Non esiste una zona Sar libica: Tripoli non ha alcuna autorità fuori dalle sue acque territoriali

La nave di Proactiva Open Arms resta bloccata nel porto di Pozzallo. Ancorata alla banchina, nella più totale impossibilità di operare, anche a causa di una zona Sar di ricerca e soccorso, quella libica, che a quanto pare nemmeno esiste.

Ci sono aspetti per molti versi paradossali in questa storia. L’accusa di associazione per delinquere formulata dalla Procura di Catania è caduta, ma il sequestro è stato confermato per le “esigenze” dell’inchiesta ancora in corso sul comportamento della Ong spagnola. A ben vedere, in sostanza, il punto è che la nave non avrebbe obbedito agli ordini: il capitano e il capo missione, d’accordo con l’intero equipaggio, si sono rifiutati di trasbordare su un guardacoste della marina di Tripoli i 218 migranti che avevano appena salvato, a 73 miglia dall’Africa. Una scelta difesa con grande determinazione – senza lasciarsi intimorire neanche quando i militari libici hanno minacciato di sparare – perché non se la sentivano in alcun modo di riconsegnare le vite di quei 218 giovani all’inferno della Libia, da cui erano appena fuggiti.

Già, l’inferno. Tutti, anche diversi esponenti della magistratura, riconoscono che la Libia è un inferno, ma l’istruttoria che ha messo sotto accusa e paralizzato di fatto la missione di Proactiva Open Arms, non sembra tenerne conto: si insiste che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina prenderebbe comunque corpo perché, pur di portare i migranti in Italia, sarebbero stati violati gli ordini e i regolamenti derivanti dagli impegni sottoscritti con il Viminale e, soprattutto, fissati da accordi internazionali. Quegli accordi che affidano alla Libia – nonostante l’inferno dei suoi centri di detenzione, appunto – il coordinamento delle operazioni di salvataggio in una zona Sar che comprende in pratica gran parte del Canale di Sicilia. Solo che, nonostante l’assenso di Roma e il silenzio di Bruxelles, una “zona Sar” libica non risulta che sia mai stata riconosciuta e, di conseguenza, non può esistere. Lo ha denunciato l’eurodeputata Barbara Spinelli nell’ultima riunione della Commissione per le libertà civili e gli affari interni del Parlamento europeo, contestando la nuova missione Themis organizzata dall’agenzia Frontex che, subentrata dal primo febbraio alla missione Triton, restringe fortemente il limite operativo di competenza e quindi sotto la responsabilità italiana.

La differenza tra Themis e Triton è già di per sé enorme. Lo ha spiegato la stessa Spinelli, rilevando, quanto meno, “forti elementi di discontinuità” nelle regole d’ingaggio e nel raggio d’azione: “In Triton – ha contestato l’eurodeputata al direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, presente alla riunione – l’area operativa era inizialmente di 35 miglia (dalle coste europee: ndr) e poi fu estesa eccezionalmente nel 2015. Adesso, con Themis, siamo alle 24 miglia. Quello che mi domando è: quando mai arriverà un gommone (perché ormai non esistono più le barche) fino alle 24 miglia, dove inizia l’area di responsabilità italiana, visto che questi gommoni affondano ben prima?”. Si ripropone, cioè, in maniera ancora più drammatica, il vuoto registrato dopo l’abolizione di Mare Nostrum, l’operazione voluta dall’Italia sulla scia della tragedia di Lampedusa e cancellata esattamente un anno dopo, il 30 novembre del 2014, contro il parere della stessa Marina, che aveva preannunciato senza mezzi termini un aumento esponenziale delle vittime nel Mediterraneo come conseguenza diretta della fine della missione. Una escalation di morte che poi si è puntualmente verificata, fino alla strage del 18 Aprile 2015, con quasi 800 morti, e che indusse appunto ad allargare il raggio d’azione di Triton fino a una ventina di miglia dalle coste libiche. Ora, però, quella e altre stragi sembrano essere state dimenticate. Non contano più. L’operazione Themis appare il risultato più diretto di questa indifferenza, costruito attraverso il disimpegno progressivo delle navi militari italiane ed europee nelle operazioni di salvataggio, accompagnato dalla costruzione di muri sempre più alti per impedire ai migranti di riuscire anche a imbarcarsi, e grazie al ritiro a cui sono state costrette quasi tutte le Ong da una pesante campagna di denigrazione e delegittimazione.

Il “vuoto” che si è così nuovamente aperto è stato riempito di morte. Lo testimoniano le cifre. A fronte di una forte diminuzione degli sbarchi in Europa (meno 30 per cento in Italia nel 2017 e meno 60 per cento nei primi tre mesi di quest’anno), si registra un aumento enorme delle vite perdute rispetto agli arrivi: dei sommersi rispetto ai salvati. In totale nel 2018 le vittime, tra mare e terra, risultano 561 a fronte di meno di 16.600 arrivi in tutta Europa. Ovvero, il tasso di mortalità è salito a 1 ogni 29 sbarchi contro 1 ogni 53 nel 2017 (pari a circa l’80 per cento in più) e 1 ogni 68 nel 2016 (oltre il 100 per cento in più). Ad occuparsi di questo “vuoto”, secondo gli accordi promossi dall’Italia, dovrebbe essere la Libia. Ma la Libia è quello che è. E la flottiglia di guardacoste fornita dall’Italia, più che a soccorrere serve in realtà a bloccare i profughi in mare, dando corso a veri e propri respingimenti indiscriminati di massa, in contrasto con il diritto internazionale e, oltre tutto, con metodi a dir poco violenti, come hanno ampiamente documentato le Ong. Per di più, questi accordi tra Roma e Tripoli sembrano non avere alcun valido fondamento giuridico-legale o comunque basarsi su un grosso equivoco. “Mi risulta – ha denunciato Barbara Spinelli – che la zona Sar libica non esiste. Si tratta di una affermazione confermata in maniera ufficiale dall’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo). I requisiti richiesti per il search and rescue non sono stati soddisfatti e la Libia si è dunque ritirata dalla Sar. Questo pone un problema di non poco conto, perché la zona Sar era stata istituita principalmente per depotenziare l’attività delle Ong e affidare ai libici un controllo che non erano in grado di esercitare”.

Ecco il punto. Si sapeva in partenza che la Libia non è in grado di “gestire” interventi di ricerca e soccorso. Forte però degli accordi sottoscritti con l’Italia e, dunque, con la complicità e forse addirittura obbedendo a precise disposizioni di Roma, Tripoli si è attribuita una “zona Sar”, spingendosi fino a più di 100 miglia dalla costa africana, ben oltre le 12 miglia delle acque territoriali e le 24 (12 più 12) delle “acque di competenza” previste per ogni Stato rivierasco. E questa sua decisione l’hanno, di fatto, accettata tutti, a cominciare dall’Unione Europea, anche attraverso l’agenzia Frontex. Ma ora, vista la “sentenza” dell’Imo rivelata da Barbara Spinelli, chi deve intervenire in questo amplissimo spazio di mare abbandonato da mesi alle prepotenze e agli evidenti abusi della Guardia Costiera libica? Finora nessuno lo ha spiegato. A meno che la spiegazione tacita non sia che comunque i migranti/profughi vanno fermati, con qualsiasi mezzo: nel Mediterraneo o meglio ancora a terra, prima di riuscire a imbarcarsi o addirittura prima che possano entrare in Libia, in Egitto, in Algeria, in Tunisia, in Marocco… Prima, cioè, di varcare il confine meridionale degli Stati del Nord Africa, lungo la linea di frontiera del Sahara, in pieno deserto, secondo il principio della esternalizzazione il più a sud possibile delle mura della Fortezza Europa. Così nessuno potrà vedere, ascoltare, parlare, testimoniare della sorte a cui sono condannati migliaia di disperati.

Non solo. Barbara Spinelli affronta anche un altro punto cruciale, la questione delle regole relative agli sbarchi: dove portare i profughi intercettati in mare. “Si tratta – ha insistito – di sbarchi in luoghi sicuri, in places of safety, secondo la convenzione Sar, oppure di sbarchi in luoghi più vicini? E’ evidente che fa una grande differenza…”.  E’ proprio il problema posto dal caso della nave di Proactiva: il capitano e l’equipaggio si sono rifiutati di consegnare i 218 naufraghi tratti in salvo al guardacoste libico (che era, tra l’altro, una delle unità militari donate da Roma a Tripoli, la motovedetta 648) proprio per non farli tornare in Libia, che definire “non sicura” è un eufemismo, con il caos che la travolge da anni e con quei suoi centri di detenzione che tutti descrivono come lager, luoghi di tortura e di morte paragonabili ai lager nazisti, come ha sottolineato la stessa magistratura italiana, con la sentenza di condanna all’ergastolo pronunciata dalla Corte d’Assise di Milano contro uno degli aguzzini del campo di Bani Walid.

Nell’audizione della Commissione per le libertà civili dell’Europarlamento Barbara Spinelli non ha trovato risposte ai suoi quesiti, tanto da riproporre a Fabrice Leggeri una domanda stringente: “Vorrei sapere se conferma che la zona Sar libica non esiste, visto che nella sua presentazione iniziale ha dato invece per scontato la sua esistenza”. Ma, a parte il direttore di Frontex, si tratta di una risposta che dovrebbe dare per primo il Governo italiano. In particolare, il ministro Marco Minniti, il principale artefice degli accordi sottoscritti con Tripoli. Oppure bisogna aspettare un’altra strage come quella del 18 aprile 2015, il più grande disastro navale mai registrato nel Mediterraneo?

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