Gharyan, 8 profughi uccisi durante un tentativo di fuga dopo essere scampati a un sequestro in massa

Migrants in trucks arrive at a detention center in Gharyan, Libya October 12, 2017. REUTERS/Hani Amara

“Hanno ucciso 8 di noi. E più di venti feriti. Stavano tentando di fuggire dal centro di detenzione di Gharyan. Erano terrorizzati perché poche ore prima una banda di miliziani aveva assaltato il campo e rapito oltre 200 nostri compagni. I poliziotti e i militari di guardia, però, non hanno esitato a sparare per fermarli. Ad altezza d’uomo. Ed è stata una strage”.

E’ l’ultima tragedia avvenuta a Gharyan, 94 chilometri a sud est di Tripoli, una prigione controllata dal Governo libico, descritta dai detenuti come un autentico lager e dove, infatti, solo nelle ultime settimane prima di questa strage si sono registrate almeno sei vittime: cinque ragazzi morti per malattie, maltrattamenti, fame, stenti e un sesto, un giovane eritreo, che non ce l’ha fatta più a resistere ed ha scelto di farla finita. A raccontarla, questa tragedia, sono stati alcuni dei sopravvissuti i quali, raggiunta fortunosamente Tripoli, hanno chiesto aiuto per essere tirati fuori dall’inferno della Libia, mettendosi in contatto con il Coordinamento Eritrea Democratica, uno dei gruppi più attivi della diaspora in Italia e in Europa, al quale fanno capo numerosi esuli, oppositori del regime di Asmara.

E’ iniziato tutto prima dell’alba del 15 maggio. Verso le cinque, una grossa banda di uomini armati ha dato l’assalto al campo. Cercavano giovani da rapire, sia ragazze che ragazzi, e sono andati a colpo sicuro: sapevano che c’erano oltre 400 profughi, in buona parte trasferiti a Gharyan nell’ottobre del 2017, dopo essere stati liberati, a Sabratha, dalle prigioni di Amu Al Dabashi, il trafficante che si è riciclato come “gendarme anti immigrazione” in cambio, a quanto pare, di 5 milioni di euro. “Erano in tanti – hanno riferito alcuni testimoni al Coordinamento – Sono arrivati su alcuni pick-up e anche mezzi più grandi. Tutti ben armati, ma non in divisa militare o in tuta mimetica”. Verosimilmente, dunque, sgherri di una organizzazione di trafficanti di uomini.

Le guardie del campo sono state colte di sorpresa. Gli assalitori le hanno sopraffatte in pochi minuti e poi hanno occupato prima di tutto il comando, tagliando tutte le comunicazioni, distruggendo i computer e devastando gli uffici. Altri miliziani hanno contemporaneamente fatto irruzione nei capannoni e nei container adibiti ad alloggi, catturando a quanto pare almeno 200 persone: circa 90 eritrei e oltre 100 somali, uomini e donne. Mitra puntati, li hanno costretti a salire su vari pick-up e un camion chiuso. Sono riusciti a salvarsi solo i prigionieri che erano nei container più periferici del centro di detenzione: allarmati dalla sparatoria, dalle urla dei compagni e dal trambusto esploso durante e dopo la conquista del campo, hanno avuto il tempo di nascondersi e poi di allontanarsi nell’oscurità, prima dell’arrivo dei predoni. Poco dopo l’autocolonna di pick-up carichi di ragazzi sequestrati si è allontanata velocemente verso il deserto. Nella confusione iniziale più di qualcuno dei ragazzi catturati è riuscito a saltare giù dal pick-up e a fuggire lontano dalla pista: il buio li ha salvati dalle raffiche dei rapitori.

A giorno fatto le guardie hanno ripreso il controllo del campo e poco dopo pare siano arrivati anche dei soldati di rinforzo. A quel punto, però, la banda di predoni era ormai lontana. E’ cominciata la conta per verificare quanti prigionieri fossero rimasti. All’inizio, a quanto pare, poco più di un centinaio, ma nelle ore successive sono tornati quelli che erano riusciti a sottrarsi alla cattura e i pochi evasi dall’autocolonna in corsa. In tanti hanno pensato, a quel punto, che non potevano più restare lì a Gharyan: temevano che i miliziani/trafficanti potessero tornare per un’altra retata. “A Gharyan – ha detto uno di loro al Coordinamento Eritrea – siamo stati detenuti in condizioni di vita disumane. Dopo l’assalto ci siamo convinti che il campo era anche esposto a ogni genere di razzie e che le guardie non si sarebbero esposte a rischi per difenderci da rapimenti di massa come quello che avevamo vissuto. O che, comunque, non erano in grado di farlo. Abbiamo atteso per un po’. Ci aspettavamo che arrivassero dei funzionari civili del Governo, magari anche dell’Unhcr, per garantirci aiuto e assistenza e, soprattutto, per trasferirci, portarci via da questo posto. Per rassicurarci e darci fiducia, insomma. Invece è stata rinforzata la sorveglianza tutt’intorno al campo. Guardie e militari hanno circondato la struttura per un largo raggio. Magari lo avranno fatto per motivi di sicurezza, ma noi ci siamo sentiti ancora di più in trappola”.

La maggioranza si è rassegnata ed è rimasta. Paura, sconcerto, preoccupazione hanno però spinto altri a tentare la fuga per raggiungere Tripoli o, in ogni caso, allontanarsi da Gharyan. Erano forse una cinquantina. “Ci siamo mossi tutti insieme – hanno poi raccontato alcuni di loro – sperando di cogliere di sorpresa i soldati, in modo da riuscire a passare in quanti più possibile. Dopo ciò che avevamo subito, pensavamo che i militari di guardia capissero almeno in parte che cosa ci spingeva. E invece no: hanno cominciato a sparare e ad inseguirci anche con le jeep. Sembra che qualcuno dei nostri sia stato travolto. Molti sono caduti sotto i colpi”. Alla fine – secondo i fuggiaschi e alcuni dei profughi restati al campo – sul terreno sono rimasti otto giovani senza vita: tre eritrei e cinque somali. Dei tre eritrei il Coordinamento ha saputo il nome: Efrem Hailé, Okbai e Andit. Tutti sui vent’anni. Almeno 29 i feriti, dei quali 12 in condizioni gravi. Per quanto ne sanno i compagni, sono stati trasportati inizialmente all’ospedale di Gharyan e poi trasferiti in quello di Tripoli.

Soltanto pochi ce l’hanno fatta a superare indenni il fuoco di sbarramento delle guardie e a dileguarsi, gettandosi tra i cespugli e cercando riparo in qualche anfratto. Poco più di una decina. Quando è tornata un minimo di calma, verso l’imbrunire, hanno ripreso la fuga. Dopo un giorno e mezzo di marcia, aiutandosi anche con mezzi di fortuna, sono arrivati a Tripoli. Alle porte della città li ha intercettati e fermati una pattuglia della polizia, che li ha condotti in un centro di detenzione dell’Agenzia ministeriale anti immigrazione, in Airport Road. Sono stati loro a ricostruire la strage e il sequestro in massa che l’ha preceduta. Non avevano con sé un cellulare per dare l’allarme, chiedere aiuto e “raccontare” ma, nel campo dove sono stati portati, alcune ragazze eritree, anch’esse detenute, sono riuscite ad avvicinarli e a parlargli a lungo. Queste ragazze hanno poi ripetuto il loro racconto al Coordinamento, in Italia. Successivi contatti sia con Tripoli che con Gharyan hanno consentito di aggiungere altri particolari e di avere una ricostruzione quasi completa di quanto – secondo le testimonianze ricevute – è accaduto dall’alba del 15 maggio alla mattina del 17.

“Occorre che in Europa si sappia cosa abbiamo passato e quello che stiamo ancora soffrendo. Che tanti nostri compagni sono morti. Che Gharyan è un lager per tutti i prigionieri ma aperto alle razzie dei trafficanti. Che la Libia è il calvario dei migranti”, ha detto uno dei ragazzi ad Abraham, l’esponente del Coordinamento che ha avuto più contatti con loro. E, sulla base delle notizie raccolte, il Coordinamento ha lanciato un appello all’Unhcr perché intervenga con decisione, richiamando il Governo di Tripoli a farsi carico della sicurezza e ad assicurare condizioni di vita dignitose ai profughi trattenuti nei centri di detenzione. “Ma in particolare – insiste Abraham – ci rivolgiamo al Governo italiano e all’Unione Europea. Quanto ci risulta che sia accaduto a Gharyan è l’ennesima dimostrazione di come in Libia i migranti vivano ogni giorno nell’incubo di essere massacrati, rapiti, venduti come schiavi, torturati. Annullati. Ecco perché, quando vengono bloccati in mare dalla Guardia Costiera libica e c’è nelle vicinanze una nave delle Ong, tanti ragazzi si buttano in acqua e pregano i volontari di prenderli a bordo, urlando che preferiscono annegare piuttosto che essere obbligati a tornare indietro… E’ inumano. Peggio: è criminale intrappolare in questo inferno migliaia di giovani che sono stati costretti a fuggire dal proprio paese. A lasciare tutto per inseguire un sogno di libertà”.

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