“L’unica cosa possibile” forse non era proprio l’unica che si poteva portare in scena.

Al Teatro Studio Uno è andato in scena L’unica cosa possibile, spettacolo che si propone come “flusso di coscienza che ci confessa lucide e complicate verità”. Non sempre gli intenti precedenti la realizzazione di uno spettacolo che portano alla messa in scena dello stesso riescono, però, a produrre quello stato di coinvolgimento o di riuscita del lavoro teatrale. Il rispetto sempre per l’impegno di un artista e il suo mettersi in gioco non può bastare a trovare una connessione con un lavoro che inciampa su se stesso e non offre chiavi per entrarci in contatto. Non si tratta di criptico e misterioso approccio, ma di poca armonia interna che non fa, purtroppo, funzionare il gioco teatrale. Un ambiente essenziale e apparentemente calmo è lo spazio che viene creato per uno scenario che palesa subito disagio, confusione e dinamiche violente. Due donne, Anna e Barbara si muovono su di una storia che vede l’intrecciarsi di altre identità femminili alle loro. Le loro vite sono coinvolte in meccanismi di repulsione e attrazione, frustrazioni, bisogni di emergere e dipendenze, con l’elemento della droga come componente aggiuntiva per dare ulteriore senso alla dissolutezza degli episodi che tentano di crearsi. Episodi che restano sospesi e non risolti, in un testo che vuole essere spezzato e deragliante non portando a comprenderne la trama. La trama, poi, può anche concedersi il privilegio di non essere compresa, ma non arriva il guizzo necessario a instaurare un’intesa con lo spettatore e di empatizzare, dunque, con lo spettacolo. Un perdersi e una serie di immagini forti che la drammaturgia vuole restituire ottenendo però l’effetto di due attrici affaticate nell’interpretazione, non aiutate dal testo e dal collegamento di questo con le azioni che risultano a volte forzate. Si ha come l’impressione di osservare uno schermo lontano, una storia che avviene della quale non si comprende il nesso. In questo caso la non comprensione degli eventi non suscita quel fascinoso dettato dall’ambiguità ma è frutto dell’incomunicabilità. La soluzione a tutti gli eventi pare essere, alla fine, un omicidio, una domanda sospesa, la presenza di un bambino in mezzo a tanta convulsa storia e un finale che mantiene la coerenza con l’intera storia, l’appartenere delle due protagoniste ad un’esistenza rotta, smarrita, disperata.

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