Daria Deflorian e Annie Ernaux: un incontro. Intervista

Annie Ernaux è un nome che si è fatto spazio negli ultimi anni con delicatezza e potenza nel panorama letterario. La scrittrice francese, autrice di libri come “Il posto”, “L’altra figlia”, “Gli anni” e “Memoria di ragazza”, in un’intervista afferma che compito della letteratura è “Sbarazzarci delle ombre e mettere via un po’ di vita, salvandoci dalla sparizione futura. È già questa la salvezza.” Un compito che artisti, dalla letteratura, alle arti visive, al teatro, cercano costantemente di portare avanti. Daria Deflorian è fra questi esportatori di bellezza. E, fra le sue ultime esperienze artistiche, vi è proprio una lettura omaggio alla grande scrittrice Ernaux. “Memoria di ragazza” viene ripreso dal titolo del libro è diventa nome ufficiale di questo momento letterario che la Deflorian crea, assieme ad altre due fondamentali figure, Monica Piseddu e Monica Demuru.

In occasione del debutto a Carrozzerie not ho incontrato la voce di Daria.

Attrice, autrice e regista di spettacoli teatrali. Del 2008 la collaborazione con Tagliarini, nel 2012 la premiazione agli Ubu come miglior attrice per L’origine del mondo di Lucia Calamaro e per Reality, spettacolo scritto e interpretato con Tagliarini. Daria Deflorian, come ti vedi ora, dove ti senti collocata?

Mi sento molto fortunata. Il fatto di aver ottenuto dei risultati non mi ha tolto da una dimensione affettiva con le cose e le persone, penso che questa «colla della benevolenza» fra le persone sia la cosa che mi rende più serena. Il successo e i risultati sono rischiosi, a volte creano anche divisioni, competizioni, un’ansia da prestazione che rischia di rendere insofferenti rispetto ai tempi delle persone che ci circondano. Sembra banale, ma questo penso. Con Antonio Tagliarini ne siamo consapevoli e cerchiamo di godere dei risultati che stiamo ottenendo, provando sempre a mantenerci saldi nei nostri valori.

Venendo alla lettura di uno dei romanzi contemporanei più letti: “Memoria di ragazza”. Da dove nasce l’intuizione?

Tutto nasce da un rapporto molto stretto con la figura di Annie Ernaux. Con Antonio Tagliarini eravamo rimasti folgorati già dalla lettura del primo libro uscito in italiano. È poi successo che per un periodo abbastanza lungo sono andata a lavorare in Francia e lì ho letto in francese anche i libri dell’Ernaux non editi ancora in italiano e, avendo la fortuna di essere ospiti del Festival d’Automne, abbiamo deciso di invitarla a vedere i nostri spettacoli a Parigi. Non è una cosa da poco l’incontro che è avvenuto, avverto un legame molto intenso nei suoi confronti. Anche il nostro ultimo spettacolo “Il cielo non è un fondale” partito da una ricerca sul rapporto fra figura e sfondo, si è nutrito molto delle immagini dei suoi libri, anche se lo spettacolo ne è totalmente indipendente. In seguito è arrivato l’invito a prender parte a Venti d’estate, rassegna letteraria e musicale ospitata dalla Casa Internazionale delle Donne, da parte di Debora Pietrobono, curatrice di questa rassegna. In quell’occasione ho proposto a Monica Piseddu e Monica Demuru di fare qualcosa assieme. Con loro c’è un rapporto che va oltre l’esperienza con l’Ernaux, sono due amiche e due collaboratrici da tempo. Anche qui nulla di occasionale o superficiale. Per noi tre è stato un piacere lavorare a questo testo. L’esperienza di leggerla è fare una piccola cosa assieme per lei, la «nostra» Annie .

Accompagnami dietro il processo creativo. Com’è stato pensato lo spettacolo e quali gli attimi più intensi nella realizzazione?

Ognuna di noi ha già lavorato molto con le altre quindi è ripristinare una forma di armonia fra persone che amano le stesse cose. L’atto creativo è un atto complesso, richiede allenamento e costanza, così come il lavoro che compie l’atleta. Una volta levati i pesi si arriva al momento della gara, cercando quella leggerezza che nell’allenamento non si vive. Quella – chiamiamola – semplicità finale che sempre si cerca. Memoria di ragazza non è uno spettacolo, la nostra intenzione è di non mescolare l’esperienza della lettura ad alta voce a una teatralizzazione della lettura. Il libro potrebbe sicuramente permettere una rappresentazione, ma noi vogliamo restituirne solo alcune pagine in una forma che definirei una rispettosa dedica d’amore. La scelta complessa è stato capire quale pagine di questo capolavoro leggere e cosa lasciare fuori. Importante poi è lavoro sulle canzoni curato da Monica Demuru. La stessa Ernaux d’altronde dice che la canzone porta dentro tutto, in un attimo. Tutta la narrazione del libro pare essere attraversata da una grande colonna sonora interna.

Una scrittrice contemporanea definita come “un puzzle i cui pezzi formano ormai, libro dopo libro, una delle opere letterarie più importanti dei nostri tempi”…

Già ne “Gli anni” si ritrovavano elementi che esistono anche in altri libri, questo però non rappresenta un aspetto noioso, anzi esaltante per come lo adopera Ernaux. Quello che trovo straordinario di quest’autrice è il suo modo di viaggiare nel tempo, non sono libri di memoria i suoi in cui si ricorda un determinato evento, ma sono libri che rappresentano la condizione presente di una persona che si rituffa nei fatti. Si innesca un rapporto col tempo che è libero, per cui uno può passare da un anno all’altro, senza rigidità. La trovo una condizione interessante anche a livello teatrale perché non rispetta la vecchia legge dello sviluppo dove si parte da A per arrivare a B, ma tutto viene sovvertito da un presente.

Intravedi un elemento che potremmo definire innovativo nell’Ernaux o, comunque, dove risiede la sua potenza?

Vi sono molte scritture che hanno già lavorato in questa direzione, non è certamente qualcosa di sperimentale, ma quello che risulta è molto luminoso, ed è dato dalla costanza, la fede e fiducia che uno può scavare sempre nello stesso campo portando alla luce preziosità infinte. La sensazione è questa. Non che non sia interessante il movimento, ma in un mondo così rapido, dove qualunque novità viene presto superata, un progetto così lo trovo è «pulito». Quasi un esercizio zen, il pulire ogni giorno la stessa mattonella. Cosa scopri a guardare tutti i giorni la stessa cosa piuttosto che spostare continuamente lo sguardo?

Cosa avete colto all’interno di Memoria di ragazza che merita esser trasmesso?

Lei scrive per noi, posso dire questo. Rintracciare un qualcosa di specifico non si può. Sono talmente tante le cose che isolarne una o alcune renderebbe il tutto simile a una forma di elegia e non vogliamo questo. Questo spetta al lettore o in questo caso ascoltatore. Noi cerchiamo di rispettare tutti quegli spazi vuoti, quelle sospensioni, quei buchi che permettono ad ognuno di noi di pensare alla propria vita.

Questo panorama teatrale italiano lo vivi da artista da un po’ di anni ormai. Sicuramente hai assistito a trasformazioni per sonali e collettive. Cosa è mutato in particolar modo, com’è, ad esempio, fare ricerca ora?

Difficile rispondere sinteticamente. Da una parte mi sembra che, per fortuna, i cicli delle cose permettano gli stessi entusiasmi, vedo ancora persone che si avvicinano al teatro con la stessa follia e testardaggine che ho avuto io all’inizio. Il voler trasformare e concretizzare una passione nonostante la difficoltà di farlo diventare un lavoro. Questo è un lato di continuità rassicurante, vi sono poi delle differenze, di natura prima di tutto storica. Prima era meno chiaro che il teatro fosse uno degli infiniti prodotti di un infinito mercato, il tutto era avvolto da una sacralità più marcata, si avvertiva una sorta di dualità, come se ci fosse il mondo dell’arte e il mondo dell’economia. Adesso è chiaro a tutti che vi è solo il mondo dell’economia che ha invaso tutto il nostro comportamento, da quando ci alziamo dal letto. È evidente che è cambiato qualcosa di radicale nel fare il nostro lavoro e ancora mi sembra che ci facciamo delle illusioni rispetto alle quali non possono seguire delle delusioni. Si tratta per tutti, per chi inizia e per chi continua di partire da una consapevolezza del cinismo del mondo, che non ci esclude e col quale tocca farci i conti. Come artisti e come cittadini tocca capire cosa fare per non fare che sia un destino ineluttabile.

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