I colori del Re Lear ritratto da Barberio Corsetti

La decisione di mettere in scena una qualsiasi opera di Shakespeare dovrebbe sempre avere come obbligo l’assumersi la responsabilità di scelte diverse rispetto a quanto già sentito, utilizzato, visto. Che senso avrebbe, altrimenti, azzardarsi a maneggiare gli archetipi? Gli stessi con cui deve essersi misurato il bardo ispirandosi al leggendario sovrano Leir: vissuto, secondo l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, poco prima della fondazione di Roma a teatro diventerà Re Lear. E verrà definitivamente eternato come colui che rinuncia al potere ma non al suo onore: gettando la sua vita, la sua famiglia e il suo Paese nel caos. Una tragedia della Follia e della Ragione: i padri perdono la ragione a causa della folle ambizione di alcuni figli, gli stessi che ragionano follemente su come ottenere più potere possibile. Chi si sottrae a questa lotta è esiliato dalla patria per mano dei propri affetti. Ma chi vi indugia sarà, infine, esiliato da se stesso perdendo identità, umanità e la vita.

La trama è arcinota: Re Lear (Ennio Fantastichini) decidere di dividere il regno tra le tre figlie Goneril (Francesca Ciocchetti), Regan (Sara Putignano) e Cordelia (Alice Giroldini), la prediletta. In una sorta di asta dei sentimenti, chi di loro sarà più convincente nel dichiarare il proprio amore filiale otterrà il massimo dell’eredità: a differenza delle melliflue sorelle, Cordelia rifiuta di prestarsi a questo gioco sia per pudore sia nella ferma convinzione che l’affetto si dimostri nei fatti non nelle parole. Scatenando, però, la più feroce indignazione del padre: non riconosciuto il reale significato di questa posizione, la disereda e scaccia dal regno. Finirà sposa del Re di Francia (Andrea Di Casa), colpito dall’onestà della giovane – ma forse guidato anche dal calcolo segreto dei vantaggi derivanti da una eventuale guerra – tra le proteste del fedele Conte di Kent (Roberto Rustioni) che deciderà di seguirla. Al fatale litigio, oltre ai rispettivi consorti delle due principesse rimaste – il Duca di Albany (Mariano Pirrello) e il Duca di Cornovaglia (Pierluigi Corallo) – assiste anche il Conte di Gloucester (Michele Di Mauro) : a breve toccherà a lui essere vittima delle macchinazioni di un figlio, anche se illegittimo. Quel violentissimo e immorale Edmund (Francesco Villano) che, nel tentativo di riscattare la sua origine ai danni del fratellastro Edgar (Gabriele Portoghese) e dello sprezzante padre, spingerà tutti i protagonisti verso un destino di morte o infelicità. Re Lear diverrà pazzo resosi conto dei gravi torti inflitti a Cordelia solo dopo aver sperimentato quelli ad opera di Goneril e Regan: a sostenerlo resteranno solo il suo folle buffone (nuovamente Andrea Di Casa, in una interpretazione straordinaria) e il fido Conte di Kent, travestitosi da servo per poter aiutare l’anziano monarca aggirandone lo smisurato ego. Un orgoglio che condannerà anche il Conte di Gloucester: fidandosi ciecamente delle insinuazioni di Edmund, lo diverrà a causa delle torture subite. I suoi occhi, allora, saranno quelli del devoto e fuggiasco Edgar: dopo essersi nascosto nella boscaglia per scampare alle ire paterne si spaccerà per Tom di Bedlam, un povero mentecatto. Grazie a questo escamotage riuscirà a evitare il suicidio del padre, compiendo infine la sua vendetta: il cui frutto, comunque, sarà un immenso regno non voluto. E, dunque, ancor più pesante da reggere sulle proprie esili spalle, dopo che la brama di potere e quella di giustizia avranno consumato tutti gli altri.

In scena al Teatro Argentina fino al 12 dicembre 2017, la coraggiosa e riconoscibilissima regia di Giorgio Barberio Corsetti dà vita a un Re Lear sperduto in una favola di inganni antichi quanto il mondo ma che qui diviene allucinata saga familiare contemporanea. Lo provano le iniziali immagini provenienti da una telecamera a mano che consentono allo spettatore di spiare la forsennata festa dalla quale, a breve, usciranno distrutti il regno di Lear e la sua famiglia; gli splendidi costumi – caratterizzanti già nelle accoppiate di colori così come negli accessori – in meraviglioso contrasto con le scene cupe, gli spettrali carrelli industriali o le sghembe eppure curatissime scale, tutto firmato da Francesco Esposito; i video di Igor Renzetti e Lorenzo Bruno, fondamentali nel disegnare le atmosfere e nell’accennare alle più oscure passioni dei protagonisti; le pennellate musicali composte ed eseguite dal vivo da Luca Nostro a rendere ancora più reale e attuale il rapporto tra chi sta sopra il palco e chi sotto. E poi il cast, quasi tutto eccellente sebbene Alice Giroldini sia relativamente poco incisiva nel ruolo di Cordelia e Sara Putignano passi con troppa disinvoltura dalla Regan indecisa a quella inarrestabile mentre il pur bravo – specie nei panni Tom di Bedlam – Gabrielle Portoghese regge con evidente difficoltà gli scontri con il fratellastro quando si tratta di indossare nuovamente i panni di Edgard. Perché Francesco Villano è straordinario nell’infondere al suo Edmund tutte le caratteristiche che ne fanno un antieroe perverso eppure irresistibile: infinitamente umano e ferocemente animale, a contatto e incredibilmente a suo agio con quella parte di sé solitamente più inconfessabile. Che, invece, lui utilizza a suo piacimento per ottenere tutto ciò che vuole. Michele Di Mauro, Roberto Rustioni, Mariano Pirrello e Pierluigi Corallo fanno egregiamente il loro dovere, stabilendo la giusta empatia con il pubblico attraverso una recitazione intensa e coinvolgente. Spicca, inoltre, Francesca Ciocchetti che riempie la sua Goneril di una ferocia assolutamente credibile. Una menzione particolare meritano, poi, il già citato Andrea Di Casa – il cui Matto è di una spontaneità quasi commovente – e Antonio Bannò per quel suo correre su e giù per l’intera vicenda, interpretando una serie di personaggi minori con la medesima impeccabilità. Come, del resto, fa Zoe Zolferino. Infine c’è Ennio Fantastichini: sanguigno, irascibile, inflessibile eppure piegato da dolori che un re senza potere trova difficilmente sopportabili ma sotto cui un padre tradito non può che soccombere. Lottando, però, fino alla fine di quell’ultima speranza filiale rimastagli.

Se difetti ci sono, in questo spettacolo, possono definirsi veniali: uno su tutti è la superflua interruzione in due atti, che distrae il pubblico e non lo ben dispone a una seconda parte vagamente meno avvincente, sia per le ovvie conclusioni drammatiche sia per i picchi interpretativi delle stesse. Valga per tutti il duello tra Edmund ed Edgar, che non si fatica a definire goffo nel suo svolgimento. Nulla, in definitiva, che possa scalfire questo ritratto così accurato, acceso, personale, contemporaneo eppure sospeso nel tempo di Re Lear firmato Barberio Corsetti.

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