Totò e Vicé, la tenerezza necessaria

Al teatro India è andato in scena uno spettacolo necessario. Necessario perché tocca ricordarsi di quella leggerezza che non è superficialità, di quella delicatezza nell’avvicinare una materia sensibile. Torna in scena Totò e Vicé, un’opera di Franco Scaldati, messa in scena da Stefano Randisi e Enzo Vetrano. A quattro anni dalla scomparsa del regista, una figura unica nel panorama contemporaneo, Randisi e Vetrano si accompagnano mano nella mano su di un palco essenziale, con una sola panchina al centro, buio, circondato interamente e illuminato da candele accese. “Mi piace il buio. Il buio mi sembra come una casa con molte stanze” scriveva John Cheever, e effettivamente in quell’atmosfera fioca si aprono tante porte. In una dimensione onirica, che sottilmente lascia presagire un discorso intimo sulla morte e sulla vita, si percepisce la tenerezza che presto verrà trasmessa da Totò e Vicè, la vitalità e la fantasia dei due. Questi due personaggi spuntati dalla penna di Scaldati esplicitano proprio ciò che l’autore stesso dichiarava riguardo la funzione del teatro: “ A che serve il teatro? È una forma d’arte che implica immediatamente l’uomo, che obbliga a vivere, a incontrarsi e scontrarsi”. E questo accade, un incontro che è quasi scontro di identificazione fra attore e spettatore, grazie alla parola che supera se stessa, va oltre e si fa anima, si sentono subito vicini, dunque, Totò e Vicé, due amici che portano fra i cappotti rovinati e nella valigia la malinconia tipica del clown, lo sguardo perso di chi percepisce ancora del favoloso e l’andamento vagabondo del clochard, la loro velata tristezza che accompagna i continui interrogativi è la nostra, la bellezza e lo sguardo sognante anche. Momenti piccoli, nel senso di morbidi attimi che vengono trasmessi con premura, da prendere delicatamente e racchiudere nel palmo di una mano, vengono restituiti assieme a ilari spazi dove i due domandano perplessi e sogghignanti “Ma chi ha messo il sale nel mare?” e arrivano poi alla conclusione che “Facciamo tutti e due gli stessi sogni”. La scrittura palermitana originale è stata tradotta e reinterpretata, senza abbandonare mai totalmente la cadenza e le varie espressioni dell’idioma, ricordandone così la provenienza e personalizzando la recitazione. Una recitazione pregna di qualità e forza scenica, dovuta a un rapporto saldo, una collaborazione che dura da più di trent’anni, che lascia intendere la consapevolezza, la sintonia e la complicità fra i due artisti. Si respira e ci si alza a fine spettacolo assaporando ancora un calore che porta a riflettere sul perché serve questo a teatro, perché la tenerezza, perché le parole gentili e sognanti, perché la semplicità. Perché tutto ciò avvicina, mette in comunione, perché permette di identificarci, comprendere, continuare ad amare. Ci sono spettacoli immortali dunque e messaggi eterni, che sono piccoli e preziosissimi doni.

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