Luciano Melchionna e la dignità dell’essere artista.

Sono passati ormai dieci anni, ma c’è chi rivendica ancora l’originalità di Dignità autonome di prostituzione. Uno spettacolo che diviene grandioso nella sua esibizione, coinvolge un numero importante di artisti, tecnici, pubblico, un progetto che vuole essere “casa” per le attrici, gli attori e gli operatori del settore che si identificano in un tipo di vita molto spesso sfruttato o che rischia di dover scendere a compromessi. Dalla condizione dell’attore e dal riscatto del suo ruolo si scorgono continui riferimenti a una condizione più universale, storie forti di donne e uomini all’interno di un grande carrozzone colorato che mescola il riso al pianto. L’ideatore di questa grande macchina, che continua a far parlare di sé, si apre alle domande e ci racconta la strada che ha seguito fino ad oggi lo spettacolo.

Prima di affrontare Dignità, parliamo di Luciano, il regista che si muove fra teatro e cinema. Chi era e come lo vedi collocato ora?

Bellissima domanda per partire, mi fa ricordare il motivo del mio essere qui e ricordandolo rivive. Luciano ha cinquant’anni e ha ripreso a ricercarsi, accade sempre, e ciò mi fa capire quanto sia vera la frase di Thomas Bernhard “nella direzione opposta”. Tocca avere il coraggio di andar contro a volte, anche contro quello che si era deciso di fare, per poi tornare sui propri passi con una nuova consapevolezza. Ad oggi vedo lo stesso bambino che voleva fare, realizzare e arrivare a tutto ciò. Con ostinazione e entusiasmo ci ha creduto e investito nel corso degli anni, anche a costo di non mangiare delle volte. La temerarietà per riuscire a continuare il mio percorso nel teatro era più forte. Da piccolo, appunto, sin dalle semplici recite scolastiche ho avuto un trasporto totale per tutto ciò che riguardava la recitazione e il teatro, e devo dire che è una fortuna sentire una sorta di fuoco sacro dentro che ti fa essere consapevole di quello che vuoi fare. Vedo molti giovani che non sanno che direzione prendere e non sono nemmeno aiutati in questo, i giovani artisti soprattutto, se provano ad aver chiaro un obiettivo rischiano sempre di doversi scontrare con situazioni più delicate. Il teatro, poi, è effettivamente in crisi, ma credo sia una condizione eterna questa, è costretto a vivere sempre periodi bui perché al primo problema o tentennamento nel sistema economico la cultura subisce immediatamente tagli o restrizioni. Possiamo a ragione dire che il teatro è davvero, anche in questo senso, lo specchio della vita, poiché riflette ciò che accade. In risposta a questa crisi, comunque, nasce Dignità, un progetto che vuole tutelare gli artisti.

In un’intervista infatti dichiaravi che “c’è tutta una generazione di attori disoccupati, costretti a sottomettere il loro lavoro a prestazioni dubbie per esercitare la professione”. Di questi giorni poi sono i dibattiti e le polemiche sullo sfruttamento o addirittura le violenze nel mondo dello spettacolo. Comunque, lo spettacolo vuole essere una forma di denuncia e riscatto?

Di denuncia assolutamente, che secondo me funziona se la si applica costantemente e individualmente. Io non credo tanto nella capacità di cambiamento delle grandi rivolte quanto più nei piccoli gesti individuali che poi diventano collettivi. Questo spettacolo si è trasformato negli anni in un gesto più grande, dove gli artisti sono aumentati e io sto sempre più pensando di realizzare un nuovo format per dare un’altra casa e aprire altre possibilità anche ad altri artisti.

Appunto sono passati dieci anni dalla prima messa in scena di Dignità Autonome di Prostituzione, ma partiamo dall’origine. Il nome, incisivo e diretto, abbiamo spiegato che esplicita una denuncia, però da dove nasce l’intuizione? Inoltre, quali stimoli, influenze e ricerche hanno arricchito il processo creativo?

L’idea parte da lontano, allestivo già varie “stanzette” in giro, con monologhi scottanti. Poi ho conosciuto Betta Cianchini e in uno spazio gestito da lei abbiamo creato le ormai note “pillole di piacere”. Io ero tornato da poco da Amsterdam e l’esperienza mi aveva alquanto segnato. La famosa zona rossa, dove ci si va goliardicamente a divertire era a colpo d’occhio teatro puro, dietro la visibilità, l’apparenza e il gioco abbagliante restano le donne nelle vetrine. Quei loro sguardi parlavano e raccontavano tante storie. Per me il teatro è innanzitutto questo, contrasto, e lo riporto in questo spettacolo nell’alternanza fra divertimento e il racconto di storie difficili. Riguardo la ricerca e gli stimoli vorrei farti molti nomi, ma ogni volta non riesco a compilare liste, interiorizzo tutto. Di me ho capito che sono davvero una spugna, tutto ciò che assorbo poi mi scorre dentro e nascono cose che sicuramente han dei richiami ma sono la mia personale visione. Sicuramente un maestro su tutti per me è stato e continua ad essere Ronconi, il mio lavorare in modo “anomalo” e l’attenzione continua alla parola lo devo a lui.

Questo riguardo nei confronti della parola hai voluto poi farlo diventare libro…

Esattamente. In anteprima è uscita “Dignità – mono-luoghi per attori, spettatori e lettori attivi”, la raccolta di monologhi teatrali edita da ChiPiùNeArt. Tanti spettatori nel corso degli anni mi han chiesto di poter leggere quelle parole, volevano ritrovarle e io, senza presunzione alcuna e senza falsa modestia, posso confermare che so bene cosa scatenano quelle frasi, quelle trame, a me, ai miei artisti, al pubblico. Dunque è stata una gran bella occasione quella offerta da ChiPiùNeArt.

E tornando a quegli occhi di cui parlavi…lo spettacolo si presenta come un grande cabaret decadente che racconta storie profonde e vite spesso violente. Uno scavare in dei vissuti che fa emergere quale dramma esistenziale? E soprattutto il teatro salva da questo dramma?

Io ne sono convinto. Lo spettacolo poi, non è una forma di intrattenimento, bensì uno stimolo per la riflessione e per il sentire. Quello che cerco di fare ha un’ambizione catartica, dove risiede sì il divertimento, anch’esso necessario, ma poi vi è una connessione emozionale che va oltre, lo dimostrano gli spettatori che escono dalle stanze, passano da me e mi chiedono un’altra storia dove immergersi, in quale altra stanza possono ancora piangere. Abbiamo bisogno di scaricare, così come di riappropriarci di questa meraviglia che sono le emozioni. Risate e lacrime assieme.

Divertimento, commozione, esposizione totale dell’attore…la restituzione immediata da parte del pubblico è dunque componente fondamentale.

Assolutamente. Gli artisti eseguono anche otto, nove volte la performance all’interno della stessa serata e non ne escono affatto scarichi, anzi, stanchi ma rigenerati. Si innesca uno scambio energetico potente. “Si sta staccando lo strumento del sentire” diceva Galimberti e questo è un grande pericolo. Io cerco di mantenerlo attivo a costo di scontrarmi con la componente del dolore, almeno si mantiene un approccio empatico. È meraviglioso poi l’incontro col pubblico che arriva in questa baraonda circense, incontra queste cortigiane disinibite e divertenti e poi assiste alla trasformazione dentro le stanze, dove tutto cambia. Lì avvengono flussi di coscienza, confessioni, poi riescono fuori e sono di nuovo nel luna park colorato e infine, la mescolanza fra euforia e dolore si conclude con una grande festa della vita, dove si dice fra le righe che è fondamentale continuare a resistere, a tutelare la felicità.

In cosa risiede quindi la capacità comunicativa, l’elemento che permette allo spettacolo di arrivare?

Tanti sono i fattori. Uno fra tutti è il non essere incastrati, non si assiste a un teatro che io a volte definisco punitivo, ma scegli dove vuoi stare e dove vuoi andare, se vuoi andare. Vorrei questo, che si tornasse a scegliere e non vederci costretti solo perché si è pagato un biglietto. Per questo parlo di spettatori e artisti attivi. Vi è poi una canzone che ho scritto, Occhi dentro gli occhi, ecco, questa forse è proprio il manifesto dello spettacolo. Le storie si scovano negli occhi, l’innesco scatta con la trasmissione a pelle e con lo sguardo, la comunicazione avviene in sala, ma il vero scambio sta nelle stanzette dove il contatto è ravvicinato.

Di queste “pillole di piacere” ne rintracci una che avverti più vicina?

Molto difficile scegliere fra i vari monologhi. Rintraccio qualcosa di autobiografico in tutti o comunque una sintonia. Forse la prima pillola è quella a cui sono più legato emotivamente, è il primo guizzo nato prima di Dignità ed è dedicata nella poesia, non nel contenuto, ad una grande attrice, considerata poco dal nostro sistema, si tratta di Tecla Silvestrini, un omaggio alla sua grandezza.

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