Tensioni ai bordi d’Europa: che succede in Armenia?

La storia delle proteste di massa di questi giorni in Armenia ha nnoo rigine in un anno, il 2013, e nella città di Gyumri, a circa 150 km dalla capitale, Yerevan, dove dal 13 aprile è in corso la grande mobilitazione. Due filoni, nello spazio e nel tempo, che sono stati annidati da una clamorosa catena d’errori del governo in carica. Cominciamo dal 2013, quando l’allora presidente Serzh Sargsyan lanciava motu proprio un progetto di riforma costituzionale che prevedeva il passaggio da una forma di governo semi-presidenziale al parlamentarismo. Il dibattito su di quale forma di governo dotarsi ha percorso il mezzo secolo dell’indipendenza della piccola repubblica sud-caucasica, approdata alla piena sovranità dopo lo scioglimento dell’URSS. Un dibattito causato dalla frustrazione per la disfunzionalità del governo che ad oggi non è riuscito a creare un modello di sviluppo in grado di fermare un’emigrazione in massa che ha portato al drenaggio di forza lavoro e cervelli fino a praticamente dimezzare gli effettivi residenti rispetto al – peraltro non particolarmente roseo – periodo sovietico. Mali supremi l’eccessivo accentramento di potere, con la conseguente prevedibile spirale di atteggiamenti predatori e corruzione della classe dirigente, la mancata alternanza e quindi la poca responsabilità e accountability verso l’elettorato, il controllo dello stato da parte di un ceto di politicanti-oligarchi e la quindi scarsa rappresentanza dei bisogni della piccola imprenditoria, del risicato ceto medio e delle abbondanti risacche di povertà.

Il parlamentarismo sarebbe parso un buon sistema per ridistribuire il potere dall’ufficio presidenziale se non che la riforma partiva macchiata del peccato originale: il suo fautore era proprio il presidente, e un presidente al secondo e ultimo mandato. Da subito quindi s’è ipotizzato che Sargsyan stesse solo cercando di far confluire i propri poteri nell’incarico di primo ministro e, terminato il mandato, venire eletto premier. Insomma, il giochetto Medvedev-Putin, ripartizione del potere à la russe. Nel 2015 passa con controverso referendum la riforma secondo la quale il nuovo presidente, da eleggere nel fatidico 2018, sarà una figura largamente cerimoniale, senza nemmeno avere il diritto di veto o essere a capo e garante della neutralità delle forze dell’ordine, sottoposte al nuovo governo eletto dal parlamento.

Spostiamoci ora nello spazio, nella città di Gyumri, seconda città armena per importanza, dove lo scorso 31 marzo Nikol Pashinyan parte per una sorta di pellegrinaggio che attraverso le città di Vanadzor, Spitak, Dilijan, Sevan, Hrazdan, Abovyan, fino a piazza della Repubblica a Yerevan. Nikol Pashinyan è stato giornalista, membro del partito dell’ex presidente Levon Ter-Petrosyan che aveva sfidato nel 2008 Sargsyan alle elezioni. Durante le manifestazioni e la repressione (13 morti, 130 feriti) che aveva seguito le elezioni, era stato uno dei capi-popolo in piazza, cosa che gli era valsa una condanna poi amnistiata, ma non senza che abbia conosciuto – dopo essersi consegnato alle autorità – le carceri armene. Nel 2013 forma un nuovo partito, il Contratto Sociale, con l’esplicito scopo di mettere fine alla serie di mandati di Sargsyan. Cinque anni dopo comincia la marcia che lo porterà di nuovo a essere un capo-popolo, alla testa delle colonne di manifestanti che stanno bloccando la capitale, con una maglietta mimetica, la mano fasciata e i punti in faccia, segno di quanto sta accadendo in questi giorni a Yerevan. Ma anche in altre città del paese.

Come un leader di un movimento di minoranza riesce a far mobilitare studenti, riempire la piazza, fronteggiare con la disobbedienza sociale uno schieramento imponente di polizia, compiere raid pacifici in università, centri commerciali e radio, a fronte del potere di un partito di maggioranza che vince tutte le elezioni e che è appena stato riconfermato alla guida del paese? In mezzo c’è certo impopolarità della “casta” ma anche una grottesca catena di errori.

Il primo anello della catena è la manovra di slittamento di poteri non a favore di un nuovo ordine costituzionale, ma appunto a favore di una persona. Una manipolazione dei massimi incarichi dello stato ad personam che non può che innervosire i cittadini. E poi, e forse a pari misura, il patetico tentativo di gestire un gesto così macroscopico tenendolo sottotono: fino a una settimana prima della presentazione la candidatura nessun dibattito con Sargsyan, nessun coinvolgimento popolare sula sostituzione del Primo Ministro in carica, a fronte del fatto che non fosse particolarmente impopolare e da poco in carica. Strategia del ‘zitti-zitti, si lasciano tutti chiacchierare senza esporci direttamente, e all’ultimo si mette il nostro’.

Secondo anello: quando la processione da Gyumri arriva a Yerevan con l’intenzione di impedire al partito di maggioranza di tenere la seduta per la nomina di Sargsyan a candidato, questi se abbandonano la capitale e tengono la seduta fuori città. Grandissimo errore, evitare il confronto e dimostrare di temere quelli che – numeri alla mano – dovrebbero essere i propri elettori.

Terzo anello, permettere che nella repressione di quelle che sono da giorni manifestazioni popolari e largamente pacifiche rimanga ferito proprio il capo-popolo, che già ha il lustro di aver attraversato il paese a piedi, in mezzo alla gente, e che ora si ripresenta dopo una rapida medicazione in prima linea, ferito ma indomito. E che parla, infiamma la folla, la tiene sotto controllo, viene ubbidito se c’e’ da assediare un edificio, o se c’e’ da sgomberare un sit-in di notte per evitare provocazioni di infiltrati che potrebbero delegittimare la protesta civile. In un paese in cui gli imperturbati e ovattati corridoi del potere sono avvertiti come remotissimi e inaccessibili dai cittadini, nulla di più grave che offrire loro su un piatto d’argento un uomo in carne e ossa, che suda, sanguina, sta fra loro, con loro parla e con loro e per loro lotta a proprio rischio e pericolo. Fatto provato, grazie alla maldestra gestione dell’ordine pubblico.

Piovono arresti, nei giorni soleggiati della protesta #rejectSerzh, e gli inviti a evitare escalation violente da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, mentre il presidente uscente nonché primo ministro entrante Serzh Sargsyan va avanti come niente fosse. Incassa l’incarico e il supporto russo, non incontra ad oggi i manifestanti e pare attendere che la cosa, complici arresti, fumogeni e un po’ di manganellate, sbollisca. Nella speranza di evitare di inaugurare nel sangue – non certo il proprio, ma quello della piazza – il proprio mandato da Primo Ministro come era accaduto una decade fa per quello da presidente.

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