sensazioni, è ripensando ai momenti dello spettacolo, infatti, che si riprova quello stato o istante dove ci si sente predisposti ad esser svuotati e riempiti quasi contemporaneamente.
Un effetto innescato da “Adesso voglio musica e basta”, rassegna di teatro radicato alla musica, dove Del Bono dichiara di esser sempre tornato e che lo accompagnerà nelle differenti serate grazie alla presenza di quattro ospiti, legati all’artista per un individuale motivo.
Non si tratta degli spettacoli firmati dal regista ligure a cui siamo abituati. Non ci sono, dunque, Bobò, le parabole sulla guerra, l’emarginazione o un tema preciso stabilito, ma tutto questo, insieme e concentrato in un’opera “minore” che ricorda come nel suo teatro “c’è la vita e si sa”. Di tutto ciò che è stato il suo vissuto, infatti, Del Bono ha fatto anche la sua arte, la malattia, la guerra, le lotte, i cari, una quantità di materiale così emotivo, duro e delicato che potrebbe facilmente cadere nel banale. Così com’è facile per l’artista inciampare nel rischio di ripetersi ostinatamente e noiosamente in quelle che sono certezze. Nell’andare ad assistere a uno spettacolo di cui si può supporre lo stile perché si conosce l’impronta, interiormente si teme sempre di restar delusi, ma ciò che salva l’artista, in questo caso, non è solo la capacità di riportare l’affezionata intimità spolverata, quanto più il suo essere. Il suo punto di forza risiede nella capacità di sentirsi e trasmettere tutta la disperazione e tutta la gioia provata, due estremi che emergono nelle sue opere e arrivano dirette. Si tratta di doni evidentemente. Vi sono molti artisti che possono fieramente affermare di “essere attori” consapevoli di emozionare, comunicare, con alcuni si può osare anche oltre, vi sono alcune particolari personalità che infatti “fanno teatro” e son coloro che anche stando fermi sulla scena si portano dietro un’aurea, si entrano ed entrano dentro, generano un fenomeno, nel senso etimologico dell’apparire. Come Pippo altri, ognuno con il suo personalissimo essere, e anche in quest’occasione, il suo presentarsi in maniera vera, tangibile, certificata e condivisa lo ha reso autentico.

Nel nuovo spettacolo il collegamento è l’amore in tutte le sue forme, di queste “Amore e carne” è il primo ingresso, la prima serata, che vede ospite il violinista rumeno Alexander Balanescu. Articolato con informale leggerezza, un palco vuoto e due sedie ospitano due grandi forze che riempiono la scena, Del Bono presenta il celebre violinista con la non convenzionalità che si riserva ad un amico di vecchia data o ad un’anima affine e da lì la loro intesa verrà tutta espressa in musica e parole. Balenescu si conferma maestro della musica, inconfondibile per il tocco e l’emissione di vibranti acuti, nessuna pretesa di dominare lo strumento, ne asseconda invece il suono, è il violino a condurre e, se viene rispettato, fa mostra disarmante della sua potenza, del suo saper struggere o sedurre. Agli accompagnamenti delle riflessioni, dei monologhi e delle interpretazioni si alternano momenti di assolo, dove par quasi sentire la colonna vertebrale e le braccia tese verso l’inafferrabile nota più estrema. Un crescendo e una sintonia evidente quella fra i due, dove il musicista non è solo importante affiancamento, ma parte interattiva, che partecipa non solo con lo strumento ma anche nella musicalità di una lingua altra, che Del Bono si appresta a tradurre in dialogo frontale col pubblico. Balanescu, seduto e assorto, racconta di una collina, quella collina dove ha imparato a sopravvivere alla prima separazione, un luogo dove si matura molto presto e fra questi intermezzi si articola il teatro. Qualche sbavatura si rintraccia in una struttura drammaturgia non troppo solida fra i versi di Pasolini, Eliot e lo stesso Del Bono, ma la chiave per svoltare sta sempre lì, nel suo essere epiteliale. La poesia è cucita al suo esagerare ed esser delicato al contempo, una contraddizione come il suo corpo imponente, che chiunque immaginerebbe sgraziato nel movimento e che si esprime, invece, con una delicatezza totale, restituendo al corpo un’armonica danza snodata, estatica per scioglimento.Totalmente libero di esprimersi e rispettoso del corpo si ferma quando vuole respirare, si accascia sulla sedia quando è stanco, in un dialogo di artificio studiato per la scena e vero ascolto del corpo. Leggerezza e densità, il volto sorridente che si trasforma e lascia scorrere la fatica. Saprà riprendere la danza, balla col riso del folle che è consapevole più di chiunque altro perché sa sentirsi e sa fare di quel corpo oggetto di grazia, fra saltelli e volteggi ci insegna che non è una coreografia la sua ma è l’anima stessa che si muove svincolata e se l’anima si mostra intera il risultato esterno sa di libertà. Quasi che torna in mente una frase che Nietzsche scrisse in Così parlo Zarathustra – della conoscenza immacolata: “Osate almeno a credere a voi stessi – a voi e alle vostre viscere! Chi non crede a se stesso, mente sempre. “ In lui tutto è parlare con le viscere, lo sono i vagiti, i gorgheggi, i versi, quelle vocali finali allungate e risuonanti profondità, riconducibili a qualche atavica memoria, un’urgenza di cura. Cura è parola implicita e fondamentale del teatro di Del Bono, un fil rouge che è attenzione, bisogno, amore, presenza. Il suo stesso studio sulla voce è minuziosa cura, esercizio di connessione con il dentro e le ferite, quelle a cui lui arriva e vuole trapassare per ricavarne, infine, la gioia. “Il fiume il bosco cantano un canto di felicità che sale verso la luce”. Questa redenzione risiede nell’amore, una preghiera di bellezza.
Lo spettacolo procede così, nel ricordo dell’incontro fra i due, la nascita del concerto “Questo concerto è il mio incontro con il violino. Il violino che suonava mio padre alla sera quando tornava da lavorare. Il violino che un giorno ha venduto” e improvvisamente si fece triste. Una volta sentito suonare Balanescu a Del Bono parve di udire gli urli dell’anima, fra i due un appuntamento e si parlò di poeti, rivolte, vuoti, di questo buio, dei padri e le madri. Voragini le loro presenze che han connesso grazie al teatro e alla musica i fili che vanno oltre le barriere linguistiche, le differenze. Fu una lunga notte, dicono e “So poco della notte, ma la notte sembra sapere di me, e in più, mi cura come se mi amasse.”
E quest’amore, che ritorna incessante, è declinato con la carne, perché il tocco, la materialità, l’insistenza delle cose è necessaria appartenenza, fa parte della natura stessa, lo si sente “Quando si è distesi sulla valle
che la terra è traboccante di sangue, e che il suo immenso seno in cui un anima pulsa è amore e carne”. Si svela tutto, la danza, la musica, il teatro in ululato che è disperato e folgorante di bellezza. “Questo amore cosi violento cosi fragile cosi tenero cosi disperato”.
Anche qui ritorna la preghiera, l’inno alla bellezza, dalla disperazione alla gioia e alle sue possibilità, le sue immagini infinite.
Nel circolo che è quello dell’araba fenice, che è un augurio, una speranza e una promessa rigenerante, questo è Del Bono e il suo teatro concerto, rigenerato dalla sua stanchezza, in resistenza, che recita fermamente “Torneremo ad essere”.

Written By
More from Erika Cofone

Intervista a Riccardo Brunetti sul nuovo spettacolo “La Flueur: il fiore proibito”.

Da esperimento a esperienza. Dopo “Augenblick: l'istante del possibile”, prima prova di...
Read More

Lascia un commento