Lo straniero. La difficoltà del restituire.

In prima assoluta, nei locali del Teatro Studio Uno, l’accogliente spazio di Tor Pignattara, va in scena Lo Straniero, reinterpretazione dell’opera di Camus, riconosciuta come capolavoro della letteratura del Novecento. La nota trama ripercorre le vicende che ruotano attorno alla vita di Meursault, il protagonista, e il suo approccio nei confronti di queste. In un contesto scenografico semplice, si apre la scena con la notizia della morte della madre del protagonista nell’ospizio dove ormai viveva, luogo con cui il giovane dovrà relazionarsi. Il pensiero della madre defunta quasi scompare, viene ripreso successivamente, come dovere al quale non ci si deve sottrarre. Al ritorno dall’ospizio, un incontro al mare con l’ex collega Marie, con cui inizierà una relazione, lascia presagire un senso di scuotimento alla storia che però è caratterizzata da quell’interesse e quella passione percepibile ma bloccata, indifferente, estranea che rende il protagonista lo straniero da cui prende nome il libro. Nella storia diversi personaggi, un vicino di casa e il rapporto che si va instaurando, le ripercussioni di questo rapporto sulla vita di Meursault, che uccide un uomo in cerca di vendetta perché fratello della donna maltrattata dallo stesso Raymond, il vicino. In prigione e sotto processo, Meursault viene condannato a morte e anche qui è sempre accompagnato da questo atteggiamento misto a rassegnazione indifferente della vita e delle sue dinamiche, anche la morte e il gesto compiuto passano come atto irrilevante per lui, un colpo di scena che acquista piattezza e inerzia. Procede così, con uno scorrere passivo l’attesa del giorno dell’esecuzione, verso la fine solo si scorge un lontano sentore di calore, come un ricordo di un’emotività passata, intiepidita, accantonata. Di questo romanzo numerose sono state le chiavi di lettura che vi hanno scorto una forma audace e originale di ribellione nei confronti di una società i cui dettami giudicano e condannano chi non si attiene alla prassi o alla manifestazione dei comportamenti reputati corretti. Una società in cui essere fuori luogo non desta indagine, riflessione e curiosità ma critica e rifiuto, emarginazione, alienazione. Nel contempo l’indifferenza e lo straniamento più totali che si scorgono nel protagonista di Camus, tanto da dipingerlo come un soggetto apatico e a sentimentale, lasciano una mescolanza contrastante dove quasi non ci si riesce a figurare un’entità così impassibile. Questo processo che non ci fa comprendere appieno il comportamento di Meursault e l’avvertire un’eco più profonda che sosta dietro la patina dello straniero, una grande solitudine, un non volersi adattare alla convenzionalità e all’ipocrisia, un’alienazione più ragionata, ci fanno spontaneamente e naturalmente affezionare a questo personaggio che sentiamo complesso e nel contempo chiaro, ossimorico nella sua presunta integrità distaccata dagli eventi e dalle emozioni. Risulta chiara e attenta l’intenzione degli attori nel voler riportare tutte queste sfumature, non sempre però l’intenzione corrisponde con il risultato. A una regia pulita e curata nel dettaglio si somma qualche difficoltà di comunicazione che non ha tanto a che vedere con la capacità attoriale. Il quartetto di attori composto Marco Usai, Tiziano Caputo, Agnese Fallongo e Mario Russo, e seguito nella regia da Lorenzo De Liberato, si impegna e desta interesse, conferisce ad un testo di difficile interpretazione una certa freschezza data sicuramente dall’approccio alla recitazione e dalla giovane età. Interessante l’ingegno scenografico della sabbia che cade a pioggia che spezza l’andamento lungo dello spettacolo con un effetto diretto e minimale, così come gli stacchetti canori e semi cabarettistici che arricchiscono e personalizzano lo spettacolo, resta tuttavia il peso della condizione di Meursault che deve sì, essere trasmessa allo spettatore e destare attrazione tanto da attivare una totalizzazione con il testo, la drammaturgia e il resto. Dovremmo sentirla nostra quell’indifferenza, ma nel senso della comprensione, invece il rischio sta nel fatto che l’indifferenza si ripercuota nei confronti dello spettacolo, dal quale a un certo punto ci si ritrova staccati. Le parole di Camus sono parole difficili, la paura di osare per non tradire la fedeltà al testo, probabilmente, e la complessità del testo stesso, del suo tessuto rappresentano la sfida più grande dove è facile scivolare. Teatralmente è un rischio che forse tocca correre. Sicuramente restiamo curiosi di veder approfonditi altri lavori di un gruppo che ha trasmesso intesa e complicità, altre relazioni con lavori introspettivi e complessi che stimolano l’essere fra lo stare e l’andare oltre

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