Arte e impegno che resistono, l’esperienza dei Motus. Intervista a Daniela Nicolò.

In occasione di ÜBER RAFFICHE all’Angelo Mai, nel clima di dichiarata diffidenza verso il “diverso” e di stereotipi sempre uguali, di forme e mentalità che raccontano paura e repressione, era necessario incontrare Daniela Nicolò, fondatrice della compagnia Motus assieme a Enrico Casagrande. Un concreto esempio di realtà resistente e produttiva, che mette radici nel 1991, fortemente intrisa di personalità in questo panorama teatrale italiano.

Prima di affrontare lo spettacolo, parliamo di Motus, compagnia che è vera e propria testimonianza del tempo che ci troviamo a vivere.

Chi erano i Motus e come li vedi, come vi vedi collocati ora?
Io e Enrico Casagrande abbiamo fondato Motus nel 1991, sono passati ormai più di venticinque anni, ma il nostro impulso e desiderio nei confronti del teatro non è mutato. Cercavamo e cerchiamo col nostro teatro di parlare del qui e dell’ora, di questo tempo presente, dei diversi accadimenti che ci interessano e anche preoccupano. Ci approcciamo al teatro usando una commistione e contaminazioni di linguaggi, in un discorso di totale indipendenza. Siamo partiti dagli spazi occupati che continuiamo a frequentare, poi pian pano si è consolidato un rapporto con le diverse realtà teatrali, di pari passo a un riconoscimento da parte di pubblico e critica, numerose esperienze all’estero, insomma un grande movimento attorno alla compagnia che però non ha cambiato atteggiamento nei confronti della realtà e delle persone con cui collaboriamo. È importante per noi far sentire tutti quelli che lavorano con noi parte integrante e fondamentale dei progetti. Si sono instaurati col tempo rapporti temporanei e altri duraturi, alcuni direi fondamentali.

Questo movimento vi ha visto infatti “nomadi e indipendenti”, come vi definite voi stessi.  Esplorate e dunque raccogliete diverse esperienze, da queste però emerge una cifra stilistica sempre molto personale. Un essere ovunque mantenendo una linea senza snaturarsi…
Questo ci tiene in vita, posso dire. Non ci siamo mai voluti legare a un luogo fisso per scelta e natura, nonostante abbiamo legato con tutti i luoghi visitati e che ci hanno ospitati. Con alcuni spazi sono nate vere intese e rapporti di stima e d’affetto, è per esempio il caso dell’Angelo Mai dove andiamo ora in scena. Viaggiare implica fare incontri e dunque si scoprono altre visioni, altri linguaggi. Fra gli ultimi, l’esperienza di New York, con un lavoro che porteremo a novembre al Roma Europa Festival. Una gran bella esperienza di estremo sradicamento, per il grosso impatto con una realtà e una dimensione lontana, pubblico diverso, culture diverse. Questo ricerchiamo, il fine dei nostri lavori è che riescano a comunicare con pubblici e situazioni sociali diverse da quella del proprio giardino. L’incontro e l’approccio con le diversità culturali è per noi necessario.

Giungendo allo spettacolo che portate in scena in questi giorni, è interessante il processo di realizzazione che sta dietro Uber Raffiche. Raccontaci un po’ il principio che ha dato vita a questo lavoro.
Nel 2002, con un cast maschile, avevamo messo in scena una pièce teatrale sulla base di Splendid’s di Jean Genet. Siamo andati oltre, l’abbiamo immaginato con un cast femminile. Ci è stato negato a causa del copyright internazionale che proibisce di cambiare identità ai personaggi.
Questa sorta di impedimento ci ha spinto ad andare ancora più a fondo, vicini a tematiche ancora più attuali che sentivamo urgenti abbiamo coinvolto Magdalena Barile, la bravissima drammaturga che ha riscritto il testo immaginando questo gruppo di donne alle prese con gesti e azioni provocatori e di protesta. I gangster di Genet sono mutati nelle attiviste transfemministe di Uber raffiche, impegnate in sfolgoranti azioni contro il dominio patriarcale ed eteronormativo. L’approccio ai testi è per noi un momento di rispetto che si mantiene nel corto circuito che andiamo ad innescare, abbiamo lavorato all’Antigone o all’opera di Shakespeare La Tempesta, e anche lì abbiamo rintracciato dei punti di collisione e lo sguardo puntato alle lotte, cito quella greca ad esempio che ci ha molto coinvolto, le rivolte degli studenti e le varie manifestazioni o azioni politiche. La Tempesta ad esempio per noi è diventata la tempesta del mediterraneo, le traversate dei migranti. In Uber raffiche quindi si intrecciano quindi lato politico  e performativo, azioni concrete dove non abbiamo rivendicato un’appartenenza a qualche specifico gruppo femminista o comunque politico, ma di sicuro c’è un’appartenenza e condivisione del senso e delle lotte.

Una versione pseudo-realistica e fortemente cinematografica, per confondere fiction e realtà, da dov’è nata l’intuizione e quali influenze, se ce ne sono state, sono state determinanti nel percorso di realizzazione?
Il teatro per noi è un modo per mescolare i linguaggi. In questo caso siamo legati a una storia con un testo, dei personaggi, una struttura ben precisa che noi abbiamo spostato in uni scenario alterato, dato dalla ripetizione sotto forma di loop. Abbiamo ricreato poi una sorta di set, la dimensione è quella appunto, gli stessi dialoghi sono molto secchi e veloci, tipici di una scrittura cinematografica. Un riferimento particolare e esplicito riprende Dogville di Lars von Trier che inseriamo in un gioco teatrale che è prima di tutto operazione di spostamento, dai personaggi maschili alle donne, alle transfemministe, ai discorsi sull’uso o meno necessario della violenza.

“Un’insubordinata esigenza di apertura”, così leggiamo nella presentazione. Si lascia dunque pensare a un lavoro in linea che rispecchia la firma Motus, diretta, irriverente, radicale. Immagino vi sarete dovuti scontrare con pensieri in disaccordo o con pregiudizi restrittivi su questa forma di apertura.
Vi sono restrizioni assurde, è vero. Riguardo noi, sicuramente siamo un po’ scomodi, restiamo spesso fuori da alcuni circuiti teatrali, questo deriva da difficoltà comuni che riguardano anche molti nostri colleghi che poco ricevono il sostegno delle istituzioni. Nel nostro caso si tratta anche di intercettare difficoltà comunicative per tematiche e temi che affrontiamo, ma il non essere totalmente artisti istituzionalizzati deriva soprattutto da una scelta di voler essere indipendenti pur non interrompendo il dialogo.

Otto attrici in questo spettacolo. Come sono state coinvolte?
Il nostro lavoro con gli attori inizia con un incontro che raramente è un provino o un’audizione. Le abbiamo fatte ma la formula che preferiamo per coinvolgere poi in lavori nostri è iniziare già a lavorare con le persone, entrarci in contatto, capirne un po’ le storie, questo tipo di condivisione è possibile attraverso i laboratori. Molte delle nostre collaborazioni sono nate dopo un workshop.

Essendo voce importante di un teatro sociale non possiamo prescindere da un discorso legato alla società. Questo panorama italiano di cui parliamo lo vivi da artista da un po’ di anni. Sicuramente hai assistito a trasformazioni personali e collettive. Cosa è mutato in particolar modo, com’è, ad esempio, fare ricerca ora?
Sicuramente è un teatro sociale da non confondere però con l’immaginario radicato in chi pensa che il teatro sociale o civile sia composto da qualcuno che racconta solo storie. Il nostro approccio al teatro è di collegamento con la realtà e ciò che accade, mantenendo sempre attiva una ricerca estetica sul linguaggio, sento un territorio talmente frammentato, una situazione questa che non porta ad aprirsi ma a chiudersi. Noi siamo in giro da anni, negli anni e dagli anni ’90 in poi abbiamo spinto il più possibile, siamo nati avanti ad oltranza, stretto alleanze con altre compagnie cercando di non arretrare mai. Non abbiamo mai avuto spazi nostri, ma abbiamo sempre trovato meravigliose ospitalità e soprattutto non si avvertiva questo senso di solitudine che ora investe il teatro. Si ha la sensazione di essere un po’ più abbandonati se non si scende a patti con il mercato. Riusciamo ad andare avanti col nostro lavoro, anche se la strada non è sempre lineare e priva di ostacoli, ma i giovani artisti emergenti, davvero mi pare siano affaticati, è molto duro oggi fare teatro indipendente, o ci si affida ai grandi teatri che ti fanno lavorare a testi e con attori scelti, inserendoti quindi in una proposta che è quella e sei praticamente obbligato ad accettare o si procede per festival, che ci sono ma campano con le briciole dei finanziamenti pubblici, altrimenti cercare di portare avanti un’indipendenza adesso è molto faticoso. Per fortuna vi sono molti spazi che continuano determinati nel loro lavoro e con la passione che ci accomuna.

Parlando di determinazione nell’andare avanti rileggo le vostre parole: “… continua a sparare. A sparare ancora […] Perché nella canna del mitra canti una voce nuova, si spezzino gli enunciati, vibri una parola che non appartiene più ad alcun autore […].” Spari che non sono di terrore ma che allontanano anzi la paura. Il linguaggio artistico come forma di sensibilizzazione che sopravvive, anzi resiste?
Il mio unico e vero stimolo. Non parlo di speranza, ma proprio di resistenza, cerchiamo di fare il possibile, ci sono luoghi, spazi e realtà che continuano a fare rumore, continuano a sparare in senso figurato. È necessario mantenerlo questo slancio.

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