Potere, Partito, legge elettorale e costituzione in Georgia

Scrivere una legge elettorale è sempre un passaggio politico ed istituzionale combattutissimo. Lo diventa ancora di più quando si decide di includere la legge elettorale nella costituzione. E il conflitto raggiunge l’apice quando la riforma della legge fondamentale è estesa, e discussa in un contesto politico polarizzato.
Che in Georgia la riforma costituzionale sarebbe arrivata, e che non sarebbe stata una passeggiata farla lo si sapeva già dallo scorso anno. Nell’ottobre 2016 il Sogno Georgiano (SG) vinceva le elezioni parlamentari – dopo la sua prima legislatura al governo, 2012-2016 – raggiungendo da solo 115 seggi su 150. La Georgia ha un sistema elettorale misto, e il SG otteneva 44 seggi con il sistema proporzionale, 71 con quello maggioritario. I seggi restanti andavano al Movimento Nazionale Unito (MNU, 27 seggi), ai Patrioti (6) e agli Industriali (1). Numeri che lasciavano presagire che nel portare avanti il proprio programma politico il SG avrebbe potuto mettere mano alla Carta.
Ormai è una tradizione: ogni governo in Georgia emenda, a volte piuttosto radicalmente la costituzione. Ogni emendamento altera la Carta in modo spesso che poi siano necessari degli aggiustamenti che aprono poi a una nuova più vasta riforma.
Basta pensare alla forma di governo, con il presidenzialismo che si dilata, espande e trasborda e poi si contrae, fino a essere ormai con gli anni contati. Un presidenzialismo forte quello del primo governo Saakashvili (MNU), poi ridotto con riforma costituzionale nel suo secondo mandato. Con la riforma in corso, la transizione al parlamentarismo dovrebbe essere completa, e la Georgia figurerebbe fra i pochi – ma in aumento – paesi post sovietici che scorporano poteri dalla presidenza e li trasferiscono, in teoria al parlamento, in pratica molto spesso al partito maggioritario di governo.
E questo è uno dei motivi per cui concordare una legge elettorale diventata ancora più difficile, soprattutto quando il partito che ha lanciato la riforma è in condizione di dettare legge, letteralmente. Ed effettivamente la prima bozza avrebbe garantito un afflusso di preferenze verso il primo partito: si passava al proporzionale puro per tutti i seggi, si manteneva uno sbarramento alto,  si imponeva la non creazione di blocchi elettorali con quindi probabile dispersione di voti in partiti minori, e si introduceva un bonus che ridistribuiva i seggi vacanti al primo partito. Si noti che lo sbarramento del 5% ha causato problemi di sottorappresentanza nelle ultime elezioni. Quattro partiti hanno superato il 3% delle preferenze ma non hanno ottenuto alcun seggio perché non hanno raggiunto lo sbarramento. Nelle elezioni del 2016, inclusi partiti minori, il 18% delle preferenze al proporzionale non si sono tramutate in seggi, il che apre solleva la spinosità relative al criterio di rappresentanza, pilastro di un parlamento democratico.
Durissima la negoziazione sulla nuova legge, cui ha partecipato e in cui ha cercato di mediare anche la Commissione di Venezia per la Democrazia attraverso la Legge, organo del Consiglio d’Europa con funzione di consulenza legale. Fra il settembre e l’ottobre la seconda bozza della riforma costituzionale è passata attraverso a una serie di passaggi caratterizzati da il rincorrersi febbrile di date e colpi di scena. Quasi rocambolesco l’autunno della riforma: il 4 ottobre il Presidente incontra i rappresentanti di SG, che gli confermano l’apertura a 2 emendamenti sul testo approvato il 26 settembre, concordando quindi in vi di principio un suo rimbalzo della legge per poterli includere. Il 5 tocca all’opposizione, che dei circa 20 emendamenti spinge su 4. Il 6 tocca alla Commissione di Venezia, che emette un secondo giudizio. Il 9 il presidente pone il veto sulla legge, ma a sorpresa non solo per quanto riguarda i punti concordati con le forze politiche, ma aggiungendone uno tratto dalle raccomandazioni della Commissione di Venezia e un suo spunto. Il 13 un voto parlamentare – 117 a favore – da con colpo di spugna al veto presidenziale. Il 20 ottobre di conseguenza il presidente Giorgi Margvelashvili firma la bozza in legge.
Alla fine di questa battaglia, che ha infiammato le forze politiche ed assai meno l’elettorato, la Georgia s’incammina verso un futuro di democrazia parlamentare, ma la vera trasformazione sarà completa solo dal nuovo decennio, quando si eleggerà con nuove regole il parlamento e il presidente. Per il momento il prossimo appuntamento è quello per le presidenziali del 2018. Margvelashvili, che non nasconde l’intenzione di voler candidarsi a un secondo mandato pur avendo perso il sostegno di SG che lo aveva portato al successo nel 2013, potrebbe essere – se rieletto – l’ultimo presidente georgiano ad ottenere l’incarico con voto popolare diretto.
Anche l’ottobre 2018 sarà quindi un mese caldo per la politica georgiana, ma intanto è incominciato il percorso di cambiamento costituzionale, e – almeno nei corridoi e nelle aule – le tensioni continueranno ad animare il dibattito parlamentare. Molto meno le strade del paese: forse anche per i continui ed altamente politicizzati emendamenti, la coscienza di una solida cultura costituzionale non smuove gli animi dei cittadini.
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