Il commercio ittico e la criminalità organizzata. Quando il pesce puzza di mafia

Premessa

Questa analisi deriva dall’attenzione crescente a livello globale sui fenomeni criminali internazionali aventi ad oggetto l’ambiente e le sue risorse. Queste ultime, spesso trasformate in risorse economiche e infelicemente regolamentate, sono divenute obiettivo di soggetti e soprattutto d’ interessi, in alcuni casi criminali, che hanno finito col depauperare l’ambiente naturale.

La pesca costituisce un’attività storica dell’uomo, fondamentale alla sua sopravvivenza e a quella delle comunità, soprattutto costiere, di cui è parte. Questo processo ha però subito, nel corso degli ultimi decenni, un avanzamento nella direzione dell’azione fagocitante – sia di importanti multinazionali che – di organizzazioni criminali. La pesca illegale, dunque, da attività marginale per pochi soggetti rischia di diventare attività prevalente e foriera di interessi economici cospicui.

È evidente che questa riflessione non esaurisce il tema, il quale invece richiederebbe studi adeguatamente finanziati e accurati approfondimenti, ma forse può aiutare a sviluppare la nuovi interessi accademici, percorsi di conoscenza e consapevolezza nonché agevolare la costruzione di policy migliori allo scopo di contrastare le attività illegali e ricondurre questa attività nell’alveo della sua sostenibilità ambientale e sociale.

Elementi di base della pesca illegale: cosa è e come riconoscerla

La pesca pirata è tecnicamente chiamata INN, ossia illegale, non dichiarata e non regolamentata. Si tratta di un’attività che viola le regole del mercato, determina gravi violazioni della libera concorrenza, pericoli per la salute dei consumatori e per gli equilibri ecologici marini internazionali. In alcuni casi, questa attività, soprattutto nell’area del Mediterraneo, e in particolare in Italia, può essere associata ad attività tipicamente criminali che finiscono col rafforzare il potere economico di clan mafiosi di varia origine, arrivando ad estendersi lungo l’intera filiera ittica e comprendendo, ad esempio, le attività di commercializzazione del pesce, i mercati ittici e della nutrizione umana ed animale.

La pesca INN può essere considerata un fenomeno globale, ossia persiste nelle acque costiere, come in alto mare, nel Mediterraneo come negli oceani e nei grandi fiumi che contribuisce ad impoverire le riserve ittiche e a compromettere le misure per la tutela e il recupero delle risorse ecologiche, aggredendo spesso anche le aree protette e le cosiddette nursery. Può essere, inoltre, praticata da personale privo di un regolare contratto di lavoro, che opera senza particolari competenze e senza rispettare le norme di sicurezza e igiene previste dalla relativa normativa nazionale.

È difficile raccogliere dati precisi sull’ampiezza del fenomeno, trattandosi per definizione di un’attività clandestina compiuta in maniera furtiva e avente carattere internazionale. Secondo alcune stime attendibili, il giro d’affari totale della pesca INN sarebbe di almeno 20-25 miliardi di dollari. Migliaia di pescherecci battenti bandiere ombra o senza bandiera percorrono costantemente gli oceani e i mari internazionali. Molti di questi provengono dalla flotta smantellata dell’ex-Urss. Tra i casi più rilevanti del 2016 a livello internazionale si ricorda l’indagine “Turn the Tide” durata circa un anno. Lo scenario emerso è inquietante: a bordo di pescherecci tailandesi attivi in Oceano Indiano, sono stati documentati casi di pesca illegale, traffico di lavoratori (trafficking) e altri abusi dei loro diritti, tra cui pessime condizioni di lavoro causa di incidenti mortali.

Per comprendere la globalità del problema, bisogna considerare il forte peso degli scambi internazionali di prodotto ittico. Considerando solo l’Italia, secondo i dati ISTAT, nel 2016 l’import ha superato 1 milione e mezzo di tonnellate di prodotti ittici, con una crescita del 3% sul 2015, corrispondente a quasi 7 miliardi di euro. A livello europeo, invece, sono quasi 7 milioni le tonnellate importate nel solo 2015. Ciò determina importanti danni alla nostra economia, al patrimonio ittico e, più in generale, all’ambiente marino.

Secondo il dossier Ecomafia 2016 di Legambiente, il numero più alto di infrazioni penali è stato riscontrato tra i prodotti ittici con 6.299 illegalità: pesci, crostacei, novellame, molluschi e datteri i prodotti nel mirino della criminalità del commercio ittico, con 459 persone denunciate, 800 sanzioni elevate e 991 operazioni di sequestro effettuate dalle forze dell’ordine.

Pesca di frodo e frode alimentare

Il motivo principale della pesca illegale, come di tutte le attività criminali ambientali, è il ritorno economico. La pesca INN, in certi casi, è strutturata su grande scala, tramite reti organizzate, riciclaggio di denaro e di prodotti ittici, corruzione, intimidazione e aggressioni ai piccoli pescatori e alle piccole flotte legali che operano nel Mediterraneo. Si serve di pratiche che violano sistematicamente la legge, in particolare il diritto internazionale, a tutti i livelli della filiera produttiva: tecniche di pesca vietate, trasbordo per dissimulare l’origine del pescato, impiego di bandiere ombra o assenza totale di bandiera, corruzione di funzionari, false etichette, sostituzione di specie, produzione di farina di pesce illegali, ecc.

Il pesce catturato illegalmente risulta spesso dissimulato, aprendo la strada a frodi alimentari che mettono in pericolo la salute dei consumatori. Essa riesce anche ad arrivare nei mercati ittici ufficiali, italiani ed europee e, ad essere smerciato insieme al pesce “regolare”.

La Commissione Europea stima che le importazioni di pesce “pirata” in seno all’Unione ammontino almeno a 1,1 miliardi di euro l’anno. Ciò avviene grazie alla capacità di soggetti criminali di falsificare, ad esempio, le certificazioni e le date di scadenza, riuscendo a immettere in circolazione pesce che non ha mai subito controlli sanitari accurati e che è stato spesso pescato attraverso attività illecite e pericolose sotto molteplici punti di vista. Molti sono, infatti, i professionisti che si prestano ed operano a tutela degli interessi criminali anche nel settore ittico.

Molte associazioni per il consumo che si occupano della qualità dei prodotti alimentari sulle tavole italiane, affermano la diffusione di una quantità elevata di cibi “tarocchi” ed il pesce risulta essere uno di questi. Secondo l’Istituto di ricerche economiche per la pesca e l’acquacultura (IREPA) verrebbero commercializzate, ogni anno, circa 900mila tonnellate di pesce per un ricavato di circa 1.167 miliardi di euro. Dell’intero importo solo 231mila circa sarebbero state pescate in Italia. Vale, ad esempio, il caso di alcuni pescherecci multati a Venezia perché scoperti a pescare violando le norme vigenti peraltro tecniche assai pericolose come la pesca a strascico sottocosta. Si tratta di pescherecci sorpresi di notte a pescare a meno di tre miglia dalla costa, ai cui comandanti è stata elevata una sanzione pecuniaria di 4 mila euro cadauno. Le imbarcazioni, appartenenti alle marinerie di Monfalcone e Venezia, sono state individuate nelle vicinanze di Porto Lido e di fronte al litorale di Caorle.

Pesca illegale nel Mediterraneo e in Italia

Nel Mar Mediterraneo, il 92% degli stock ittici di fondo è sovrasfruttato. Una situazione ai limiti dell’emergenza ambientale, dovuta soprattutto alla pesca a strascico che, seppure insostenibile, è la pratica di pesca più diffusa, ad esempio, nello Stretto di Sicilia. Proprio dallo stretto siciliano proviene, ad esempio, il 70% del gambero rosa destinato alle tavole di tutta Europa. Pescando gambero rosa si cattura anche nasello, mentre con lo strascico oltre il 50% del pescato è composto da pesci sotto-taglia. Questo, oltre a non permettere la riproduzione delle due specie, per il regolamento Ue è illegale e nocivo per gli equilibri ecologici marini.

Le responsabilità italiane, stando ai principali studi (di Organizzazione Non Governative e dipartimenti universitari) sono rilevanti. Fra le flotte che operano nello Stretto, ossia quella italiana, maltese e tunisina, quella del nostro Paese gioca il ruolo più importante. Essa dispone, infatti, di circa 400 imbarcazioni per la pesca a strascico, rispetto alle 60 tunisine e alle 13 maltesi. In alcuni casi si ravvisa anche il rischio concreto che la pesca illegale si svolga all’interno delle cosiddette nursery, ossia aree specifiche identificate come habitat essenziale per la riproduzione e il ciclo vitale di queste specie, che, in quanto tali, vanno invece preservate con attenzione.

Si tratta di una riflessione e denuncia portata avanti anche da molti scienziati e biologi marini provenienti da tutti i Paesi del Mediterraneo che, riunitisi a Roma, a marzo del 2016, hanno sostenuto la necessità di maggiori controlli e attenzione nei riguardi delle nursery del Mediterraneo e contrasto alla pesca illegale, volgendo il loro appello direttamente alla Commissione Generale per la Pesca del Mediterraneo della FAO.

È bene ricordare che la pesca, analogamente ad altri settori economici “strategici”, è gestita e regolamentata dall’Unione Europea tramite la politica comune della pesca (detta PCP), consistente in una serie di norme per la gestione delle flotte pescherecce europee e la conservazione degli stock ittici, con l’obiettivo di gestire la risorsa comune e di permettere ai pescatori europei di competere in modo equo. Si tratta di una necessità legata ai molti tentativi di sfruttamento della risorsa ittica, mediterranea e non solo, da parte di pescherecci in alcuni casi legati, in modo diretto e indiretto, alla criminalità organizzata.

Come riconoscono molti scienziati, gli stock ittici possono ricostituirsi, ma sono limitati e, in alcuni casi, oggetto di eccessivo sfruttamento, sino a determinare una perdita netta di biodiversità marina con danni – di natura ecologica ed economica – rilevanti per il Paese e più in generale per l’intero Mediterraneo. La PCP mira, infatti, a garantire che la pesca e l’acquacoltura siano sostenibili dal punto di vista ecologico, economico e sociale e rappresentano una fonte di alimentazione sana e riproducibile per i cittadini dell’UE nonché una fonte reddituale adeguata per la comunità di pescatori.

Sebbene sia importante massimizzare le catture, occorre anche porvi un limite per non impedire alla fauna marina di riprodursi. L’attuale politica impone di fissare, per il periodo 2015-2020, i limiti di cattura sostenibili che assicurino nel lungo termine la conservazione degli stock ittici.

Attività di repressione della pesca illegale

Secondo i dati della Guardia di Finanza, il 2016 conferma, stando alle relative attività di contrasto eseguite, la tendenza al ripresentarsi di forme varie di criminalità delle risorse ittica e di loro eccessivo sfruttamento. L’attenzione che la Guardia di Finanza riserva alla tutela di tale delicato settore economico è testimoniata dal fatto che esso costituisce un obiettivo strategico del Corpo anche per il 2017, per il quale è previsto uno specifico piano operativo afferente la “Politica Agricola Comune e Politica Comune della Pesca”. I piani operativi, definiti nelle linee generali a livello centrale ed affidati per l’esecuzione ai diversi Comandi del Corpo delle Fiamme Gialle, presenti sul territorio nazionale, hanno lo scopo di concentrare le capacità d’intervento dei vari reparti sulle più pericolose manifestazioni di criminalità economico-finanziaria nelle diverse aree del Paese, prevalentemente mediante il ricorso ai poteri autonomamente attribuiti dalla legge. È un’attività che potrà avvalersi delle nuove competenze assegnate al comparto aeronavale del Corpo stesso, divenuto l’unica polizia del mare.

I risultati di servizio conseguiti nel 20162 della Guardia di Finanza in materia di polizia ittica hanno consentito, complessivamente, di sottoporre a sequestro circa 80 mila kg di pescato, dei quali circa i tre quarti è costituito da crostacei e molluschi, come di seguito riportato:

 

Descrizione genere Quantità sequestrata
Crostacei e molluschi 61.947 kg.
Pesce fresco, refrigerato, congelato 22.946 kg.
Caviale, salmone, tonno, ecc. 740 kg.

 

L’attività di polizia ittica ha consentito di sequestrare attrezzature e imbarcazioni utilizzate per la pesca illegale, come riepilogato nella seguente tabella:

Descrizione genere Quantità sequestrata
Attrezzi per la pesca 3.963
Battelli a motore 7
Battelli a remi 1
Bombole, recipienti per gas 18
Motopescherecci 1
Motori a scoppio, a combustione interna 37
Motoscafi 24
Navi non classificate 2
Reti per la pesca 1.520
Spadara 12.201 (metri)

Si tratta delle attrezzature fondamentali per la pesca illegale che rivelano le dimensioni del fenomeno e la loro estensione.

Per essere più esaustivi possibili, è possibile ricordare che, nel 2016, si possono riportare le principali attività di contrasto, operate dai reparti della Guardia di Finanza, agli illeciti perpetrati nel settore. Si ricorda, ad esempio, l’operazione eseguita nel mese di gennaio 2016, nel Golfo di Salerno, dalla Stazione Navale di Napoli e dalla locale Sezione Operativa Navale, che hanno controllato due pescherecci dediti alla “pesca a strascico” sotto costa, vale a dire entro un miglio e mezzo dalla riva, ove vige il divieto assoluto per questo tipo di attività. All’esito dell’operazione, oltre al sequestro degli attrezzi e del pescato, sono state elevate le previste sanzioni amministrative ed è stato richiesto alle competenti autorità la trascrizione dei punti di penalità sui titoli professionali a carico dei comandanti delle due imbarcazioni controllate, come previsto dalla normativa vigente in materia.

Nel primo trimestre del 2016, nell’ambito di plurimi interventi effettuati nel Golfo di Taranto dalla Sezione Operativa Navale di Taranto della Guardia di Finanza, sono stati invece sequestrati circa 3 quintali di prodotti ittici, di cui è vietata la pesca, la detenzione, il trasporto e la vendita, nonché deferiti all’Autorità Giudiziaria 16 pescatori di frodo, responsabili di violazioni della normativa vigente in materia di pesca. Nel mese di aprile 2016, la Compagnia della Finanza di Rossano ha sequestrato oltre una tonnellata di novellame di sarde, pronto per essere immesso sul mercato clandestino e denunciato un responsabile alla Procura della Repubblica di Castrovillari. Tutto il pescato rinvenuto a bordo di un furgone-frigo in transito sulla Ss. 106 Jonica era destinato al mercato ittico della Sibaritide. Spesso queste attività, svolte clandestinamente, richiedevano tempi lunghi, esponendo il pescato di frodo ad una pericolosa macerazione.

Nel mese di aprile 2016, la Stazione Navale di Napoli ha sequestrato 27 esemplari di tonno rosso, per un peso totale di circa tre tonnellate, rinvenuti all’interno di due autoveicoli frigo e pronti per essere distribuiti sul mercato partenopeo, contravvenendo alle vigenti disposizioni nazionali e comunitarie emanate a tutela di tale specie marina. Sono stati anche segnalati all’Autorità Marittima i due responsabili dell’illecito traffico, ora in attesa di giudizio.

In data 30 maggio 2016, la Sezione Operativa Navale ancora della GdF di Chioggia, nell’ambito di un’attività di controllo del territorio in materia di polizia ittica, ha compiuto un’importante operazione col sequestro di 7,5 quintali di molluschi bivalvi, rinvenuti all’interno di un autocarro, e denunciato il conducente responsabile di falso in atto pubblico. All’esito dei controlli effettuati, il prodotto ittico è risultato privo di attestazione sanitaria comprovante la provenienza del medesimo mentre il conducente del mezzo è risultato sprovvisto di documento di trasporto. Il 02 novembre 2016, la Sezione Operativa Navale di Taranto, in collaborazione con la Capitaneria di Porto di Taranto, nell’ambito dell’operazione denominata “Poseydon”, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 14 soggetti, facenti parte di due gruppi criminali specializzati nella pesca di frodo mediante l’impiego di ordigni esplosivi, accusati di illegale fabbricazione e detenzione di dispositivi e sostanze esplosive finalizzate alla pesca di frodo, nonché dei delitti di inquinamento e disastro ambientale. Dalle indagini è emerso che i pescatori di frodo avevano recuperato residuati bellici inesplosi giacenti nel golfo di Taranto reimpiegandoli nella pesca illegale. Nel corso delle indagini, protrattesi per circa nove mesi, sono stati sequestrati oltre due chili di esplosivi e 170 kg di pesce illegalmente pescato, la cui origine delittuosa è stata, di volta in volta, confermata dal personale medico del Servizio Veterinario dell’Asl di Taranto.

Nel dicembre 2016, il Corpo forestale dello Stato ha sgominato invece una banda di sei cittadini romeni per bracconaggio ittico, principalmente sul fiume Po ma anche sul Ticino e sugli affluenti nelle province di Lodi, Milano e Pavia. Durante l’operazione, il Corpo forestale dello Stato ha requisito una cella frigorifera con all’interno il pescato di circa 400 kg di carpe e siluri con casse contenenti ghiaccio per la conservazione.

Piccoli boss della pesca di frodo crescono

Sono di particolare gravità, per gli effetti che determina sugli ecosistemi locali, le attività che compongono alcune bande di criminali anche nel Nord del Paese e, soprattutto, nei pressi del Delta del Pò dove pescatori di frodo stendono reti, per centinaia di metri, depredando le riserve ittiche della zona. Queste azioni riducono di un terzo la biomassa del più grande fiume italiano, come sostiene un recente studio dell’università di Ferrara. In Italia, secondo gli inquirenti, sarebbero attive più di 20 bande, organizzate, come una sorta di cupola del pesce, una vera organizzazione criminale di stampo mafioso.

Il loro obiettivo sono soprattutto carpe, cefali e siluri, questi ultimi pericolosi per i consumatori per i grossi accumuli di sostanze tossiche e nocive, tra cui idrocarburi e metalli pesanti.

La distribuzione avviene su piccoli furgoni: centinaia di kg di pesce ogni giorno lasciano l’Italia, sfuggendo ai controlli sanitari dei mercati ittici e destinati al mercato interno rumeno. Ufficialmente risultava, almeno in una fase iniziale, tutto in regola, ma poi lungo il tragitto queste bande caricano altro pesce irregolare, acquistato in nero e non controllato.

Ci sono fabbriche dell’Est Europa che usano questi pesci senza nessun controllo sanitario, producendo farine derivate introdotte nel mercato europeo dei mangimi e dunque anche in quello italiano. Per contrastare questo fenomeno servirebbero norme più severe, come il sequestro del veicolo per chi è sorpreso a pescare di notte, rispetto a sanzioni amministrative che nessuno paga. A fronte di 99 mila euro di sanzioni contestate, solo 7 mila sono state pagate.

Il persistere di una vasta criminalità ittica prende le mosse dal mare per allargarsi alla filiera dell’ittica, in alcuni casi in mano, o condizionate, da organizzazioni criminali che fanno della pesca di frodo, della distribuzione, trasformazione del pesce e commercializzazione un business proficuo e particolarmente vantaggioso, anche per una legislazione spesso inadeguata ad intervenire per rompere la filiera criminale dell’ittica italiana ed europea.

1 Questo studio trae origine da una riflessione articolata e da un conseguente saggio pubblicato dall’autrice sul rapporto Agromafie di Eurispes e Coldiretti, anno 2017, ed. Minerva.

2   Dati STAT/1 forniti dal Comando Generale relativamente al settore di servizio “Pesca”.

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