L’Unione europea tra delocalizzazione dell’accoglienza ed esternalizzazione delle frontiere

La mobilità è caratteristica propria del modo di essere e di riprodursi delle comunità umane. Questa caratteristica, forse con un impegno politico europeo sconosciuto prima per determinazione, sembra essere violata in Europa con l’esistenza di frontiere spesso presidiate militarmente e severi controlli riguardanti non solo i migranti genericamente intesi ma anche i profughi e richiedenti asilo. Nel corso degli ultimi anni l’Unione Europea è stata protagonista di unprocesso di gestione dei flussi migratori e dei propri confini sempre più securitaria. Il numero di ricerche europee che dimostra un’involuzione del concetto stesso d’Europa legato all’affermarsi di politiche securitarie aventi come scopo quello di limitare, respingere, vigilare sui migranti, compresi i profughi, attraverso un approccio principalmente formale, così escludendo valori e principi fondamentali contenuti ad esempio nella Convenzione di Ginevra, sono sempre maggiori e spesso analizzano anche le conseguenze che tali politiche determinano sulla vita di centinaia di persone respinte o espulse. Si tratta spesso di conseguenze drammatiche.

Con la creazione in Europa dello Spazio Schengen, nato dall’omonimo Accordo del 1985 per l’eliminazione progressiva dei controlli alle frontiere interne e l’introduzione di un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, ha preso vita un “dispositivo confinario” che ha ridisegnato i meccanismi nazionali e sovranazionali di controllo e avviato un processo di loro “esternalizzazione” che ha compreso i controlli1. Tra i nuovi confini progettati in relazione alla mutata geopolitica globale e ai flussi migratori conseguenti c’è ad annoverare anche il Mediterraneo, che da mare da navigare e sintesi delle culture mediterranee è diventato invece un nuovo confine “militare-umanitario”2.

Nella normativa comunitaria sull’immigrazione e sull’asilo si sono sviluppate due anime opposte fondate su sicurezza e integrazione. L’armonizzazione normativa tra gli Stati membri è finora avvenuta esclusivamente “in negativo”, ovvero con la diffusione di pratiche repressive e di sottodeterminazione degli standard dei diritti riconosciuti: la pratica dell’espulsione/allontanamento dei migranti compresi i richiedenti asilo rischia di diventare il filo rosso che unisce gli accordi di riammissione, i centri di detenzione, la protezione e i controlli delle frontiere. Ciò a fronte di una carenza di condivisione degli approcci “positivi” e delle regolamentazioni ispirate ad una visione complessa e multi-dimensionale e non solo securitaria del fenomeno migratorio, con interventi settoriali e limitati sul terreno della cosiddetta “integrazione”. Per quanto la mobilità umana sia sempre esistita, si tende a considerare l’immigrazione “irregolare” un fenomeno “patologico” recente derivante dalla crescita quantitativa dei flussi migratori diretti verso l’Europa. È questa un’interpretazione non condivisibile sul piano storico e gravemente ideologica, volta a rappresentare un’eccezionalità che legittima ansie e paure diffuse di invasione, che peraltro legittimano norme discriminatorie e repressive e aiutano la crescita di partiti e movimenti xenofobi e razzisti, politiche emergenziali e sistemi criminali.

Questa tendenza è accompagnata e rafforzata dalla percezione, costruita socialmente e mediaticamente, secondo la quale i migranti si dividerebbero in sé e non ex lege in regolari ed irregolari. I due fenomeni sono invece intimamente intrecciati: la migrazione regolare spesso facilita quella irregolare attraverso reti migratorie; l’ingresso regolare spesso precede un soggiorno irregolare e molti migranti, attualmente con i documenti, ne sono stati privi in alcuni momenti. È perciò più corretto parlare di condizioni di regolarità e irregolarità in cui le persone che migrano si vengono a trovare. L’analisi delle dinamiche migratorie del Novecento dimostra che un’importante componente irregolare di ingressi c’è sempre stata in Europa ed ha trovato, fino alla metà degli anni Settanta del Novecento, percorsi di integrazione sociale e lavorativa. Sono state scelte politiche precise in termini di regolamentazione giuridica delle migrazioni a creare, a partire dalla metà degli anni Settanta, i “clandestini” in risposta alla crisi economica di quegli anni3. Il contrasto dell’irregolarità, che da allora ha assunto un’importanza sempre più pervasiva nelle normative europee, non ha ridotto la componente non regolamentata dell’immigrazione ma ha dato vita ad un meccanismo di “integrazione subordinata” e di “collocazione marginale” di tale popolazione, funzionale ad un contesto socio-produttivo caratterizzato da una crescente precarietà, da una riduzione delle prestazioni dello stato sociale e da un generale abbassamento delle tutele e dei diritti del lavoro4. Non resta che approfondire questo tema per comprendere se viviamo e vivremo nell’Europa dei confini militarizzati e della sottodeterminazione dei dititti o in quella dell’accoglienza, dei diritti e della giustizia.

1. Gisti, Externalisation de l’asile et de l’immigration. Après Ceuta et Mellila, les stratégies de l’Union européenne, giornata di studi, Parigi, 20 marzo 2006; Cuttitta P., 2007, Segnali di confine. Il controllo dell’immigrazione nel mondo-frontiera, Mimesis, Milano.

2. Tazzoli M., La politica a intermittenza della mobilita e il confine militare-umanitario nel Mediterraneo. Mare Nostrum oltre il mare, in Migranti e territori, a cura di Omizzolo M., Sodano P., Ediesse, Roma, 2015.

3. Bascherini G., Le politiche migratorie in Europa: uno sguardo comparato, 2009, università di Perugia.

4. Omizzolo M., Sodano P., Migranti e territori, Ediesse, Roma, 2015.

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