Libia e Niger rifiutano le missioni militari italiane

Un contingente militare in Libia e un altro in Niger. Ognuno di quasi 500 uomini, con blindati e fuoristrada di ultima generazione per muoversi rapidamente nel deserto. L’Italia invia reparti d’élite dell’esercito a chiudere direttamente in Africa le vie di fuga, in modo che i migranti non arrivino neanche alla sponda del Mediterraneo per cercare di procurarsi un imbarco. Una sorta di blocco nel Sahara. Di sapore neocoloniale: “preservare” la Fortezza Europa e scaricare sull’Africa tutto il peso della crisi migratoria esplosa negli ultimi anni.

“No, non è una operazione neocoloniale. I nostri soldati andranno in Africa in pieno accordo con i governi libico e nigerino. Con l’obiettivo di contrastare il traffico di esseri umani e di addestrare le forze armate locali. Una missione di pace e stabilità”: è quanto hanno assicurato in Parlamento e in varie interviste il premier Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti, ministra della difesa. Ma in realtà i nostri soldati non devono aspettarsi di essere accolti come amici: né da gran parte delle stesse istituzioni dei due Paesi, né – quel che più conta – dalla popolazione. Né in Libia, né in Niger, dove peraltro, è previsto anche l’impiego di elicotteri d’assalto, che sembrano davvero aver poco a che fare con il compito di “istruttori” di cui si è detto alla Camera.

L’accusa all’Italia di accarezzare “progetti neocoloniali” è forte soprattutto in Libia. Nell’intero paese – dalla Tripolitania alla Cirenaica e al Fezzan – è ancora vivo il ricordo della nostra più che trentennale, pesantissima occupazione, segnata da una repressione durissima di ogni forma di resistenza, con stragi, deportazioni, campi di detenzione dove hanno trovato la morte anche migliaia di bambini, donne, anziani. La prospettiva di vedere reparti armati italiani rimettere piede in una parte qualsiasi del territorio libico ha rilanciato, non a caso, il culto di Omar al Mucktar, l’eroe della lotta anti coloniale, fatto impiccare dal maresciallo Graziani nel 1931. E questo clima di ostilità cresce di giorno in giorno. A Roma non se ne parla, ma era ampiamente prevedibile, se non altro perché si è già manifestato nel settembre del 2016, quando l’Italia ha aperto un ospedale da campo nei pressi di Misurata, con l’obiettivo dichiarato di assistere i miliziani di Tripoli feriti nella battaglia di Sirte contro l’Isis ma che – a parte il presidente Fayez Serraj e il suo governo – i libici hanno visto invece come un pretesto per cominciare a entrare nel paese con un reparto militare (oltre 200 paracadutisti), sia pure come “scorta” a protezione del personale medico. Già allora ci fu una decisa levata di scudi. Insorse subito l’House of Representatives (HoR), il Parlamento di Tobruk, rivale del Governo di Tripoli, che si dichiarò decisamente contrario, prospettando il rischio di una violazione della sovranità nazionale. Contrari anche numerosi imam e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Libia. E accuse esplicite di neocolonialismo, ricollegabile al dominio esercitato negli anni 30/40 del secolo scorso, furono espresse da Khalifa Ghwell, il capo del governo islamico deposto per aprire la strada a Serraj, ma che conserva ancora un largo seguito e può contare su agguerrite milizie armate.

Ora, a distanza di oltre un anno, il fronte ostile allo schieramento di militari italiani è lo stesso. E anche più determinato. Il primo a protestare è stato ancora una volta il Parlamento di Tobruk, di cui il generale Haftar è il capo militare indiscusso. Riunito all’indomani del voto con cui a Roma la Camera ha autorizzato l’intervento, l’House of Representatives ha espresso un parere netto e pressoché unanime: richiamando proprio il precedente della “scorta” per l’ospedale di Misurata, ha contestato all’Italia di non rispettare l’impegno di non aumentare in alcun modo la sua presenza militare in Libia. Ugualmente decisa e per certi versi anche più significativa la posizione del Consiglio nazionale per la difesa e la sicurezza dell’HoR: “Deploriamo la decisione italiana di schierare altre truppe a Misurata: si tratta di una palese violazione della nostra sovranità nazionale e, per di più, l’invio di questo nuovo contingente militare smentisce la parola data a suo tempo da Roma”. Insieme a diversi imam, inoltre, si è mossa anche la “società civile”: un gruppo di 77 tra diplomatici, attivisti politici, giornalisti, uomini di cultura (subito battezzato ‘gruppo 77’) ha promosso una sottoscrizione per contrastare l’arrivo dei soldati italiani: “Denunciamo – hanno scritto – ogni tipo di presenza di truppe italiane sul suolo libico. Il governo di Roma ha sfruttato il caos istituzionale in cui si trova la Libia e la scarsa autorità dell’Onu nel paese. Ma il popolo libico non consentirà che la colonizzazione scacciata dalla porta rientri dalla finestra”.

Tutte le principale testate della stampa libica hanno dato ampio risalto a questa contestazione, riferendo la diffusa contrarietà della popolazione all’ipotesi che truppe straniere (e in particolare italiane) mettano piede in Libia e sottolineando anche in questo caso l’isolamento del governo di Tripoli guidato da Fayez Serraj, visto da molti come un Quisling al servizio di interessi stranieri.

In Niger non ci sono “precedenti coloniali” dell’Italia come in Libia, ma l’ostilità nei confronti della presenza di tutti i soldati stranieri è ugualmente forte Se ne è avuta una prova evidente il 25 febbraio, quando migliaia di persone sono scese in piazza nell’intero paese, guidate dai partiti di opposizione e da tre centrali sindacali, per protestare contro le basi militari occidentali. La manifestazione principale si è avuta a Niamey, la capitale, sede del più importante comando operativo per i droni americani in Africa, con quasi mille “berretti verdi” delle forze speciali. Ma non meno affollati sono risultati i cortei e i comizi organizzati in città come Zinder e Maradi (regione centro-sud), Tillaberi e Tahoua (ovest), Dosso (sud). L’annuncio dell’arrivo di circa 500 paracadutisti italiani è giunto qualche settimana prima di questa mobilitazione e, comunque, nel pieno della polemica che si trascina da anni contro le basi straniere: 4 della Francia (Niamey, Aguielal, Madama e Diffa), per un totale di oltre 4 mila uomini; 5 degli Stati Uniti (Niamey, Agadez, Aguelal, Zinder e Dirkou), 2 della Germania (Niamey e un distaccamento a Diffa, insieme a reparti francesi). Gli italiani dovrebbero schierarsi a nord est, nella zona di Agadez, alle porte del Sahara.

Secondo un’inchiesta condotta dal Gruppo di ricerca e di informazione sulla pace e la sicurezza (Grip), una netta maggioranza della popolazione è contraria a questa che viene vissuta come una “servitù militare”. Nel mirino c’è innanzi tutto la Francia, l’antica potenza coloniale in Niger, accusata di perseguire una nuova politica di dominio e controllo, ma l’ostilità appare quasi altrettanto forte nei confronti degli Stati Uniti e, in ogni caso, il “no” riguarda tutte le truppe occidentali: “Non abbiamo bisogno di forze straniere per la sicurezza del Paese: se ci vogliono aiutare davvero, chiediamo solo forniture adeguate per le nostre forze armate”, ha dichiarato Dambadiii Son Allah, presidente della Coalizione per la Democrazia, riassumendo un giudizio ampiamente condiviso.

Il Governo ha cercato inizialmente di difendere la disponibilità nei confronti delle basi militari straniere, negando che il nulla osta all’attività svolta in Niger da migliaia di soldati occidentali possa essere interpretato come una rinuncia alla sovranità nazionale e sostenendo che si tratta invece di un valido, vitale supporto per la lotta al terrorismo e al traffico di esseri umani. Di fronte al moltiplicarsi delle contestazioni, però, è cominciata almeno in parte una marcia indietro. Il primo segnale di questo ripensamento si è avuto proprio nei confronti dell’Italia, l’ultima arrivata. Circa 20 giorni prima della grande manifestazione del 25 febbraio, fonti governative hanno riferito che Niamey avrebbe appreso dell’iniziativa di Roma solo da un dispaccio dell’agenzia France Presse: “Siamo sorpresi. Non siamo stati né informati né tanto meno consultati”, hanno dichiarato ai quotidiani Niger Diaspora e Actu Niger, aggiungendo poi: “Attraverso il nostro ministro degli esteri abbiamo comunicato di non essere d’accordo”. In realtà qualche impegno deve essere stato preso, quanto meno durante l’incontro del 3 gennaio con il numero uno della Farnesina, Angelino Alfano, volato a Niamey per inaugurare l’ambasciata italiana. Lo scrivono gli stessi giornali nigerini, che però specificano: “Le nostre fonti confermano l’esistenza di un dialogo e di un coordinamento tecnico e per la sicurezza con l’Italia, ma questo non implica in alcun modo che il Niger intenda accogliere una missione militare italiana”.

Sia in Libia che in Niger, insomma, si profila una situazione molto tesa e incerta per i soldati dei due contingenti prospettati da Roma. Ma in Italia non se ne è avuta eco: non una parola, da parte del Governo italiano, sulla diffusa diffidenza che monta tra la popolazione e sulla contrarietà espressa da istituzioni e fonti governative dei due paesi. Non una parola neanche da parte della stampa. Si è rimasti ancorati, in sostanza, alle assicurazioni fornite dal premier Gentiloni e dalla ministra Pinotti. Ma da questa specie di limbo c’è il rischio che, prima o poi, il Paese debba risvegliarsi di colpo. Come è purtroppo accaduto altre volte con le nostre “missioni militari di pace all’estero”.

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