Eritrea, la resistenza interna sfida il regime e cresce ancora

Sono scesi in piazza a migliaia, ad Asmara, per dare l’ultimo saluto ad Hajjia Musa Mohammednur, il leader musulmano, presidente della Al Diaa Islamic School, morto a 93 anni in una galera del regime. E il funerale si è subito trasformato in una grande manifestazione contro la dittatura di Isaias Afewerki. E’ un’altra prova di come la resistenza interna anti governativa stia acquistando una consistenza e un consenso sempre maggiori, in linea con quel “fight not fligth”, “combattere non fuggire”, che è la parola d’ordine con cui una larga parte dell’opposizione invita i giovani a non lasciare il paese, ma a restare per far sentire la propria voce e gettare le basi per il cambiamento.

A far scoprire all’opinione pubblica internazionale questa nuova volontà di lotta sono state, nei mesi scorsi, due grandi, sorprendenti azioni di protesta. La prima è la sommossa organizzata da circa seimila coscritti nella base militare di Adi Halo, alle porte di Asmara, contro il servizio di leva a tempo indefinito, il lavoro obbligatorio e le stesse condizioni a cui sono condannati i soldati per buona parte della loro vita. Benché giovanissimi, appena diciottenni, quei ragazzi sono andati avanti per mesi, dal luglio al novembre 2017, non esitando talvolta a scontrarsi con la polizia: per averne ragione il comando è stato costretto a disperderli in vari presidi, nel nord dell’Eritrea. Questa contestazione era ancora in corso quando, alla fine di ottobre, è scoppiata la rivolta contro la decisione del Governo di statalizzare e, dunque, chiudere di fatto la Al Diaa School, l’ultimo istituto islamico rimasto ad Asmara, nel quartiere popolare di Akriya. Quasi tutti gli studenti, circa tremila, seguiti presto da una grande folla, si sono riversati dentro e intorno alla moschea di Jama al Khulafa’a al Rashidin, la più importante dell’intera Eritrea, e poi hanno cercato di raggiungere il palazzo presidenziale: si sono dispersi solo quando le forze di sicurezza hanno cominciato a sparare. Molti sono stati arrestati e si trovano tuttora in carcere.

La morte di Hajjia Musa Mohammednur è legata direttamente a questa protesta. Personaggio di primo piano, con largo seguito anche tra i non credenti, fu lui il primo a protestare contro l’ordine del regime. Parlando con i docenti e gli alunni, disse senza mezzi termini di essere pronto a sacrificare la sua stessa vita pur di opporsi a quello che considerava un evidente sopruso. E proprio queste sue parole diedero un impulso decisivo alle manifestazioni in difesa della scuola, esplose subito dopo la notifica di chiusura da parte della polizia. Sedata con la forza la rivolta, la vendetta del regime non si è fatta attendere: Mohammednur fu uno dei primi ad essere gettato in carcere, a 93 anni. In quella galera si è ammalato ed è morto quattro mesi dopo, il primo di marzo. Di fronte al rapido peggioramento delle sue condizioni di salute, nello scorso mese di dicembre il Governo si era detto disposto a trasferirlo nella sua casa, agli arresti domiciliari. Mohammednur, però, ha rifiutato di lasciare la prigione se non fossero stati liberati contemporaneamente anche tutti gli altri arrestati. “Potrete portare fuori di qui il mio cadavere, ma io non me ne andrò mai da solo…”: poco prima di morire dicono che abbia pronunciato queste esatte parole, dando un ennesimo, deciso segnale di lotta, per non piegarsi di fronte né alle minacce, né alle lusinghe della dittatura.

Anche il suo ultimo messaggio è stato raccolto da migliaia di giovani. Fonti della diaspora – riporta il periodico African Arguments – riferiscono che i servizi di sicurezza non hanno voluto consegnare il corpo subito dopo la morte, venerdì 2 marzo, giorno di preghiera per i musulmani, perché temevano la reazione dei fedeli riuniti nelle moschee. Ma l’indomani, sabato 3 marzo, quando i familiari hanno potuto finalmente avere le spoglie di Mohammednur per le esequie, la moschea di Jama al Khulafa’a al Rashidin e le strade intorno erano affollate da migliaia di persone, islamici e non islamici, quel popolo di cui l’anziano leader si era guadagnato il rispetto e la stima, a prescindere dalla fede religiosa, per le sue scelte di vita, che lo hanno portato a diventare una delle figure di spicco del Paese, dagli anni in cui, a partire dal 1960, giovane insegnante, organizzava i gruppi di studenti per la lotta di indipendenza dall’Etiopia, fino a quando, più che novantenne, ha continuato ad opporsi ad ogni sopruso e a battersi per la libertà. Anche a costo della vita. Il funerale ha così assunto in breve il tono di una protesta politica. Il corteo funebre è diventato una manifestazione di massa, con una folla indignata che chiedeva libertà e democrazia, come aveva insegnato Mohammednur.

La polizia non è riuscita a controllare quella marea. La sua stessa presenza è stata avvertita come una provocazione: numerosi giovani hanno scagliato insulti e pietre contro gli agenti armati. La reazione è stata durissima: i media vicini alla diaspora parlano di cariche, bastonate, fucilate per disperdere il corteo che seguiva il feretro nelle strade di Asmara. Non risulta che ci siano feriti, ma di sicuro lo stato di massimo allarme è durato a lungo: grida e colpi di arma da fuoco sarebbero stati uditi in città fino a tarda sera, quasi si fosse scatenata una sorta di caccia all’uomo da parte delle forze di sicurezza. L’allerta è continuato anche dopo i fatti di sabato tre marzo. “Numerosi testimoni – scrive African Arguments – dicono che lo stato di tensione si è protratto nei giorni successivi. Sono rimasti mobilitati e dispiegati in varie parti della città i reparti anti sommossa e ci sono stati numerosi arresti. Tutti i comandi di polizia, sia centrali che di quartiere, sono stati mantenuti in emergenza. Ma un sito web dell’opposizione ha riferito che migliaia di persone hanno continuato a radunarsi”.

Di nuovo, rispetto al passato, emergono la volontà e la prontezza di reazione contro i diktat del regime. “Quando importanti personaggi sono stati arrestati arbitrariamente e fatti sparire – si legge sull’African Arguments – negli anni scorsi la maggioranza della gente dopo un po’ si dimenticata di loro. Con Hajji Musa Mohammednur non è accaduto così. Da quando è stato preso, lo sceicco di Jama al Khulafa’a al Rashidin ha ripetuto sistematicamente, nei suoi sermoni del venerdì, di non dimenticarlo e di seguirne l’insegnamento. E diverse fonti segnalano che, fin dalla protesta di ottobre 2017, la maggior parte delle moschee della capitale sono state sottoposte a rigide misure di controllo e sicurezza. Anzi, pare che proprio per il clima che si era creato, Isaias Afewerki abbia voluto seguire di persona la vicenda e che ci sia direttamente lui dietro l’ordine di rilascio emanato in dicembre”.

In un paese come l’Eritrea, dove ogni più piccola forma di dissenso è punita con la galera o peggio, questa vasta mobilitazione non solo è una dimostrazione di grande coraggio, ma la prova che cresce e può diventare incontenibile la volontà di rovesciare il regime. “Un regime che usa il potere delle armi per obbligare la gente a obbedire in silenzio”, scrive ancora African Arguments, facendo eco per molti versi al rapporto presentato nel giugno 2016 dalla Commissione d’inchiesta dell’Onu, che parla di “sistema di potere basato sul terrore”. Ma ormai la sfida è lanciata ed appare sempre più decisa. E’ significativo – rilevano fonti del dissenso – che la polizia mobilitata nelle strade appaia sempre più nervosa e incerta di fronte alla contestazione che continua a montare. La stessa incertezza investirebbe anche diversi membri dell’apparato del regime, all’interno del quale, peraltro, la diaspora sostiene di avere da tempo diversi “agganci” e possibili alleati. C’è chi ritiene che, nonostante tutto, pure il fuoco acceso dalla morte di Mohammednur finirà prima o poi per spegnersi. Ma c’è da credere – considera di contro, tra gli altri, African Arguments – che la carcerazione, i maltrattamenti e infine la morte, nelle mani del regime, di un personaggio così prestigioso e rispettato, possa segnare un altro passo verso la fine della dittatura: “Agli occhi di molti eritrei, la triste fine di Mohammednur conferma il fallimento morale del Governo, alimenta l’insofferenza nei confronti di Afewerki al potere ormai da 27 anni e dà più forza alla resistenza”.

L’opposizione della diaspora segue con grande interesse questa crescente resistenza interna al regime ed è convinta che si è messo in moto un processo irreversibile: “Il vento di rivolta che ha iniziato a soffiare è sempre più forte – sostiene Robel, del Coordinamento Eritrea Democratica – Lo dimostrano tutti i numerosi episodi dell’ultimo anno. Quelli più noti, come la sommossa dei coscritti di Adi Halo o la protesta contro la chiusura della scuola islamica di Asmara, ma anche casi apparentemente ‘minori’, meno clamorosi ma ugualmente significativi, perché denotano una sorta di ‘resistenza quotidiana’, magari passiva: contro le restrizioni sui prelievi di valuta, ad esempio, o gli stessi tentativi di far uscire notizie per dipingere la realtà del paese, smentendo la propaganda statale. Il messaggio che arriva da come gli eritrei hanno vissuto la morte di Hajji Musa Mohammednur è eloquente: la gente, i giovani soprattutto, hanno colto in pieno il monito lanciato con la sua scelta: ‘Sono pronto a sacrificare anche la mia vita per resistere al piano, alla politica del regime’. E’ questa la vera forza della resistenza: la convinzione di essere nel giusto. Che battersi per costruire una nuova Eritrea, finalmente libera e democratica, è una battaglia etica per la quale vale la pena anche offrire la vita. E il messaggio si è esteso ai giovani della diaspora che si battono contro la dittatura dall’esilio: molti cominciano a pensare di dover tornare prima possibile, per cercare di unirsi alla resistenza interna. Contro questa grande forza morale il regime non ha scampo: sarà solo questione di tempo. Per questo in Europa cerchiamo di essere ascoltati come soggetto politico alternativo al governo di Asmara. Da anni l’Unione Europea e molte delle singole cancellerie occidentali hanno aperto una sorta di ‘linea di credito al buio’ in favore della dittatura. Una politica di ‘recupero e riabilitazione’ del regime che è dettata evidentemente da grossi interessi economici e geostrategici, ma che ignora i sentimenti, le idee, le aspirazioni della popolazione e di migliaia di profughi. Ma proprio per questo si rivelerà una politica di corto, cortissimo respiro. Di sicuro noi non dimenticheremo chi si è schierato con la dittatura e chi, invece, ha scelto di ascoltare la voce di quelli che saranno l’Eritrea del futuro”.

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