Egitto, la diaspora eritrea in piazza per “riprendersi la vita”

Sono scesi in piazza quasi in mille, dandosi appuntamento davanti alla sede dell’Unhcr, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Mille giovani della diaspora eritrea al Cairo, donne e uomini che hanno trovato il coraggio di sfidare le reazioni di una polizia non certo tenera come quella egiziana, l’ostilità di molta parte della gente che li considera “intrusi”, la stessa visibilità a cui ciascuno di loro si sarebbe esposto in una realtà dove rimanere nell’ombra è spesso l’unico modo per garantirsi un minimo di sicurezza. Talvolta addirittura la sopravvivenza. E non è stata casuale la scelta della sede Unhcr come fulcro della protesta, nel cuore della capitale: ottenere dall’Onu lo status di rifugiato potrebbe consentire di uscire dal limbo in cui sono precipitati migliaia di eritrei in Egitto, acquisendo un minimo di diritti e aprendo la strada, magari, a un eventuale trasferimento in qualche Stato del Nord del mondo, in Europa ma anche in Canada o negli Stati Uniti, dove ci sono familiari e amici disposti ad aiutarli.
“Molti di noi salgono e scendono le scale degli uffici Unhcr del Cairo ormai da mesi. Alcuni anche da anni – racconta Andemariam, un ex militare che Asmara considera un disertore – Per altri profughi, i siriani ad esempio, è molto più facile ottenere il diritto d’asilo. Così possono condurre una vita normale: trovare casa, lavorare, provare a farsi strada nella società egiziana. Anche noi eritrei vorremmo fare lo stesso. In tanti saremmo pronti a restare, a cercarci un lavoro, mandare i figli a scuola… A ‘ricominciare’, insomma, magari in attesa di tornare in Eritrea quando il regime cadrà. Perché prima o poi il regime è destinato a cadere. Invece siamo come fantasmi: ‘non-persone’ senza diritti, esposti a mille soprusi e, in pratica, senza avere la possibilità di far sentire la nostra voce. Eppure anche noi veniamo da  una realtà dura e difficile: la dittatura di Isaias Afewerki ci ruba la vita ed ha trasformato l’Eritrea in uno stato prigione. Per questo siamo fuggiti. Lo sanno tutti. Ma in Egitto non sembrano tenerne conto. Ed essere costretti alla precarietà in cui viviamo ci fa apparire come degli sbandati, alimentando la diffidenza della gente”.
“Non di rado è la stessa polizia egiziana a crearci delle gravi difficoltà, ritardando o impedendo la possibilità di presentare la domanda d’asilo all’Unhcr – aggiunge Selam, una ragazza poco più che ventenne – Dicono che non ne abbiamo il diritto, perché siamo entrati illegalmente  in Egitto. Ma un profugo costretto a fuggire dal proprio paese non può che varcare i confini in modo irregolare, senza visti, timbri o carte di espatrio. Non a caso la norme internazionali prevedono che ogni rifugiato deve essere messo nella condizione di chiedere asilo. Ma in Egitto questo diritto raramente viene rispettato”. Un caso emblematico, che conferma le parole di Selam, si è avuto all’inizio del 2016, quando due gruppi di giovani eritrei, 33 in tutto, sono stati arrestati e trattenuti a lungo dalla polizia, senza alcuna possibilità di rivolgersi all’Unhcr e di ricevere un minimo di assistenza giuridica per poter ottenere lo status di rifugiati. Tredici, sorpresi nei pressi del Cairo, sono finiti in un carcere delle forze di sicurezza dipendenti dal Ministero dell’Interno. Altri 20, provenienti dal Sudan e intercettati mentre discendevano la valle del Nilo, sono rimasti bloccati presso il comando di polizia di Assuan, senza poter comunicare con l’esterno. Tra loro c’erano anche alcuni bambini e donne stremate dalla marcia nel deserto. L’Unhcr ha potuto prendere contatto con loro soltanto dopo le segnalazioni e le insistenze dell’agenzia Habeshia di don Mosè Zerai, allertato dai familiari di alcuni dei prigionieri.
“Senza un permesso di soggiorno come rifugiati – spiega Milion, un ex studente fuggito dal campo militare di Sawa, “veterano” in Egitto nonostante la giovane età – siamo esposti a mille rischi e prepotenze. Parliamo del lavoro. Non avere documenti in regola fa di tutti noi braccia da sfruttare, esponendoci a continue angherie, senza poter neanche protestare. E questa nostra estrema precarietà alimenta la diffidenza della gente, che ci vede come un ‘corpo estraneo’, stranieri che sono arrivati a complicare una situazione già difficile. Ma ostilità e diffidenza sono solo il primo passo. Spesso si arriva a forme di aperta violenza. Pestaggi, ad esempio. O, peggio, sequestri e stupri di ragazze e giovani donne. Si tratta magari di casi limite. Ma alimentano la spirale di paura che si è impadronita di molti di noi…”.
Le storie di Senait e Tsega sono eloquenti. Le ha ricostruite Cinzia Canneri, una fotoreporter autrice di un toccante reportage sulla comunità eritrea del Cairo. Al Cairo Senait, 35 anni, tre figli di 9, 5 e 2 anni, è arrivata nel 2015, lasciandosi alle spalle un’esperienza terribile: la morte del marito, militare, in un incidente stradale; l’ordine, da parte dello Stato, di lasciare l’abitazione che l’esercito aveva assegnato alla sua famiglia ma che, benché vedova di un soldato, le è stata revocata; l’arresto e sei mesi di carcere per essersi rifiutata di obbedire all’ingiunzione e, una volta liberata, la fuga verso l’Egitto con i due figli più piccoli e il dolore di doversi separare dal maggiore, affidato ai nonni: una fuga attraverso il Sudan che si è presto rivelata un incubo, fino allo stupro subito nel deserto da due trafficanti, sforzandosi di non urlare per non farsi vedere dai bambini che stavano dormendo lì accanto. Finalmente al Cairo, pensava, sperava che fosse finalmente finita. Ha cercato a poco a poco di ricostruirsi un’esistenza passabile, facendo mille lavori per mantenere i due figli che erano con lei e nella speranza di farsi raggiungere anche dal primogenito. Aveva fiducia. Poi è stata precipitata di nuovo nella disperazione. Un giorno ha preso un taxi: voleva rientrare presto a casa. Ma l’autista non l’ha portata dove voleva: ha deviato verso una zona defilata ed ha cercato di violentarla. E’ riuscita a fuggire gettandosi dalla macchina. Nella caduta ha riportato alcune fratture da cui è guarita in poche settimane. Ma non è mai guarita dentro: da allora non riesce più ad uscire di casa. Tsega, quarant’anni, ha subito un’esperienza analoga. E’ scappata dall’Eritrea 14 anni fa, quando era in attesa della prima figlia, per raggiungere il marito, un oppositore del regime riparato nel 2003 in Sudan. A Khartoum hanno cercato di ricominciare: aperto un piccolo negozio, tutto sembrava andare per il meglio. Stava per arrivare il secondo figlio quando si sono presentati a casa due poliziotti eritrei, accompagnati da tre sudanesi, che hanno portato via il marito. Di lui Tsega non ha saputo più nulla. E’ rimasta in Sudan fino al parto e poi ha deciso di fuggire in Egitto con i due bambini. Al Cairo si è data da fare in tutti i modi per crescere i figli. Fino all’agosto del 2015, quando è stata violentata da un tassista. Appena è riuscita a liberarsi, è andata in ospedale per denunciare lo stupro, ma è stata accolta con molta diffidenza. Quasi con derisione. Da allora è crollata: anche lei, come Senait, non se la sente più di avventurarsi per le strade del Cairo. I medici parlano di “agorafobia”, ansia ad uscire da casa. Un’ansia che le impedisce una vita autonoma e di accudire i figli come vorrebbe.
A oltre una settimana di distanza, l’eco della protesta del Cairo è ancora vivo in tutta la diaspora eritrea, in Europa come in America. Il grido d’aiuto lanciato da quei mille giovani profughi è stato raccolto, in particolare, dal Coordinamento Eritrea Democratica, uno dei gruppi più attivi tra le comunità di oppositori al regime in esilio. “L’Unhcr del Cairo – dice Abraham, studente universitario, a Bologna ormai da sei anni – si è impegnata a fornire delle risposte concrete nel giro di una quindicina di giorni. Vedremo. Se non accadrà nulla, credo che dovrà mobilitarsi tutta la diaspora eritrea in Europa perché intervenga la delegazione centrale dell’Unhcr di Ginevra. Non solo. Quanto sta accadendo in Egitto è emblematico della tragedia dei profughi e dei migranti. Di tutti, non solo degli eritrei. L’attenzione oggi è concentrata sulla Libia. Giustamente. La Libia è un inferno. Basti citare quello che è accaduto negli ultimi mesi in alcuni dei più importanti centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli, come Homs, Gharyan o Zuwara, dai quali alcuni prigionieri sono riusciti a far filtrare le notizie di altre morti, torture, maltrattamenti indicibili e la denuncia di connivenze tra talune guardie e i trafficanti. Proprio come è scritto in diversi rapporti dell’Onu, che hanno parlato senza mezzi termini di complicità con i mercanti di esseri umani da parte di agenti e funzionari dell’apparato statale, a vari livelli. In altri paesi, tuttavia, la situazione non è molto migliore. In Niger, ad esempio. Oppure in Egitto, appunto. O, ancora di più, in Sudan, dove le carceri sono piene di profughi, arrestati come criminali e in attesa di essere rimpatriati di forza. Riconsegnati cioè, nel caso degli eritrei, proprio a quella stessa dittatura dalla quale hanno cercato di scappare. Allora c’è da chiedersi che senso abbia la politica europea e, ancora di più, quella italiana, che continuano ad alzare muri per confinare  i profughi in paesi così. Facendo finta di non capire che è questa politica la causa diretta di tante morti e sofferenze. La Fortezza Europa sta intrappolando migliaia di disperati nella terra di nessuno che si è creata tra il muro della sua indifferenza e le situazioni estreme (guerre, dittature, terrorismo, carestia….) da cui in così tanti sono costretti a scappare. Ci sono responsabilità evidenti. E prima o poi i fautori e gli autori di questa politica saranno chiamati a risponderne”.

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