A dieci anni dal Testo Unico Sicurezza del Lavoro ancora un morto sul lavoro ogni 8 ore

A cura di Bruno Giordano.

Un morto ogni 8 ore, oltre 13.000 morti e 8 milioni di infortuni sul lavoro in dieci anni, circa 3.000 morti da amianto ogni anno nonché il numero oscuro di quelli dissimulati come incidenti domestici o stradali: veri e propri crimini di pace che qualcuno si ostina a chiamare morti bianche.

Il 9 aprile 2008 veniva approvato il Testo Unico Sicurezza del Lavoro, approvato dal governo Prodi una settimana prima delle elezioni, subito radicalmente riformato dal successivo governo Berlusconi. Il bilancio è tragicamente fallimentare sul piano preventivo e repressivo per cause di ordine politico, amministrativo, economico, giudiziario.

Ben cinque governi in questi dieci anni non sono riusciti a varare tutti i decreti attuativi del decreto 81 del 2008. Ad esempio il S.I.N.P. deve ancora decollare e la “patente a punti” delle imprese edili non è stata mai applicata. Il nuovo codice dei contratti pubblici fa dei costi della sicurezza un perno centrale dei lavori pubblici ma pochi ispettori saprebbero sbirciare dentro una gara per scoprire dove si tenta di ribassare sulla pelle dei lavoratori. I provvedimenti noti come Industria 4.0 legano l’innovazione alla sicurezza. Il Jobs Act aggancia la riforma del lavoro alla tutela della salute e riunisce gli ispettori dell’Inail, dell’Inps e del lavoro nell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, ma ancora dopo tre anni è impantanato nella burocrazia, nelle resistenze di categoria e nell’impossibilità normativa di coordinare gli ispettori delle Asl che invece fanno capo alle Regioni. Queste hanno competenza generale sui luoghi di lavoro ma rispondono a politiche di prevenzione variegate in base all’assessore di turno. Buone idee che non portano mai ai risultati sperati.

Ad ogni strage sul lavoro si sente lo slogan “perché non accada mai più” e si invocano maggiori controlli: una ovvietà che vale per tutti i reati di qualsiasi tipo, quindi equivale a non dire nulla.

Oggi abbiamo la metà degli ispettori Asl che vi erano dieci anni fa: un’impresa può nascere, vivere per anni e morire senza mai essere controllata. Eseguire controlli non può essere un’emergenza, deve essere una costante non contro ma a supporto del sistema produttivo.

Va elevata la qualità e competenza dei controlli con un unico effettivo coordinamento nazionale che programmi sul territorio le forze ispettive disponibili: intervenire in un’azienda agricola del ragusano o dell’agropontino non è come ispezionare una fabbrica brianzola, un’industria chimica o un cantiere edile.

I controlli soltanto se sono coordinati e incrociati diventano proficui per imprese, lavoratori, Stato, Regioni e collettività. Si pensi all’incendio di un laboratorio di Prato con la morte di sette lavoratori cinesi il primo dicembre 2013 dopo il quale la Regione Toscana ha reclutato 75 ispettori per tre anni sulla base di un protocollo con la magistratura. Sono stati scoperti oltre 600 dormitori abusivi, il triplo dei reati in materia di lavoro rispetto al periodo precedente, un ingente indotto di evasione fiscale, con la conseguenza di aver recuperato alla legalità centinaia di imprese del territorio pratese e di aver incamerato somme di gran lunga superiori a quelle impegnate per retribuire i 75 ispettori. I controlli a tappeto hanno giovato alla Regione, alla giustizia, ai lavoratori e alle imprese sane che hanno visto il mercato ripulito da imprese che facevano concorrenza sleale sfruttando i lavoratori, abbattendo i costi, evadendo gli obblighi di legge.

Sul piano economico una costante lamentela delle imprese riguarda i costi della sicurezza ritenuti eccessivi, burocratici e di intralcio. Si dimentica che fare sicurezza ha un costo di gran lunga inferiore a quello dell’insicurezza: costi umani, legali, produttivi, amministrativi oltre le sanzioni penali e le conseguenze nelle relazioni interne. Invero occuparsi della salute dei lavoratori non è un costo ma un obbligo costituzionale previsto dall’art. 41 della Costituzione; ed è soprattutto un investimento per rendere efficiente e funzionale una procedura, un sistema produttivo, l’organizzazione del lavoro. Ogni euro messo sulla sicurezza porta a produrre meglio, senza danni, quindi reddito e risparmio, benefici non costi.

Ciò che fa bene all’impresa fa bene alla società, e viceversa, ciò che danneggia l’impresa è un costo per la collettività. I costi degli infortuni infatti vanno valutati anche sul piano macroeconomico: sono a carico dello Stato sociale attraverso il sistema previdenziale, assicurativo, sanitario e giudiziario. Ogni infortunio, a prescindere dalla gravità, mette in moto un meccanismo amministrativo, processuale e sanitario che grava sulla spesa pubblica. In Germania ciò significa il 2,6 % del PIL, in Italia circa il 3%.

Anche l’apparato giudiziario ha le sue colpe. Molte prescrizioni sarebbero evitate se si applicasse la norma del codice di procedura penale che dal 1989 impone una corsia preferenziale per i processi in materia antinfortunistica al pari di quelli con detenuti. Del resto la magistratura associata non ha mai voluto adottare l’idea di una Procura nazionale (o almeno distrettuale) competente in questa materia, pur sostenuta da autorevoli magistrati. Soprattutto per le morti d’amianto si eviterebbe un’ingiusta oscillazione giurisprudenziale spesso dovuta alla diversa qualità delle indagini.

Dieci anni fa veniva anche ampliata la responsabilità delle imprese agli omicidi e lesioni gravi dovuti a colpa sul lavoro secondo il d.lgs. 231 del 2001. Sembrava dovesse avvenire una rivoluzione nella prevenzione e nella repressione ma i fatti hanno smentito questa previsione.

Poche imprese hanno approfittato della normativa (peraltro facoltativa) per rivedere l’organizzazione del lavoro; altre hanno pensato ad assolvere un ulteriore adempimento burocratico; quasi tutte non vi hanno provveduto. Nove volte su dieci quando v’è un infortunio sul lavoro e si vuole indagare sulla responsabilità dell’impresa, non si trova alcun modello di gestione richiesto dal decreto 231. Quando si vuole indagare, appunto, perché a fronte degli oltre tredicimila morti e otto milioni di infortuni, dovremmo oggi leggere almeno qualche decina di migliaia di sentenze sulla responsabilità delle imprese. Invece ne abbiamo soltanto un centinaio perché queste notizie di illecito non vengono cercate, non sono iscritte, le indagini non iniziano e quindi non ci sono processi e sentenze. Molte Procure della Repubblica non ritengono che sia obbligatoria tale indagine e che sia impossibile trovare la prova di un interesse o vantaggio della società (ma ad esempio il caso Thyssen Krupp dimostra il contrario). Probabilmente sulla disapplicazione giudiziaria di una normativa con un’alta funzione preventiva e repressiva influisce la remora delle sanzioni pecuniarie previste, idonee a decretare la chiusura di una piccola azienda.

Infatti la maggiore parte degli infortuni si verifica nelle P.M.I. che costituiscono oltre 90 % delle imprese italiane e questo dovrebbe orientarci quasi esclusivamente per dare loro supporto preventivo. Le politiche pubbliche grazie soprattutto ai fondi destinati dall’Inail con i bandi ISI per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro hanno ridotto gli infortuni del 25,4% nelle imprese sovvenzionate rispetto a quelle che non hanno chiesto o ottenuto i fondi.

A fronte di tali dati però il lavoro è cambiato: non solo precariato ma anche caporalato e sfruttamento. Dall’agricoltura all’edilizia, dai trasporti ai servizi imperversa il lavoro nero, pagato a 2-3 euro l’ora, senza diritti, senza dignità. Disoccupazione giovanile, immigrazione, precariato e stagionalità dei lavori agricoli hanno frammentato la tutela e fatto evaporare i diritti conquistati negli ultimi due secoli. Siamo tornati a livelli ottocenteschi in cui il lavoro è in mano a chi governa un territorio che decide le condizioni in cambio di mera merce umana. E’ il prezzo del prodotto agricolo, ad esempio, spesso imposto dalla grande distribuzione, che condizione la paga di un lavoratore agricolo. Di contratti, tutele, sicurezza manco a parlarne. Il mercato senza regole schiaccia i diritti. Ma devono essere le regole a governare il mercato.

Bruno Giordano è magistrato presso la Corte di Cassazione, professore di Diritto della Sicurezza del Lavoro all’Università degli Studi di Milano, consulente giuridico della Commissione di inchiesta del Senato sugli infortuni sul lavoro. Ha lavorato presso la Pretura di Milano, di Torino, Tribunale di Milano. Pubblicazioni in materia di penale, procedure penale, civile, amministrativo, ambiente, sicurezza.

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