Oltre mille profughi-schiavi in un lager a Sabha: nessuno ascolta il loro grido d’aiuto

IOM Learns of Slave Market IMMIGRANTES ESCLAVOS EN LIBIA

Più di mille giovani eritrei ed etiopi, sequestrati da bande di predoni in prossimità del confine tra il Sudan e la Libia, sono segregati da oltre sei mesi in una enorme prigione dei trafficanti a Berk, una località non lontana da Sabha, la capitale del Fezzan, snodo tra le piste sahariane che arrivano dal Sudan, dal Ciad o dal Niger e le strade che conducono a nord, verso Tripoli, Homs e la costa del Mediterraneo. Eludendo la sorveglianza dei miliziani di guardia, alcuni di loro sono riusciti contattare con un cellulare don Mussie Zerai e l’agenzia Habeshia, lanciando una disperata richiesta di aiuto. Il racconto che hanno fatto è la conferma dei tanti dossier pubblicati sui lager libici dalle commissioni dell’Onu e da numerose Ong: la vita dei prigionieri è scandita, giorno per giorno, da maltrattamenti, soprusi, torture, violenze di ogni genere, stupri. Più di qualcuno non resiste: “Negli ultimi mesi – hanno denunciato – sono morti almeno sei nostri compagni: li hanno uccisi i pestaggi feroci, sistematici delle guardie, la fame, le ferite infette e le malattie. Il cibo è scarso e cattivo, poca anche l’acqua da bere. E per chi sta male non c’è alcun tipo di cura medica…”.

Pur di sottrarsi a questo calvario, parecchi si sono piegati al ricatto di “comprarsi la libertà”, pagando migliaia di dollari. Ancora non sono stati rilasciati, ma almeno non subiscono le torture peggiori e le continue minacce di morte o di essere venduti come schiavi. Una minaccia tutt’altro che teorica: proprio in una delle piazze centrali di Sabha si svolgeva il mercato di esseri umani denunciato da un puntuale rapporto pubblicato dall’Oim nello scorso mese di aprile e confermato da uno sconvolgente filmato della Cnn che, mandato in onda poche settimane fa, in novembre, ha documentato, con immagini e sonoro, l’asta allestita nel cuore stesso della città: si odono distintamente persino le parole del banditore che vanta le “qualità” dei giovani messi in vendita, per alzarne la quotazione. Quel servizio Tv, rimbalzato in tutto il mondo, ha destato un clamore e un’emozione enormi. Ne è seguito, da parte delle maggiori istituzioni internazionali e anche di varie cancellerie occidentali e africane, l’impegno a intervenire al più presto, chiamando in causa le responsabilità del Governo libico ma anche delle politiche migratorie dell’Unione Europea e dei singoli Stati Ue che, ispirate a chiusura e respingimento, intrappolano centinaia di migliaia di disperati in un inferno dove ogni diritto umano è cancellato: dove le persone diventano “res nullius”, merce, oggetti che si possono sfruttare o cedere per una mazzetta di dollari..

Quell’ondata di sdegno, tuttavia, sembra già svanita o comunque in calo. Già non se ne parla quasi più. Anzi, dalla Libia si sono levate voci e proteste contro la Cnn, accusata di manipolare o quanto meno esagerare la realtà. Non risulta che qualcuno sia intervenuto a Sabha e tutto procede come prima: lo dimostra il grido d’aiuto arrivato da quei mille e passa giovani detenuti a Berk. Eppure si sa praticamente tutto di questo lager. “Si sa persino il nome del trafficante che ne è a capo – rileva don Zerai – E’ Azi Aziz, un sudanese noto, a quanto pare, per godere della protezione o comunque della tacita complicità di vari capi tribali e amministratori locali”. Si tratta sicuramente di un personaggio “potente”. Il suo nome è pronunciato ancora con timore persino da numerosi profughi che, passati per la sua prigione, sono poi riusciti a pagarsi il riscatto. Come Milet, un ragazzo eritreo di 20 anni che, sbarcato in Italia nel luglio di quest’anno, dopo un viaggio durato circa 18 mesi, è ora ospite di un centro di accoglienza a Bologna. La sua storia è un po’ la storia di quasi tutti i giovani finiti nei lager libici, a cominciare dai mille di Berk. Una storia iniziata alla fine di gennaio del 2016, quando Milet è partito da Khartoum insieme a una ragazza, Yowhanna, e ad altri 45 giovani eritrei o somali, ammassati su un camion allestito da una organizzazione di “passatori”.

“Lasciata Khartoum – racconta – dovevamo attraversare il Sahara sudanese e poi passare il confine con la Libia. Un itinerario che generalmente richiede dai tre ai sette giorni. Il nostro trasporto è stato però intercettato e fermato, in pieno deserto, da un gruppo di banditi ciadiani., nella zona del Sahara dove in pratica i confini nazionali tra Sudan, Ciad e Libia sono solo teorici. Una specie di terra di nessuno. Quei banditi ci hanno sequestrati e presi tutti prigionieri. Doveva essere un piano prestabilito, perché pochi giorni dopo ci hanno venduto a un clan di trafficanti di uomini, quello guidato da un eritreo di nome Tewelde il quale, come abbiamo saputo in seguito, ha pagato ai ciadiani 700 dollari per ciascuno di noi. Oltre 30 mila dollari in tutto. Siamo rimasti nelle mani di questa banda per circa quattro mesi. Per liberarci ci hanno chiesto 3.500 dollari a testa, sette volte più di quanto Tewelde ha pagato ai predoni che ci avevano catturato. Nessuno di noi aveva tutti quei soldi, ma non c’era scampo: se volevamo essere rilasciati, dovevamo pagare. Stavamo cercando di mettere insieme la somma, con l’aiuto di familiari e amici in Eritrea e in Europa, quando Tewelde ci ha venduti a un altro clan di trafficanti. A guidare questo secondo gruppo era Azi Aziz. Deve aver pagato molto, perché per rilasciarci pretendeva ben 7.500 dollari, più del doppio di quanto ci aveva chiesto Tewelde”.

“Quella di Aziz credo sia una banda più grande di quella di Tewelde. Quando ci hanno presi, nella prigione lager dove siamo stati rinchiusi c’erano già numerosi altri prigionieri, profughi come noi catturati nel deserto. Con Tewelde le condizioni di vita nel centro di detenzione dove ci tenevano nascosti, sempre in Libia, erano molto dure. Ma con Aziz è stato un incubo. Alcuni non ce l’hanno fatta più: le torture e le percosse continue, aggiunte alla disperazione di non riuscire a trovare il denaro per il riscatto e, dunque, la prospettiva di rimanere in quell’inferno per chissà quanto tempo, li hanno spinti a suicidarsi. Per le ragazze era ancora più dura. Yowhanna è stata violentata più volte dai nostri aguzzini. La prima volta appena ci hanno portato nel lager di Aziz. Ed è rimasta incinta. La situazione era particolarmente difficile per noi eritrei. Forse anche per motivi religiosi. Noi eritrei eravamo quasi tutti cristiani mentre Aziz e i suoi sono musulmani. Così, ad esempio, i somali, musulmani anche loro, avevano, rispetto a noi, un trattamento meno pesante. Credo anzi che più di qualcuno tra i somali collaborasse con i trafficanti. Ma, a proposito di collaboratori, ce n’erano anche di eritrei. E proprio un paio di eritrei ci hanno teso un tranello. Si sono offerti di fare da mediatori con Aziz per abbassare la cifra del riscatto. Sono andati avanti per un po’ e poi ci hanno detto che Aziz si sarebbe ‘accontentato’ di 3.000 dollari a testa. In molti abbiamo deciso di cercare di raccogliere questa somma, aiutati da amici che avevamo potuto contattare per telefono. Quando più quote sono state pronte, abbiamo consegnato il denaro, ma quei mediatori sono spariti. Non si sono fatti più vedere. Allora abbiamo chiesto spiegazioni a un emissario di Aziz: ci siamo sentiti rispondere che non sapeva niente di questa mediazione e che, in sostanza, eravamo stati truffati. A quel punto, però, hanno abbassato il riscatto: non più 7.500 ma ‘solo’ 4.000 dollari”.

“Intanto – precisa Milet – erano passati diversi mesi. Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 Yowhanna ha avuto il bambino nato dallo stupro che aveva subito. Pochi giorni dopo è morta. L’hanno trovata senza vita in uno dei bagni. Del bimbo si è presa cura una sua compagna, anche lei eritrea. E un’altra donna è morta, proprio in quei giorni, in seguito a uno stupro. L’ha violentata un sudanese. Da allora non è stata più lei: è come impazzita. Come se avesse perso ogni interesse a vivere. Pure lei è stata trovata morta, forse suicida. Poi finalmente, più di un anno dopo che la banda di Aziz mi aveva comprato da quella di Tewelde, sono riuscito a pagare il riscatto e mi hanno lasciato andare. Verso la fine di luglio mi hanno imbarcato su un gommone. Un paio di giorni dopo siamo stati intercettati da una nave di soccorso. Sono sbarcato in Italia a un anno e mezzo di distanza da quando ero partito da Khartoum. E io posso considerarmi fortunato. Mi hanno raccontato, ad esempio, che la ragazza che si era presa cura del figlio di Yowhanna è annegata, insieme al bambino che aveva ancora con sé, nel naufragio del battello con cui era partita dalla Libia, più o meno nel mio stesso periodo. Non solo. So di altri compagni, prigionieri come me prima di Tewelde e poi di Aziz, che sono stati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica e riportati in Libia. Ora sono rinchiusi in qualche centro di detenzione. In pratica, di nuovo prigionieri…”.

“Vicende come quella di Milet – rileva don Zerai – evidenziano qual è tuttora la situazione in Libia, ma anche negli altri paesi di transito. Una situazione che la Fortezza Europa si ostina a non voler vedere, pur di crearsi un alibi per arroccarsi sempre di più. Ma le voci dei mille ragazzi sequestrati a Berk e quelle di altri come loro, a migliaia, non possono restare inascoltate. Le autorità libiche e quelle europee, quelle italiane in particolare, hanno il dovere di liberarli e portarli in un luogo sicuro. Non ci sono scusanti: si sa dove sono, si sa cosa accade in quel lager, si sa qual è l’ammontare del riscatto, si sa chi è il capo clan che tira le fila. Si sa persino che, in situazioni del genere, ci sono spesso complici dei trafficanti nelle istituzioni libiche, come ha ripetutamente denunciato la Missione Onu: nel caso specifico sarebbe un certo Yousuf. Allora, non intervenire al più presto non solo è assurdo: una scelta e un fatto incomprensibili. E’ molto di più: è un indizio di complicità palese, di cui si macchiano l’Italia e l’Europa, per le sofferenze inumane patite da quei ragazzi. Da quei mille di Berk e da tantissimi altri intrappolati tra il Sahara e il Mediterraneo”.

di Emilio Drudi e Abraham Tesfai

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