L’amante. Parabola sull’accettazione.

“Secondo Jung, il primo obiettivo per una crescita armoniosa è l’integrazione degli opposti, al fine di raggiungere quella completezza del Sé che può aprire le porte all’auto-realizzazione. Per trovare il giusto equilibrio personale e nella relazione di coppia, è fondamentale l’integrazione di Animus e Anima”. Forse è per questo che Barbara e Riccardo sono presentati entrambi in classico giacca e camicia, tipico dell’abbigliamento maschile ma sfoggiato anche dalle donne e divenuto un classico della cultura estetica femminile. Sarà per quello che portano entrambi capelli lunghi, barba e baffi, rimandi ai due generi racchiusi in ognuno. Immediatamente, infatti, il richiamo iniziale fa pensare alla discussa questione dell’accettarsi ed essere accettati, e sull’accettazione di sé, sul bisogno di conferme e sulla vera e propria battaglia che si innesca per ottenere gratificazioni si articolerà l’intero spettacolo. I due protagonisti, poi, son così intrinsechi e collegati nelle fattezze l’uno dell’altro per quel fenomeno di identificazione e assorbimento di tratti che si acquista nelle relazioni durature, dove lo scambio è costante. Da sedici anni assieme, Barbara e Riccardo, infatti, “fanno le stesse cose, hanno gli stessi gusti, odiano gli stessi comportamenti, prendono l’influenza insieme, fanno gli stessi sport, vestono con gli stessi colori, leggono gli stessi libri, escono con gli stessi amici, fanno le stesse battute, evitano di mangiare le stesse cose, postano su facebook le stesse frasi … fanno gli stessi sogni”. Più che l’amore, sono le relazioni e il gioco che si innesca fra individui l’indagine dello spettacolo, le disarmonie e le facili lotte interne dell’ego, le mancanze, i sensi di inadeguatezza che si proiettano e le invidie latenti, la difficile ammissione che non amiamo noi e di conseguenza non amiamo l’altro. Ciò che appare coordinato e in armonia non sempre ha una corrispondenza nel vero, quando le diverse componenti di un rapporto si incastrano e scivolano spontaneamente nel reale queste trovano una serenità dell’essere che raggiunge quasi la compensazione, a volte, però, è solo una forzatura applicata, dal tempo, dalle esperienze, dal voler far sì che tutto si muova per il verso giusto, per convincere noi stessi e gli altri che la relazione funziona, esiste, resiste, è proprio come la volevamo. Questo irriverente e interessante lavoro che si inscrive nel progetto “Da soli non si è cattivi” e ospitato da uno spazio attivo e dinamico come Carrozzerie n.o.t. è il primo quadro di un equilibrio teso che vive della quotidianità abitudinaria e devastante, un equilibrio messo a dura prova dalla personalità che scalpita e vuole emergere, affermarsi, tanto da entrare in competizione con l’altra. Le ansie, i giochi di potere, l’egocentrismo smisurato, i deliri di onnipotenza che nascondono sempre una paura, una frustrazione e una vergogna vengono portati in scena come una rappresentazione originale e coinvolgente, grazie a una regia pulita e curata, una scenografia essenziale che riproduce l’interno di una cucina su pannelli fotografici, un testo che usa le parole, quelle giuste, ironiche, taglienti, determinanti, che non strabordano, i silenzi necessari per conferire spessore agli sguardi di sfida e rimandi d’odio. Sgomitano fra di loro, si calpestano, si scorticano quasi, ridicolizzandosi spesso, Barbara e Riccardo pur di primeggiare l’uno sull’altro, quando Nancy, l’estroso amico inglese dallo sguardo accattivante, viene ospite in casa loro. Innamorati entrambi del fascinoso uomo vestito di bianco, i loro atteggiamenti verranno portati all’estremo, senza freni nell’esibirsi, arrivando fino all’umiliazione dell’altro, al piacere quasi perverso nel vedere il partner vacillare, cadere, ed essere artefice di quella sconfitta. E tutto questo per ottenere anche un solo complimento, un minimo di considerazione: “Cosa siamo disposti a fare per essere voluti bene? Fin dove siamo disposti a spingerci per essere voluti bene?”. Fin dove siam capaci di spingerci, dunque, per sentirci accettati, amati, etichettati dall’approvazione altrui? Quanto l’approvazione di noi stessi da parte di altri riempie insoddisfazioni e vuoti interni? La spigolosità delle parole, l’interpretazione dei gesti, le espressioni che tradiscono soddisfazione, arrivismo, avidità, sconforto e umiliazione sono indici di una notevole capacità attoriale, in simbiosi con la squadra intera che ruota attorno allo spettacolo e ne fa un lavoro ben riuscito dove la riflessione è accompagnata senza maniacale lavoro cerebrale, si sorride e si ride, consapevoli di esserci riconosciuti, ognuno un poco, e aver riconosciuto dinamiche umane. Le intollerabili lacerazioni di cui L’Amante si fa manifesto sono le verità di quel sottile meccanismo che abita ognuno e qui viene riportato in maniera amplificata, in un valido e interessante specchio dove il teatro rappresenta e rimanda la vita.

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