Fare tanto e farlo bene. Intervista a Francesca Zanni

Presso il Teatro Argot Studio dal 23 al 28gennaio è in scena “Tutti I Miei Cari”, spettacolo sull’opera e la vita di Anne Sexton scritto da Francesca Zanni e diretto da Francesco Zecca, con Crescenza Guarnieri come protagonista. In questa occasione abbiamo deciso di incontrare la sua autrice per approfondire ognuna delle sue numerose doti.

Autrice teatrale ma anche radiofonica, regista, sceneggiatrice per il cinema e la tv, traduttrice, cabarettista e attrice. Una personalità artistica sicuramente multiforme e che implica numerosi talenti: quale di questi hai scoperto per prima e come sei arrivata a tutti gli altri?

Ti racconto un aneddoto. Molti molti anni fa feci un provino per un musical. Provino di recitazione, canto e danza. Chi fa questo genere di provini deve avere una formazione in tutte e tre le arti, ma il regista rimase stupito che io sapessi fare bene tutte e tre le cose. Cioè, era un punto a mio sfavore. Come se, in fondo, saper fare tre cose fosse indice di mediocrità in ognuna. Meglio chi sapeva cantare benissimo ma zoppicava nella recitazione, insomma. Questo per dire che in Italia ci sono degli schemi da cui è molto difficile uscire. Poi ci stupiamo quando vediamo un’attrice come Meryl Streep che fa un film in cui interpreta una cantante rock (e canta) e un altro in cui canta l’opera lirica (e canta, sempre lei!). Credo che l’espressione del proprio talento non debba essere circoscritta, dovrebbe fluire libera, ma è molto più facile essere inclusi in una categoria: l’attore che fa sempre film in cui fa l’eroe, l’attrice che siccome è bionda le facciamo fare la scema, e il ruolo le resta appiccicato per tutta la vita. Ecco, cose così. A me invece piace molto essere stupita.

Anche da me stessa. Ho iniziato per caso in tv nell’89 con Boncompagni a Domenica in, facevo degli sketch comici. E quindi la prima parte della mia carriera si è sviluppata così: teatro brillante, cabaret. È stato un periodo molto formativo. Affrontare qualunque tipo di palco e cercare di fare ridere la gente… dopo, puoi fare qualsiasi cosa!

Poi, nel 2000, ho scritto il mio primo testo teatrale, “Tango”. Un testo drammatico sui desaparecidos argentini. E intanto andavo in tv a Zelig! E facevo radio di notte, un programma sul sesso molto divertente, su RDS. Come vedi, una schizofrenia che però ha prodotto dei frutti. Io sono molto curiosa, mi piace osservare le persone, le situazioni. Quando vengo colpita da qualcosa e ho bisogno di buttarla fuori, cerco il mezzo che mi sembra più appropriato.

Alla base del tuo percorso c’è sicuramente la scrittura: verso che età ne hai percepito il potere e quando hai capito che potevi farne una professione?

La scrittura mi accompagna da sempre, da quando mi ricordo. Quando avevo 3 anni, chiesi a mia nonna di insegnarmi a leggere perché volevo decifrare i manifesti pubblicitari che vedevo per strada. Sono sempre stata una lettrice accanita. Citando Marguerite Yourcenar “la mia prima patria sono stati i libri”. I miei quaderni delle elementari sono pieni di temi che sono già dei piccoli racconti. Però era una cosa che tenevo per me. Sono sempre stata un’incostante, ho la casa piena di diari mai finiti, quaderni di appunti, foglietti sparsi, frasi scritte su fazzoletti di carta o sugli scontrini della spesa, che poi mi ritrovo in tasca. Ultimamente registro appunti vocali sul cellulare ma poi mi dimentico di ascoltarli. Sicuramente uno spartiacque è stato “Tango”. È un testo che ho scritto di getto, una specie di folgorazione, e da lì ho capito che volevo fare questo: raccontare storie.

È noto il tuo impegno per il sociale: lo testimoniano spettacoli come il già citato “Tango”, “La Carezza Di Dio”, “L’Ultima Notte Di Pace” o il cortometraggio “La Sirena”. C’è un accadimento in particolare che ha scatenato questa tua consapevolezza, insieme alla necessità di scriverne?

Penso che chi ha la fortuna di fare questo mestiere – che poi non sembra mai un mestiere – abbia una sorta di “dovere” del raccontare le storie che sono fuori dall’informazione “ufficiale” o che ci arrivano solo di striscio. Ma c’è sempre qualcosa di personale nascosto dietro questi grandi temi, qualcosa che colpisce ognuno di noi. Gli archetipi che queste storie portano con sé. “Tango” parla di dittatura in Argentina, ma dentro c’è il rapporto madre-figlio. “La carezza di Dio”, sul genocidio in Rwanda, è la lotta fratricida. “L’ultima notte di pace”, che racconta tre guerre lontane nel tempo, è una denuncia sull’inganno dei potenti contro i più deboli. Fare teatro sociale, civile, è una necessità che sento. Poi, scrivo anche testi più brillanti, ma sempre con un tema che possa far riflettere.

Attualmente stai portando in scena “Tutti I Miei Cari” un lavoro sulla vita e i testi di Anne Sexton: come ti sei imbattuta nell’opera della scrittrice e poetessa americana e cosa ti ha spinto a volerne dire la tua?

Dopo aver lavorato insieme in “Tango”, Crescenza Guarnieri mi propose di scrivere qualcosa sulla Sexton. Aveva letto la sua biografia ed era rimasta molto colpita dalla figura di questa donna e dalle sue poesie. Ma io non ne sentivo l’urgenza, non si era accesa la scintilla. Mi sembravano temi molto lontani da me, che non riuscivo a riportare sul quotidiano, sull’attuale. Poi, dopo 15 anni, ho sentito che era arrivato il momento. Crescenza è stata molto paziente! Gli avvenimenti della mia vita mi avevano portato molto vicina alla comprensione di questa donna, ero maturata come persona e come scrittrice e questo mi ha permesso di avvicinarmi alla Sexton in un modo che sarebbe stato impossibile 15 anni prima. È una figura che trovo molto attuale, la sua frustrazione, il suo senso di inadeguatezza, il suo sentirsi scomoda dappertutto, risuona con il presente, con il nostro “mondo liquido” – come lo chiama Bauman – in cui non abbiamo punti di riferimento solidi e siamo sempre in cerca di qualcosa, in attesa di qualcosa, che però non sappiamo bene cos’è.

E poi la Sexton aveva questa urgenza di rendere pubblico ogni suo pensiero, che è un atteggiamento così attuale, pensa ai social network. Ha inventato, insieme a Sylvia Plath, la poesia “confessionale”: in un mondo dove le casalinghe depresse cercavano rifugio nell’alcol e negli psicofarmaci, lei parlava di aborto, mestruazioni, amanti, parto, abusi. È stata la prima a inventarsi i reading con la musica, aveva un gruppo rock che la accompagnava durante le letture. Una donna troppo avanti per il suo tempo, infatti era infelice.

Per interpretare Anne Sexton è stata scelta Crescenza Guarnieri, attrice di grande sensibilità con cui hai già collaborato: come vi siete incontrate e com’è arrivata a questo ruolo?

Ti ho risposto in parte sopra. Con Crescenza ci conosciamo da più di 20 anni. Siamo amiche prima che colleghe. Crescenza ha un talento infinito. Per tornare al discorso iniziale, Crescenza è una che ha fatto musical, sa cantare e ballare, sa fare teatro brillante, è una grandissima attrice drammatica. Un’attrice così, fuori dall’Italia sarebbe una star. Ma qui, appunto, torniamo alle categorie di cui parlavo prima. Questo ruolo lo ha fortemente voluto e accarezzato per anni. Insieme a Francesco Zecca, il regista, è riuscita ad esaltare l’attualità di questa donna, accompagnando lo spettatore in un mondo che sta proprio a un passo da noi. Crescenza riesce ad entrare nel cuore della gente, lei non recita, lei è.

Visto il tuo eclettismo, c’è ancora qualcosa che non hai fatto e vorresti realizzare tra i tuoi progetti futuri?

Ho molti soggetti di film chiusi nel cassetto. Scrivere per il cinema mi piacerebbe molto. Sto cercando di realizzare il mio primo cortometraggio, scritto e diretto da me. È un progetto ambizioso che prevede delle coproduzioni straniere e sto cercando i fondi.

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