L’Imperatore Della Sconfitta. Elena Arvigo nonostante Jan Fabre

“In questo luogo le distanze aumentano e diminuiscono a seconda del grado di illusione”

“L’Imperatore Della Sconfitta” è un testo che Jan Fabre ha dedicato all’attore Marc Moon Van Overmeir e che Elena Arvigo ha eroicamente deciso di riprendere e portare in scena in Italia. Eroicamente perché la scrittura dell’artista belga trasuda megalomania, autoreferenzialità e solipsismo, meglio se tradotti in una messa in scena che tenda a sfinire chi la fa e chi la guarda: prova ne sono spettacoli da lui firmati della durata di 5, 8 ma anche 24 ore.

“Ho un cuore artificiale o un cuore artistico?”

Lo spazio del Teatro Brancaccino ospita le inquietudini esistenziali e i travagli interiori di Fabre: un gigantesco cuore, che pulsa rumorosamente, è proiettato sul velatino. Il protagonista (Elena Arvigo) e il suo – antagonista? alter ego? versione migliore di sé? lato più umano? – doppio (Caterina Gramaglia) appaiono dietro una coltre di fumo, trasparenze, sovrapposizioni. Difficile distinguere cosa è vero e cosa è una proiezione: del resto, capita sempre con i sentimenti.

“Perfino quando cado io volo”

Un’operazione del genere sarebbe certo facilitata da un testo la cui intimità si schiude al mondo grazie a parole, ricordi, evocazioni personalissime eppure dall’anelito infinitamente più vasto. La condivisione delle sensazioni è il motivo per cui si ha il pubblico in sala, in fondo. In questo caso, però, le alternative sembrerebbero unicamente due: che l’attore resti comodamente in camerino a parlare allo specchio o essere Jan Fabre in platea. Il rischio, la vera sconfitta, è cedere a una simile tentazione. Elena Arvigo, invece, è indomita, forte della sua capacità di esibire la propria perseveranza così come la sua fragilità: le è così possibile dare un’anima universale a parole altrimenti più adatte al proprio diariuccio personale che al palcoscenico.

“Conosco il segreto per sognare il sogno insolubile?”

Immagini oniriche si fondono con la scena, cresce il volume di un tappeto sonoro ora martellante ora avvolgente, scale impossibili roteano tendendo all’infinito, un grosso cuore è esibito con cura, una sproporzionata corona è indossata a celebrare le proporzioni della sconfitta. Armato delle proprie parole – e spalleggiato? incalzato? tradito? umiliato? impietosito? stimolato? vinto dal suo doppio? – il protagonista la ammette. Sapeva già dall’inizio che è la sola strada per ricominciare tutto daccapo. Ma è la sensibilità dell’attore a suggerirci altro: non è questo ciò che accade a ogni cuore quando si appassiona un’altra volta?

Qualunque sia l’oggetto del suo desiderio, per ottenerlo serve un luogo dove contenerlo. Se è un desiderio comune, banale, adatto a tutti i giorni, uno spazietto si trova sempre. Il sogno insolubile è ben altra cosa: già solo per tentare di realizzarlo occorre far strage di sé e di quanto c’era prima.

L’autore dell’opera ha dichiarato: “Tutto il mio lavoro è una ricerca di comunicazione. È un tentativo di stabilire rapporti, dare un po’ d’amore, ricevere un po’ d’amore”. Di certo Elena Arvigo ha ottenuto tutto questo. Con e nonostante Jan Fabre.

More from Cristian Pandolfino

Se Vuoi Una Cosa, Vai A Prendertela. Intervista a Martina Giusti

Martina Giusti è una brava attrice, una persona diretta, un talento ostinato....
Read More