Ti Si Moj Zivot – Tu Sei La Mia Vita: La Guerra Non È Uno Sport

Le Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 e, soprattutto, il Campionato mondiale di calcio 1990 che si svolse in Italia non furono solo due memorabili eventi sportivi ma si ricordano come due dei rarissimi momenti in cui croati, sloveni serbi, macedoni – che ancora costituivano il variegato e assolutamente non pacificato stato della Jugoslavia – svilupparono un qualche senso di appartenenza gli uni con gli altri, subito dissolto al concludersi delle speranze di vittoria. La Storia non si fa con i se e con i ma: cosa sarebbe accaduto, però, in caso di vittoria della nazionale jugoslava in quel mondiale da “Notti Magiche”?
Una domanda che si pone quel Faruk Hadžibegić che sbagliò il calcio di rigore contro l’Argentina impedendo alla nazionale da lui capitanata di andare oltre i quarti di finale, indagata nel libro L’Ultimo Rigore Di Faruk del giornalista e storico Gigi Riva e da cui prende le mosse Ti Si Moj Zivot – Tu Sei La Mia Vita: primo capitolo di una trilogia fortemente voluta dalla compagnia Fenice dei Rifiuti, scritto, diretto, interpretato da Alessandro Veronese e che debutta in anteprima nazionale concorrendo al DOIT festival presso l’Ar.Ma Teatro di Roma. Attraverso la rievocazione della formazione nazionale e degli insperati risultati ottenuti dai campioni jugoslavi, l’attore ricorda quei giorni di euforia che lasceranno spazio all’atroce guerra dei balcani anche attraverso l’utilizzo di canzoni d’epoca e oggetti vintage in un’alternanza di storie vere e intuizioni romanzate.

Ascoltiamo, così, la desolante cronaca di Zlata, una bambina di 11 anni che ha scritto in un diario il suo resoconto privato di quell’infinito orrore; veniamo a sapere di come trova la morte Suada, una giovane studentessa in medicina di Dubrovnik; scopriamo che il celeberrimo Adagio in Sol minore, attribuito per tantissimi anni a Tomaso Albinoni, suonato al violocello da Vedran tra le rovine della biblioteca di Sarajevo è in realtà opera del musicologo Remo Giazotto, che per anni ha millantato di averlo ricostruito grazie ai frammenti trovati in un’altra biblioteca distrutta – quella di Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale; e, infine, loro: Bosko e Admira, giovanissimi fidanzati appartenenti due etnie e religioni differenti che eternano il loro amore ma trovano la morte nel tentativo di fuggire dal sanguinoso conflitto.

Lo sforzo e l’impegno profusi da Alessandro Veronese non sono solo encomiabili ma tangibili: il suo è un tentativo di porre nuovamente sotto i riflettori quella che pare essere una guerra ormai dimenticata, nonostante il cosiddetto conflitto dei Balcani sia stato documentatissimo a livello mediatico con immagini praticamente in diretta del lancio di missili o bombe, esplosioni e morte. Il risultato dello spettacolo è, però, altalenante perché sebbene le vicende trattate siano indubbiamente molto toccanti l’incipit calcistico – dove si arriva a nominare praticamente l’intera squadra dell’epoca e gran parte delle azioni di cui si era resa protagonista – è davvero troppo invadente considerando quanto poco ruolo avrà poi il calcio nel quadro più generale dell’opera.  Il protagonista del monologo, inoltre, non risulta così eclettico da riuscire a dar voce a tutti i personaggi con la stessa credibilità: in chi guarda rimane la sensazione che la presenza di un altro attore o attrice in scena avrebbe di certo giovato e fatto una notevole differenza. Infine Ti si moj zivot – Tu sei la mia vita soffre di un eccessivo ricorso ad accenti patetici che fiaccano alcune belle intuizioni – una tra tutte il legare creativamente il numero 8 ad alcune drammatiche coincidenze – finendo per deragliare nel lacrimevole.

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