Le agromafie, il caporalato e il silenzio del Governo italiano

Le agromafie sono un fenomeno pervasivo. Contro diffusi luoghi comuni, esso comprende ma non si esaurisce nel caporalato, nel lavoro forzato o nella sofisticazione alimentare. La sua natura è intimamente connessa con l’organizzazione sociale, politica ed economica del Paese e risente dei vuoti legislativi, delle contraddizioni di sistema, della capacità delle varie organizzazioni mafiose, comprese quelle straniere, di condizionare la filiera produttiva locale e nazionale, di penetrare nei grandi mercati ortofrutticoli, di penetrare nelle contraddizioni della nostra Pubblica Amministrazione traendone direttamente vantaggio, di agire con modalità corruttorie e non solo violente. Esse sono dentro una complessità di sistema, sempre più articolata, di cui ne sono espressione piena.

La diffusa e pericolosa retorica contro i migranti, oggi divenuta tratto identitario del nuovo governo italiano, rischia di agire sui ricettori del sistema agromafioso finendo per legittimarlo. Una responsabilità che emerge in modo palese con l’omicidio del giovane bracciante maliano Soumaila Sacko avvenuto nella Piana di Gioia Tauro. Non una dichiarazione ufficiale o un comunicato da parte del nuovo governo italiano. Un silenzio incomprensibile che certo aiuta l’omertà, da sempre la condizione necessaria per le mafie per continuare a svolgere le loro attività criminali. In questo caso, un bracciante maliano regolarmente soggiornante, peraltro impegnato in attività sindacali, è stato ucciso con un colpo di fucile sparato da un’auto. Se fosse stato un italiano nessuno avrebbe avuto timore nel denunciare una “esecuzione mafiosa contro un innocente”. Una storia che ricorda quella di Jerry Masslo, anche lui bracciante ma sudafricano che nel 1989 muore a Villa Literno per mano mafiosa dopo aver protestato con altri suoi compagni contro le condizioni di lavoro e salariali imposte, già allora, dalla Camorra.

Difficile immaginare che la futura azione del neonato governo italiano volga verso quelle utili e necessarie riforme di sistema capaci di garantire giustizia e dignità a milioni di lavoratori e lavoratrici, italiani e migranti, vittime di caporalato e sfruttamento, necessarie anche per sostenere la migliore produzione agricola italiana e centinaia di migliaia di aziende che, con impegno e competenza, resistono nel mercato globale. Le premesse, ad oggi, dicono altro, con strali anti-immigrati e tagli economici orientati ad impoverire e non invece a migliorare il sistema di accoglienza nazionale. Le agromafie, dall’impoverimento ulteriore del sistema di accoglienza, trarranno solo benefici, agevolando la trasformazione, ad esempio, di alcuni centri di accoglienza, malamente gestiti, in hub per il reclutamento di braccia di richiedenti asilo per la nostra peggiore agricoltura. E forse, tra qualche mese, leggeremo di proposte parlamentari di cancellazione o riformulazione con la scusa dello sviluppo economico da sostenere proprio della legge 199/2016 contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo.

Il quadro nazionale, dunque, continua ad essere drammatico. D’altro canto, il recente blitz delle forze dell’ordine contro lo sfruttamento lavorativo continua a restituirci un quadro allarmante. Esso è scattato nelle province di Agrigento, Ragusa, Siracusa e in altre 12 città italiane, ed ha coinvolto anche 28 paesi europei. Il complesso degli interventi ha coinvolto complessivamente aziende impegnate nel settore della grande distribuzione pubblicitaria, dei magazzini stoccaggio merci (gestiti da imprenditori cinesi), delle confezioni tessile-abbigliamento e del settore agricolo. Nel corso dell’operazione è stata accertata l’inosservanza delle norme contributive, previdenziali e di sicurezza sui luoghi di lavoro, nonché, in alcuni casi, del’illecita attività di intermediazione tra la domanda e l’offerta, compiuta dai cosiddetti “caporali”. Nei casi più estremi, le forze dell’ordine si sono trovate davanti a braccianti agricoli che dormivano in giacigli e baracche nutrendosi solo di scatolette e, talvolta, coabitavano con maiali e pecore, in condizioni igienico sanitarie disumane. Sono state complessivamente controllate 615 persone e 82 aziende, accertando irregolarità a carico di 30 di queste (in un caso si è proceduto a sequestro preventivo dei beni aziendali ed in altri 15 è stata sospesa l’attività). Sono state denunciate 32 persone, di cui 11 di origine straniera, mentre 3 sono state arrestate. Le sanzioni amministrative e ammende elevate ai responsabili hanno riguardato un valore complessivo di oltre 450 mila euro.
In particolare, in provincia di Agrigento sono stati arrestati un italiano e due rumeni, ritenuti responsabili di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro a danno di 32 braccianti agricoli (italiani, rumeni e pakistani), di cui due minori. In provincia di Ragusa sono state controllate 96 persone (di cui 6 deferite per favoreggiamento e sfruttamento di manodopera irregolare) e 6 aziende. In provincia di Siracusa, invece, sono state controllate 60 persone e 3 aziende (per 1 è stata sospesa l’attività), in provincia di Trapani sono stati indagati, in stato di libertà, due persone (titolare e collaboratore esterno di un’azienda agricola) per aver impiegato “in nero” e sfruttato 5 lavoratori in stato di bisogno. Ora si attendono altri interventi, soprattutto in provincia di Latina, recentemente tornata alla ribalta mediatica nazionale con riferimento alle condizioni di lavoro e sfruttamento alle quali sono costretti migliaia di lavoratori e lavoratrici soprattutto indiani. In un territorio a chiara vocazione agricola persistono, nonostante alcuni arresti già effettuati dalle forze dell’ordine di datori di lavoro italiani e caporali indiani, sacche di diffuso e sistemico sfruttamento che terminano col far precipitare alcuni braccianti in condizioni para-schiavistiche. Ora è tempo che l’impegno investigativo si concentri anche sulla capacità delle mafie e, in particolare, della Camorra, di penetrare nel sistema agricolo locale e in quello della logistica mediante l’acquisizione di aziende anche di grandi dimensioni, come anche sull’organizzazione criminale, prevalentemente indiana, sintesi di prassi e interessi economici consolidatesi nel corso degli anni, sulle sue particolari forme di presidio territoriale abitato dagli indiani da parte di alcuni loro connazionali particolarmente facoltosi, sulle pratiche associative di questi ultimi con aziende agricole gestite da italiani alle quali garantiscono manodopera a basso costo, spesso gestori anche di un’originale tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Su questo versante c’è ancora molto da fare. I Carabinieri, le forze di polizia e la Guardia di Finanza stanno facendo un lavoro egregio ma senza una politica all’altezza del tema, capace di elaborare politiche di riforma del sistema agroindustriale italiano, preservandone le eccellenze e qualità e nel contempo espellendo imprenditori-sfruttatori e truffatori, rischiamo di delegare il contrasto alle agromafie solo agli organi investigativi e poi alla Magistratura inquirente e giudicante. La politica è invece fondamentale. Nei prossimi mesi sapremo se il nuovo Governo saprà o meno rispondere alle aspettative di milioni di cittadini italiani e di lavoratori migranti che chiedono legalità e rispetto, due valori che rendono un Paese civile o se, invece, volgeranno il loro sguardo da un’altra parte.

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