Il lavoro sfruttato nelle campagne italiane, i percorsi migratori, l’insediamento in Italia e le condizioni di lavoro.

Da molti anni diverse ricerche e studi italiani sui processi migratori e sulle modalità di reclutamento e di stabilizzazione nei diversi territori a spiccata vocazione agricola italiana registrano almeno due importanti percorsi. Essi per un verso stabiliscono le strategie di inserimento socio-economico che caratterizzano il processo di stabilizzazione all’interno di un adeguato esercizio dei diritti di cittadinanza. Per un altro, invece, sono studi e ricerche che si concentrano sulla vulnerabilità sociale come aspetto peculiare della condizione di una parte dei migranti presenti nel Paese, poiché non in grado di esercitare appieno gli stessi diritti degli autoctoni e, dunque, versano in condizioni di povertà economica, emarginazione sociale e ricattabilità sostanzialmente permanenti.

La documentazione di quanto e in quali modi le molteplici forme di vulnerabilità segnano l’esperienza quotidiana di significative componenti di migranti, siano esse stabili o stagionali, soprattutto in agricoltura, deriva sia dal risultato diretto e indiretto di contraddizioni, lacune o rigidità delle norme vigenti e delle politiche succedutesi nel tempo, con l’obiettivo di regolare e gestire i flussi migratori e le procedure di stabilizzazione, sia dalla discriminazione e ricattabilità sociale di una parte dello stesso flusso migratorio quando esso si colloca per necessità e non per vocazione o scelta libera in alcuni specifici segmenti del mercato del lavoro che si caratterizzano per essere dequalificati, precari e soggetti a particolari condizioni reclutamento e impiego, a partire dalla tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo e caporalato.

Su questi aspetti fondamentali del fenomeno hanno destato particolare attenzione la dimensione quantitativa, la sua estensione geografica, il suo carattere sistemico e, per questo, anche ripetitivo, la sua complessità che può arrivare a definire un modello sociale organizzato e fondato sullo sfruttamento lavorativo. Le condizioni nelle quali, infatti, vivono e lavorano molti migranti non possono essere rubricate come casi di emarginazione sociale, pura espressione di violenza criminale o di particolare fragilità dei soggetti coinvolti. Si tratta invece di scelte ragionate di politica di regolazione e di non regolazione di segmenti ampi dei mercati di lavoro agricoli. Una condizione sistemica e determinata da scelte precise, dunque, dentro le quali comprendere l’origine e la dinamica anche del caporalato, almeno nella sua forma moderna.

La stessa tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo negli ultimi anni è messo in evidenza da indagini, ricerche, azioni sindacali, rivendicazioni e denunce che finiscono per costituire, tutte insieme, un arcipelago di tensioni e processi sociali che nella sua complessità è in grado di riflettere la natura sistemica dello sfruttamento ma anche i processi di emancipazione e contestazione dello stesso.

La tratta in agricoltura è quella che si è maggiormente manifestata, sebbene non manchino casi anche in altri settori lavorativi come l’edilizia o l’assistenza domiciliare. Essa si rende manfiesta soprattutto in alcuni periodi dell’anno, diversi per regione considerata. Durante la stagione della raccolta delle arance, ad esempio, la tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo risulta più evidente nelle ragioni a spiccata produzione di questo frutto, come in Calabria1 e in parte in Puglia, Campania, Sicilia e Basilicata. Ultimamente peraltro sta sorgente con sempre maggiore evidenza e soprattutto grazie all’azione investigativa delle forze dell’ordine e della Magistratura nonché di associazioni e cooperative attente ad analizzare e denunciare il fenomeno, il caso di centri di prima accoglienza, soprattutto Cas, nei quali vengono reclutati attraverso intermediazione illecita, ossia caporalato, richiedenti asilo per essere impiegati nel lavoro bracciantile nei campi agricoli circostanti o come pastori atti al governo del gregge. Casi di questa natura sono stati riscontrati in Calabria e in particolare a Cosenza ma anche in provincia di Latina con riferimento a Centri di Accoglienza Straordinaria che lasciavano i propri ospiti impiegati in attività bracciantili nelle campagne circostanti, come denunciato dalla coop. In Migrazione, attraverso a volte caporale, lavorando anche 14 ore al giorno per una retribuzione completamente irregolare di circa 20 euro.

Volendo però identificare un minimo comune denominatore per tutti i casi di grave sfruttamento lavorativo individuati in Italia si può ritenere che il lavoratore o la lavoratrice migrante e non solo sfruttata nelle campagne del Paese viene sottoposta a condizioni di grave sfruttamento lavorativo, assoggettati con modalità diversificate quali la sottrazione delle paghe, i lunghi orari di lavoro, il sequestro dei documenti di identità, la mancata richiesta e consegna del permesso di soggiorno o il ricatto diretto per via del debito maturato dalla propria famiglia di origine per consentire il viaggio.

L’esistenza diffusa su tutto il territorio nazionale di occupazioni da lavoratori migranti in condizioni di grave sfruttamento e ricattabilità è condizione originata dall’analisi condotta in tempi sostanzialmente recenti. Probabilmente, nonostante la gravità della situazione e la sua diffusione, per questa ragione le politiche di contrasto al lavoro gravemente sfruttato stentano ad essere efficientemente implementate. Da ultima la legge n. 199/2016 del 29 ottobre “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero”, sebbene di rilevante forza repressiva, prevedendo la diretta responsabilità penale in capo al datore di lavoro che agisce nella sua attività sfruttando lavoratori e lavoratrici nonché la confisca dei beni usati per lo sfruttamento, e nonostante sia stata pure utilizzata nel corso dell’ultimo anno agendo nei confronti di diversi datori di lavoro sfruttatori in Puglia, Calabria e in provincia di Latina, manca di alcuni elementi in grado di aggredire e destrutturare la natura sistemica del grave sfruttamento lavorativo.

Si tratta di un evidente beneficio per quelle aziende che operano con irresponsabilità sociale e in diversi casi anche in maniera delinquenziale attraverso, ad esempio, rapporti diretti con vari clan mafiosi. Sono aziende che non solo praticano rapporti di lavoro completamente irregolari o solo parzialmente regolari, ma anche rapporti definibili tout court gravemente sfruttati, addirittura prevedendo la violazione dei diritti umani. Le autorità ispettive, come ad esempio il gruppo carabinieri per la tutela del lavoro, sembrano avere ancora una incisività ridotta rispetto all’estensione del fenomeno, nonostante importanti azioni messe in campo con arresti di caporali e datori di lavoro e sequestri beni e mezzi utilizzati per le attività di sfruttamento. Il lavoro gravemente sfruttato in agricoltura si caratterizza per le particolari condizioni di svolgimento, tutte assai distanti dai criteri standard che caratterizzano, al contrario, il lavoro regolare e non sfruttato. La distanza tra i due modelli di svolgimento è antitetica al punto da determinare forme gravi di competizione sleale. Da una parte infatti il lavoro è regolato dai contratti di categoria ed è circoscritto dunque dentro un insieme di regole che prevedono durata delle giornate di lavoro, retribuzione minima, retribuzione in caso di straordinario, ferie e altri fondamentali diritti. Nel caso del lavoro agricolo gravemente sfruttato, le regole sono arbitrarie ed espressione di rapporti di forza tra il datore di lavoro e il lavoratore/bracciante ad evidente vantaggio del primo e delle figure intermedie, come il caporale, che ne supportano l’attività. Tale arbitrarietà si rileva, ad esempio, nella durata della giornata di lavoro, sulla retribuzione salariale realmente percepita, sulle pause intermedie e settimanali, sull’indennità di assistenza e di previdenza sociale. Queste condizioni sono spesso in Italia il frutto di negoziazioni che possono avvenire tra gli aspiranti migranti e i rispettivi reclutatori e accompagnatori che promettono/organizzano l’espatrio e il successivo ingresso in Italia o in altri Paesi.

Nella città di Rosarno, ad esempio, in provincia di Reggio Calabria, e nella piana di Sibari, in provincia di Cosenza, ciò risulta immediatamente evidente e non a caso proprio in questi luoghi esistono i casi più eclatanti e le tensioni sociali anche più forti tra lavoratori migranti, datori di lavoro e clan mafiosi.

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