Segen, “ucciso di fame” a 22 anni

Segen non è riuscito a vedere il sole dell’Italia, dove aveva il miraggio di arrivare. Le ultime immagini che si è portato dentro sono state l’inferno di mesi e mesi di detenzione in un lager libico e il nero profondo del mare di notte, la paura a bordo del gommone che stava affondando nel Mediterraneo. Il 13 marzo lo hanno sbarcato a Pozzallo privo di sensi, morente. Scheletrico, senza più forze, quasi incapace persino di respirare, la sua vita si è spenta poco dopo il ricovero in ospedale.

Segen veniva dall’Eritrea. Aveva solo 22 anni. Era scappato nel 2016 per sottrarsi alle angherie di una dittatura che ruba la vita al suo popolo: in particolare ai giovani, condannati a un servizio militare senza fine e alla galera se appena osano ribellarsi o anche soltanto protestare. In Libia era arrivato quasi 20 mesi fa. Diciannove – hanno detto i compagni – li ha trascorsi in balia dei trafficanti. Uno dei tanti profughi ridotti in schiavitù, costretto a lavorare per pagare migliaia di dollari ai suoi aguzzini: il prezzo per il “rilascio” e per un posto, insieme a decine di altri disperati come lui, a bordo di un gommone di plastica su cui attraversare il Canale di Sicilia ma che – fragile, stracarico, malandato – era in grado, in realtà, di navigare, al più, per poche decine di miglia.

E’ lì, su quel gommone, che lo hanno trovato, insieme a 91 compagni, i volontari della Proactiva Open Arms. Un avvistamento quasi fortuito. Il Canale di Sicilia ora è pressoché sguarnito: le unità militari europee hanno lasciato quasi totalmente il campo alle motovedette libiche, mentre la guerra dichiarata contro di loro dall’Italia ha costretto a ritirarsi le Ong, che hanno salvato la vita ad almeno il 40 per cento dei migranti arrivati negli ultimi anni in Europa, ma che erano “colpevoli” di raccontare, giorno per giorno, l’orrore provocato dai “muri” anti migranti voluti dalla Fortezza Europa. Insieme a Sos Mediterranee con la sua Aquarius, Open Arms è l’unica Ong che, nonostante tutto, ha deciso di mantenere operative le sue navi di soccorso nel Mediterraneo. Ed è stata proprio l’ammiraglia, la Golfo Azzurro, a intercettare quel natante semi affondato, nella foschia dell’alba dell’undici marzo. I marinai di Open Arms sono esperti: hanno tratto a bordo tutti i naufraghi, prima che si perdessero tra le onde. E subito, per quanto non mancassero precedenti spesso drammatici, è apparso chiaro che non si trattava di un salvataggio come gli altri: quei profughi erano tutti allo stremo. Non solo e non tanto per la fatica delle ore passate su quel battello stracarico – al freddo, bagnati, in balia del mare – ma a causa di quello che hanno subito per mesi in Libia.

Molti non ce la facevano neanche a muoversi. Soprattutto due: Segen e un altro. Il comandante ha deciso allora di fare immediatamente rotta verso la Sicilia, a tutta forza. La nave è arrivata a Pozzallo la mattina del 13. Su indicazione dei sanitari di bordo, era pronto sulla banchina un servizio medico d’emergenza. Segen è stato sbarcato per primo ma, come si temeva fin dall’inizio, non ce l’ha fatta. La diagnosi è stata: cachessia, morte per malnutrizione. Per fame, insomma. “Il ragazzo è stato assistito dopo il soccorso – ha riferito il dottor Carmelo Scarso, medico dell’Asp di Ragusa a Repubblica – ma chissà per quanto tempo non ha mangiato. Presentava un deperimento organico molto avanzato, era scheletrico. Ne abbiamo visti tanti di migranti assai provati, ma questo superava ogni limite”.

Allo sbarco ha assistito di persona il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammaturo. Lo fa sempre quando arriva in porto una nave carica di migranti. Ma mai come questa volta è rimasto inorridito: “Uno sbarco tragico – ha dichiarato in una intervista a Radio 24 – Abbiamo visto uno stato impressionante di denutrizione non solo nel ragazzo che purtroppo poi è morto, ma anche nei suoi compagni. Erano tutti pelle e ossa. Mi è sembrato di tornare a 70 anni fa: alle immagini degli ebrei nei lager. Ecco, quei ragazzi sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti. Gente disperata, malnutrita: è stato terribile. Cinquantotto erano affetti da scabbia, ma quello che davvero ha sconvolto erano le loro condizioni fisiche: scheletri. Uomini, donne e bambini senza un filo di adipe, solo un mucchio di ossa. Con le scapole che sembravano voler uscire dalla schiena…”.

Come nei lager nazisti in cui sono stati sterminati gli ebrei, ha denunciato il sindaco Ammaturo. E’ esattamente quello che hanno ritenuto anche i giudici della Corte d’Assise di Milano, condannando all’ergastolo un trafficante somalo, ritenuto responsabile di morti e sofferenze inumane in Libia, nel campo di Bani Walid, e finito alla sbarra dopo che era stato sorpreso e riconosciuto, nei pressi della stazione centrale, da alcune delle sue vittime. “L’unica immagine appropriata che viene in mente per descrivere quanto è accaduto in quel centro di detenzione – ha riferito il procuratore nella requisitoria – è quella dei lager nazisti”. Come dire: il totale annientamento attraverso una sofferenza infinita: esseri umani ridotti a res nullius. Lo confermano tutti i rapporti sulla Libia: quelli delle Ong e quelli dell’Onu, l’ultimo, quello sul 2017, pubblicato proprio in queste settimane. E lo possono testimoniare tutti i 91 compagni di Segen. Ma anche i tanti racconti che continuano ad arrivare.

Di questi racconti, uno dei più drammatici riguarda la sorte di 18 ragazzi, alcuni addirittura adolescenti, rapiti nella zona di Homs dopo essere passati in un centro di detenzione statale, una di quelle strutture che, con l’aiuto dell’Unhcr, dovrebbero esaminare le richieste dei migranti e proteggerli dai trafficanti e dove invece – come ha denunciato l’Onu a più riprese e come pare sia accaduto anche in questo caso – le autorità e gli stessi agenti di custodia sarebbero spesso in combutta con i mercanti di esseri umani. Era l’inizio di gennaio quando quei 18 sono stati catturati, in tre fasi: prima sette, poi cinque, poi gli ultimi sei. Da Homs li hanno portati in una località sconosciuta, forse verso Bani Walid, chiudendoli in un container-prigione interrato, dove c’erano già altri prigionieri e dove altri se ne sono aggiunti nei giorni successivi, sino a diventare almeno una cinquantina. Negli ultimi due mesi alcuni, a quanto pare, sono morti per le torture e gli stenti. Il primo è stato Robel, un sedicenne eritreo: il padre, esule in Germania, ha saputo della sua fine orribile l’8 febbraio scorso, mentre si stava dannando per mettere insieme i 20 mila dollari pretesi dai predoni per il riscatto. Poi altri. Non si sa bene quanti, ma sembra più di qualcuno, stando almeno ai racconti fatti da vari prigionieri ai familiari, nel corso delle brevi telefonate con il cellulare messo a disposizione dai trafficanti per le trattative. Uno, inoltre, sarebbe rimasto semi paralizzato dopo l’ennesimo, feroce pestaggio. Non solo. Per “accelerare i pagamenti”, i trafficanti avrebbero tagliato la già scarsa razione d’acqua da bere e ridotto praticamente a zero il cibo. Una sorta di tortura della fame, che uccide lentamente, per consunzione.

Forse è proprio in questo, nella tortura della fame, il perché dei corpi scheletrici, martoriati, di quei 91 ragazzi sbarcati a Pozzallo, che hanno indotto a evocare l’inferno dei lager nazisti. Ed è in questo inferno che la Fortezza Europa, con i suoi muri e i suoi accordi in Libia, intrappola migliaia di esseri umani. “Nonostante la morte di Segen ed altri casi simili – ha contestato Human Rights Watch in una dichiarazione al Libyan Express – i governi europei continuano a dare pieni poteri alle autorità libiche per intercettare e bloccare le barche dei migranti anche in acque internazionali. E tutti quelli che sono a bordo, riportati indietro, sono condannati a rimanere prigionieri in Libia per un tempo indefinito. Sta fallendo, infatti, il programma di evacuazione e reinsediamento. Finora l’Unhcr ha trasferito dalla Libia in Niger più di mille migranti ma soltanto 55 sono stati poi accolti in Europa”.

Ecco, Segen, che avrebbe avuto diritto di essere accolto come rifugiato, è l’ennesima vittima di questa politica di chiusura, che si ostina a ignorare la sorte orribile a cui sono consegnati i migranti innanzi tutto in Libia ma anche in altri paesi di transito: il Sudan, il Ciad, lo stesso Niger, scelto dalla Ue per farne il principale hub di smistamento dell’immigrazione africana. Una vittima che questa volta, però, il destino ha scaricato al di qua del muro della Fortezza Europa, quasi a gettarle in faccia le sue responsabilità. E quasi a ricongiungere la sorte delle migliaia di sommersi durante la fuga per raggiungere il Nord del mondo con quella dei tanti, troppi morti nel tentativo di passare un confine all’interno della stessa Unione Europea o, lì dove l’accoglienza non funziona, come in Italia, trasformati in “non persone”: fantasmi senza diritti e braccia a buon mercato per il caporalato e il lavoro nero.

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