Intervista a Lorenzo Montanini

Al Teatro Studio Uno è andato in scena e sta per ripartire il seguito di “Teresa santa, puttana e sposa”. Uno spettacolo che si dilata nel tempo e una storia divisa in vari appuntamenti. Ne parliamo con il regista Lorenzo Montanini.

Uno spettacolo che ha fatto divertire, intenerire e incuriosire il pubblico dello Studio Uno. Da dove nasce la storia di Teresa? Vi sono legami con una storia vera, una leggenda o è frutto di un’ispirazione?

La storia di Teresa mi è sembrata a lungo molto significativa e rappresentativa dei nostri tempi e della nostra società. Originariamente è stata scritta da J. Amado e ambientata in Brasile, ricchissima di riferimenti, densa di tradizioni, simboli, personaggi veri e mitologici, luoghi e figure tipiche del Brasile. L’operazione che abbiamo provato a fare con Marco Bilanzone è ambiziosa: riscrivere il romanzo (in realtà una serie di 5 romanzi brevi) per il teatro e adattarlo trasportandolo in Italia. Della storia originale rimane cosi solamente il canovaccio, la lingua ricchissima di colori e immagini, lo stile che lascia molto poco all’immaginazione. Ma la storia di Teresa, un personaggio forse vissuto o forse no, a metà tra leggenda e resoconto storico, potrebbe essere la storia di tante donne in qualsiasi parte del mondo. Abbiamo scelto di raccontare la storia soltanto attraverso le voci dei personaggi che sostengono di aver conosciuto Teresa, di averla incrociata, di aver condiviso con lei una parte della loro vita. E’ ovviamente un espediente narrativo per dire che i fatti non sono mai tali, ma rimangono sempre avvolti da una nebbia di dubbio e di incertezza e un velo di magia ricopre la protagonista e la sua incredibile storia.

Quali gli spunti e le influenze che hanno arricchito la creazione di questo spettacolo cabarettistico?

Ogni capitolo della “serie” ha uno stile diverso: non solo nella narrazione, nella parte drammaturgica, ma anche nella sua corrispondente messa in scena.

La prima parte, a cui tu fai riferimento, è una delle più spensierate, in cui Teresa si prepara a debuttare come vedette per il Madamadorè, celebre locale di Sant’Esolo (il paese non esiste ma è completamente verosimile, cosi come lo sono i suoi avventori abituali e non). Solo questo capitolo ha dunque questo contesto e questa atmosfera che è quella del caffè concerto, della “rivista”, dell’avanspettacolo, come poteva essere in un piccolo paese in Italia, quando c’era ancora la lira, non esistevano i telefoni cellulari e solo poche famiglie borghesi possedevano un’automobile o un televisore.

L’operazione però è tutt’altro che nostalgica: la società che viene ritratta è molto lontana dal “si stava meglio quando si stava peggio”; l’obiettivo semmai è mostrare la complessità e le difficoltà di un mondo che oggi è spesso rimpianto, in cui si pensa che l’assenza di tecnologia e di frenesia nella vita quotidiana ci avesse preservato dal diventare quello che siamo oggi. L’ultimo libro di Zygmunt Bauman si chiama Retropia, neologismo coniato per indicare quel tipo di nostalgia per un’età dell’oro che ormai non esiste più. Bauman ci mette in guardia da questa sorta di utopia che invece di rivolgersi con speranza al futuro, guarda con nostalgia al passato. La nostalgia è un sentimento reazionario, la nostra memoria spesso rielabora e re-inventa completamente la realtà, fino a dipingere un quadro che non è mai esistito. Nella storia di Teresa c’è anche un po’ di questo mondo, dell’Italia del boom economico, della società che cambia e di quello che si nasconde sotto la superficie.

Il primo capitolo, andato già in scena, possiamo svelarlo, per far da memoria a chi ha visto lo spettacolo e per aggiornare chi non ha assistito. Ricordiamolo e nel farlo magari parliamo di questa collaborazione con lo Studio Uno che offre lo spazio e la produzione per lo spettacolo.

Nel costruire il primo capitolo (e anche adesso che stiamo per cominciare le prove del secondo) mi sembra importante sottolineare la collaborazione e la comunanza di visione e intenti con il Teatro Studio Uno. Conosco Alessandro e Eleonora da tanti anni e abbiamo cominciato a fare teatro insieme ma sono passati ormai quasi dieci anni dalla nostra ultima collaborazione. Lo Studio Uno è un luogo speciale e con pochi eguali: quando i suoi due “genitori” sposano un progetto lasciano libertà assoluta (anzi incoraggiano la sperimentazione!) sia nello sviluppo del lavoro che nell’uso degli spazi; il teatro è accogliente e intimo, degno erede delle famose “cantine romane” che per anni sono state protagoniste del teatro d’avanguardia italiano. Quando abbiamo deciso di fare Teresa, santa, puttana e sposa, abbiamo deciso di utilizzare tutti gli spazi che il teatro ha, ogni capitolo in un luogo diverso; a Maggio, quando tutta la storia verrà raccontata nell’arco della stessa giornata, gli spazi del teatro prenderanno vita uno per volta e quando lo spettatore si ritroverà ad attraversarli, ognuno di essi avrà una storia e una serie di ricordi legati al luogo. Una sala per l’infanzia di Teresa, il cortile per il suo debutto come cantante/ballerina, la sala teatro sarà la casa dove vivrà gli anni della maturità e cosi via… ho sempre trovato che il teatro (nel senso architettonico) abbia un fascino particolare alla fine dello spettacolo, quando il palcoscenico è stato “sfruttato” e porta i segni e i resti di quello che ci è avvenuto. Lo spettatore potrà liberamente girare per gli spazi, quelli già “usati” e quelli che saranno le scene dei capitoli successivi, una sorta di immersione totale, un viaggio attraverso la vita della protagonista. Anche i camerini saranno a vista e gli spettatori e gli attori condivideranno lo spazio dove si mangia e dove ci si riposa e distrae tra un capitolo e il successivo.

C’è chi l’ha definito teatronovela e infatti la trama si distende in più puntate. Senza svelare troppo diamo qualche suggestione ai lettori sui prossimi appuntamenti?

Teatronovela, serie teatrale, o come la si voglia chiamare, quella di Teresa è una storia in cinque puntate, una ogni due mesi da Ottobre a Maggio. La vita della protagonista non è narrata completamente, ma solo attraverso degli episodi significativi, dei momenti di cui si hanno notizie, in cui si sa cosa avvenne e in cui era presente qualcuno per raccontarli. A Dicembre (dal 14 al 17) andrà in scena il capitolo sull’infanzia di Teresa – La Fanciulla che sgozzò il caporale col coltello per tagliare la carne secca – che è forse la parte più oscura dell’intera storia… e il titolo in stile Wertmuller già dice molto.

Nel capitolo successivo Teresa sarà alla guida di un manipolo di prostitute, le uniche con il coraggio di andare incontro ai malati di colera durante un’epidemia, nel quarto capitolo (La notte che Teresa dormí con la morte) racconteremo la storia della parte più serena della vita di Teresa, quando diventerà l’amante del dottor Emiliano Ghedin, che le darà una casa, un’educazione, affetto e protezione ma la storia avrà un finale tragico e inaspettato. L’ultimo capitolo vede Teresa, novella Libertà che guida il popolo, a capo di una rivolta delle prostitute sfrattate dalla storica “zona” dove lavoravano, affrontare la polizia corrotta, cedere alle lusinghe di un uomo buono che le vuole bene ma che lei non ama e decidere di sposarsi. E solo al momento di giungere all’altare un colpo di scena concluderà l’intera storia restituendo un po’ di fiducia nel futuro della protagonista e dell’umanità.

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