Senegal, la tragedia dei migranti raccontata dai cantastorie

Edifici francesi e capanne di paglia. C’è ancora un’aria coloniale a Carabane. In posizione strategica su un’isola che domina uno dei bracci principali della foce del Casamance, l’antica capitale della regione ora è poca cosa rispetto ai fasti del passato, ma racconta una pagina importante della storia del Senegal e resta un punto di riferimento fondamentale per tutto il delta, approdo delle grandi piroghe che smistano i prodotti agricoli provenienti dalle altre isole e dalla terraferma. Così c’è sempre un certo via vai di gente, inclusi diversi turisti occidentali, conquistati dal suo fascino un po’ demodée, nel cuore di un paradiso naturale. Il ristorante Barracuda è una tappa obbligata. Ai tavoli sotto la grande tettoia, tra porto e mare, c’è sempre qualcuno. Un uomo sulla quarantina si sistema su una sedia con la sua kora, una specie di arpa a ponte, tipica di gran parte dell’Africa occidentale, che vanta cantori celebri e che rimanda note incredibili con la sua cassa di risonanza panciuta. Un controllo accurato alle corde di nailon, unica concessione moderna in un “pezzo” che sembra vantare decenni di musica, e poi comincia il canto.

“E’ un cantastorie: racconta fatti accaduti realmente – spiega Ibrahim, l’autista senegalese di una coppia europea – Una volta, anzi, quelli come lui erano quasi l’unico veicolo di informazione per i pastori e i contadini dei villaggi ma anche nelle periferie di città grandi come Dakar o Saint Louis. Oggi ovviamente è diverso, ma in fondo non troppo. Penso al cuore del Sahel, ad esempio, dove non c’è elettricità e la televisione non arriva. E anche là dove ci sono Tv e giornali questi cantori si sono comunque ritagliati uno spazio, perché spesso sono la contro-informazione: rivelano cose che la stampa non racconta o racconta male ma, soprattutto, sanno parlare al cuore della gente, cogliendo fatti essenziali del Paese”.

Ibrahim ha appena finito di spiegare quando il cantastorie comincia ad evocare un naufragio: narra di tanti, tantissimi giovani partiti con un barcone, decine di profughi e migranti che, invece di una vita migliore, hanno trovato la morte in mare. “E’ un fatto vero, accaduto proprio in questo nostro mare, pochissimi anni fa – dice Agustin, un pescatore del delta – Allora qui in Casamance infuriava la rivolta autonomista. Molti di quei ragazzi scappavano proprio da questa guerra o comunque da condizioni di vita molto difficili. E sono morti quasi tutti. Per giorni il mare ha restituito cadaveri: arrivavano sulle spiagge o restavano impigliati nelle reti da pesca. Una strage che ha destato una commozione enorme in tutto il Senegal e chiamato in causa il governo per la condizione dei nostri giovani. Ogni famiglia ha visto un proprio figlio in ciascuna di quelle vittime. E così questa tragedia è entrata nell’immaginario collettivo: il simbolo della fuga a cui sono costretti troppi giovani senegalesi. E rappresenta ormai anche altre stragi analoghe. Anzi, i cantastorie spesso attualizzano quel terribile naufragio parlando di altri naufragi simili più recenti…” “Perché in Senegal – aggiunge Ibrahim – si continua a morire così. Una strage paragonabile a quella della canzone, ad esempio, c’è stata nell’estate dello scorso anno, verso luglio, quando è affondata una barca molto grande, un cayuco lungo più di venti metri. L’equipaggio di un battello così arriva a 30 e più marinai, ma può trasportare anche un centinaio di persone. Era diretto verso le Canarie, carico di migranti, quasi tutti senegalesi. Non si è saputo bene in quanti fossero a bordo, ma sulla costa tra Dakar e il porto peschereccio di Kayar sembrava quasi che non dovessero finire mai i giovani corpi senza vita portati dal mare. Oltre quaranta, forse cinquanta. L’ultima tragedia è di pochi giorni fa: risale all’inizio di aprile. Due barche affondate, una piccola, di dieci metri, e una grande, di almeno venti, partite insieme da Saint Louis e dirette anch’essere verso le Canarie. Prima è andata a fondo quella piccola: sono state recuperate sei salme ma le vittime dovrebbero essere più 10, forse una ventina. Poi quella grande è scomparsa: l’hanno cercata a lungo, anche con un aereo da ricognizione, ma non se ne è trovata traccia. Alle Canarie non è mai arrivata e sicuramente non è approdata sulla costa della Mauritania o del Marocco: i familiari dei giovani che erano a bordo lo avrebbero saputo. E’ sicuramente naufragata, portando a fondo almeno una settantina di persone. Le voci raccolte al porto di Saint Louis parlano di almeno cento vittime in tutto”.

In Europa, chiusa e sorda come una fortezza, non è arrivata eco di questi naufragi. O meglio: si è saputo qualcosa solo dell’ultimo, quello delle due barche salpate da Saint Louis, in seguito alla richiesta di aiuto arrivata alla Ong spagnola Frontera Sur. E proprio quella segnalazione ha messo in moto le ricerche aeree da parte della base di Salvamento Maritimo delle Canarie. Ma la notizia è stata trascurata dalla stampa e l’opinione pubblica europea non ne ha saputo nulla. Eppure si trattava di una strage. L’ennesima.

“Ora li respingono, ma una volta erano i bianchi, gli europei, a portare via con la forza i giovani africani – rileva Khalifa, una guida turistica di Dakar – Proprio quest’isola era una delle basi principali della tratta: l’ultima tappa prima dell’isola di Gorée, con la sua casa degli schiavi e la porticina aperta sull’Oceano per gli imbarchi in catene verso l’America. E anche qui a Carabane c’è una grande casa degli schiavi come a Gorée. E’ ormai in rovina, ma c’è. Con la stessa porticina sull’Oceano, vicino al porto”.

I resti della prigione sono nel cuore stesso del villaggio. Mura cadenti, tetto ormai crollato, niente più porte. Ma le sbarre alle finestre ci sono: spesse, pesanti, robuste. La suddivisione in celle si legge bene tuttora, grazie ai mozziconi di pareti, e si intravede il passaggio da percorrere per l’imbarco sulle scialuppe che facevano la spola verso la nave negriera. Terribili le celle per gli schiavi ribelli: ‘scatoloni’ in mattoni di pochi metri quadrati, tanto bassi da non poter stare in piedi e con i resti di una copertura metallica che di giorno, col sole, li trasformava in un forno rovente. E’ un rudere ma, nonostante siano passati secoli, trasuda ancora una sofferenza inaudita. Quello che più colpisce, però, è l’elegante palazzo coloniale lì accanto, intatto e ben restaurato: è proprio qui, gomito a gomito con l’umanità sofferente rinchiusa in quell’inferno, che vivevano i “capi” dei coloni bianchi. E ancora di più colpisce, a poche decine di metri di distanza, la grande chiesa cattolica in stile bretone, anche questa ben conservata e ridipinta di fresco. Il lavoro, il mercato che si svolgeva nel piazzale, l’andirivieni del vicino porto, l’attività nella casermetta militare, le mille piccole incombenze della quotidianità, tutto, persino l’ora della preghiera, erano scanditi dai lamenti degli schiavi rinchiusi nella “grande casa”. Era impossibile non sentirli. Ma i coloni non dovevano farci caso.

“Sono in tanti i nostri ragazzi decisi ad andarsene – riprende Khalifa – Ora la rivolta autonomista in Casamance è praticamente sedata. Non ci sono quasi più ribelli. Al più, piccole formazioni isolate e uno strascico di banditismo nei villaggi più interni. L’esercito e la gendarmeria nazionale sono presenti ovunque, controllano tutte le strade e intervengono rapidamente se si riaccende qualche focolaio. Ma i motivi per fuggire non mancano. Anzi… I giovani scappano perché qui non intravedono un futuro. E’ difficile per tutti. Il reddito personale medio arriva a malapena a 3 dollari al giorno: meno di duemila franchi senegalesi. La nostra economia e la nostra politica sono eterodirette. Il dominio coloniale è finito ufficialmente il 4 aprile del 1960, quasi sessant’anni fa, ma siamo in piena Francafrique: qui dipende ancora quasi tutto dalla Francia e, con la Francia, da altri Stati stranieri, magari attraverso potenti società transnazionali. Basti pensare alle migliaia di ettari finiti con il land grabbing sotto il controllo di grosse compagnie olearie. O alla pesca, che è una delle nostre grandi ricchezze: va senza dubbio riorganizzata e modernizzata, ma anche qui il processo è sempre di più sotto il controllo straniero… E il governo sembra in molti casi essersi arreso a queste ingerenze. Così tanti ritengono che non resti che andar via”.

Sono due le vie di fuga. La prima via terra, verso il Mali o la Guinea e poi il Niger e la Libia. L’altra in Atlantico, verso le Canarie, procurandosi una barca. Magari un vecchio cayuco da pesca, con un motore fuoribordo. Quelli più piccoli, una decina di metri, si possono avere con meno di mille euro. Tenendo conto che sono in grado di trasportare oltre 20 persone, fa circa 50 euro a testa, a cui vanno aggiunte le spese per le scorte di carburante, acqua e cibo, perché il viaggio può durare anche una settimana e più. Il costo di un battello più grande, di almeno 20 metri, arriva fino a tremila euro, ma possono salirvi anche 90/100 persone, sicché la spesa a testa è di una trentina di euro, sempre senza i costi per benzina, acqua e cibo. Lo scafista non serve. In un gruppo c’è sempre qualche marinaio esperto che può mettersi al motore e pilotare.

Partono dal Senegal anche giovani provenienti dalla Guinea o dal Gambia. Abdul è uno di loro. Arrivato dalla Guinea Conakry, fa il pescatore a Cap Skirring. Lavora ogni giorno su un piccolo cayuco che parte all’alba e rientra nel primo pomeriggio: dieci ore in mare. E non è finita: appena scaricato il pescato a terra, bisogna pulire le reti e prepararle per l’indomani. Quando “stacca” è già sera. “Sono qui da quasi due anni – dice – E’ dura ma voglio guadagnare i soldi per andare in Europa. Pensavo di tentare la via di terra, fino in Niger e poi in Libia. Mi dicono, però, che questa strada è sempre più difficile e pericolosa. E sempre più costosa: fino ad Agadez, in Niger, basterebbero poche centinaia di euro, muovendosi a tappe e prendendo magari dei bus di linea, ma da Agadez in poi, per attraversare il Sahara, passare il confine con la Libia, arrivare fino al Mediterraneo e imbarcarsi, i prezzi si sono moltiplicati. Servono migliaia di euro. E poi tutti parlano del blocco delle frontiere, dei rimpatri forzati, dei rischi di rapimento… Forse è preferibile, allora, la via atlantica, verso le Canarie. Io, però, vorrei andare in Germania, dove ho amici e parenti che possono aiutarmi. E dalla Spagna è più difficile che dall’Italia arrivare in Germania. In ogni caso, non intendo fermarmi né in Spagna né in Italia”.

Jean Claude fa l’autista: “Anche io, quando ero più giovane, ho accarezzato l’idea di andarmene. Volevo arrivare in Italia. Sono tanti i senegalesi in Italia e c’è un buon rapporto tra i nostri paesi. Ma tentare la traversata clandestina è troppo pericoloso: tantissimi ragazzi, nostri compagni, non ce l’hanno fatta, sono scomparsi in mare o nel Sahara e nelle carceri libiche. Speravo di poter ottenere un visto per immigrare legalmente, ma non ci sono riuscito. Già allora era difficile. Adesso è quasi impossibile. Così sono rimasto. Poi ho avuto la fortuna di trovare lavoro nel turismo. Faccio l’autista, anche se ho frequentato l’università e, oltre al francese e alle lingue peoul e diorà, conosco l’inglese. Proprio perché lavoro nel turismo, la gente pensa che guadagni chissà quanto. In realtà è difficile anche per me, però alla fine sono contento di essere rimasto. Sono sempre più convinto, anzi, che occorre avere il coraggio e la forza di restare. Ma se l’Occidente, l’Europa in particolare, vuole davvero aiutarci e arginare i flussi di migranti, deve cambiare politica, senza pretendere di ‘dettarci la linea’. E senza scaricare il problema delle migrazioni tutto sull’Africa. Alzare muri come sta facendo non serve a nulla. I muri prima o poi si scavalcano. Magari a caro prezzo, ma si scavalcano. Il nostro è un paese molto giovane: basta vedere come le strade si riempiono di una marea di bambini e ragazzi quando a scuola finiscono le lezioni. Anche nei villaggi più sperduti. Mi rifiuto di pensare che i miei tre figli e i loro coetanei, intere generazioni, non possano avere un futuro qui in Senegal. Occorre però prendere in mano il nostro destino. I cantastorie continuano a raccontare vicende di fuga e di morte. Io vorrei che potessero raccontare come il nostro paese è cresciuto da quella primavera del 1960, quando è diventato indipendente”.

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