“Tiresia sono!” dice Camilleri

Una policromia esaltante di anime. Un ordine surreale. Un silenzio assordante. Camilleri entra in scena appoggiandosi alle spalle di una eterea figura, una moderna Cassandra. Un applauso fragoroso, ma ordinato, lo accompagna commosso fino alla sua postazione.
Una poltrona, una lampada, una scrivania. La bottiglia dell’acqua e la richiesta, sempre accompagnata da un “grazie”, di dissetarsi un po’. Un bambino ai suoi pedi, immagine sublime di ciò che è stato e di ciò che sarà. Ponte immaginifico tra il passato e il futuro passando, sognanti, per uno scorcio di presente che sigla l’eterno.
Il Teatro greco di Siracusa si apre ad un evento straordinario la cui bellezza valica il confine isolano di questa di terra assolata e si apre come una eco al mondo. Nel suo 54^ ciclo di rappresentazioni classiche l’Inda sferra il suo asso nella manica e si ritaglia, meritatamente, la sua pagina di storia. Tiresia, colui che vede oltre le cose, indovino e profeta, prende il posto di Camilleri o meglio si plasma in lui. I due coesistono e vivono, si raccontano in un gioco divertente e ironico che sta a mezzo fra la letteratura e il mito.
Una voce sola, roca e conosciutissima, squarcia il silenzio.
“Finalmente stasera da personaggio divento persona”
Ed eccolo Andrea Camilleri nel ruolo di se stesso, vate e indovino, padre e amico.
Incanta un pubblico estasiato raccontandosi sornione. Gli applausi sgorgano con istintiva naturalezza. I sorrisi si susseguono e le risate composte echeggiano nella grande cavea.
Tiresia non è altro che il paradigma di ognuno di noi. Vive, al pari di ogni uomo, il dramma del chiacchiericcio. Secoli di inutili elucubrazioni sulla natura perversa, contorta e astrusa di un personaggio cui tutti, o quasi tutti, hanno dedicato almeno un pensiero.
Da Seneca, educatore di poco successo considerato il flop con Nerone, a Virginia Wolf passando per Dante che come al solito si diverte a far bruciare le anime all’inferno finendo con Primo Levi, unico grande scrittore che rivoluzionò il pensiero della metamorfosi umana; non più trasformazione da uomo a donna ma da uomo a non-uomo.
Tiresia ride di se agganciandosi al presente, vede pur non vedendo. Scruta gli animi e non l’immagine che questa ne riflette. È scevro dunque dal condizionamento estetico e quindi libero. Inneggia alla vita rivestendo i panni di Camilleri in un gioco esaltante in cui il personaggio entra dentro l’autore e viceversa.
Novanta minuti, al pari di una banale partita di calcio, per raccontare la storia del mondo. Una regia intelligente, firmata da Roberto Andò, blocca la voce narrante con la stessa voce registrata. Tiresia passa dal capriccio degli Dei al cristianesimo con una semplice croce di luce al cui centro Camilleri troneggia. Ogni epoca segna la sua storia, ogni racconto sull’indovino l’evoluzione della società. Un percorso narrativo entusiasmante e dolce fino al 900 secolo crudele e distruttivo, coacervo di nefandezze e crudeltà. E qui Tiresia si arresta. Lui che aveva previsto tutto, che aveva elemosinato la salvezza dalla sua preveggenza adesso si arena. Cade in un deliquio di nullità rispetto al male che sovrasta ogni male.
Il personaggio di sempre è diventato persona. E la persona è lui. Un uomo di 93 anni che ha scritto più di cento romanzi, ha inventato un personaggio che oramai gira il mondo e ha vissuto la vita più di quanto la vita possa essere vissuta. È lui a parlare a migliaia di persone stordite dall’incanto. Lui che ha visto tanto, soprattutto adesso che non vede. Lui che avrebbe potuto fermarsi eppure qualcosa di ineluttabilmente forte lo ha spinto a calcare ancora una volta la scena di un teatro, di un teatro che è vita “Perché a 90 anni, diventato cieco, mi è venuta una curiosità immensa di capire; no, di capire no, è un verbo sbagliato; di intuire cosa sia l’eternità, quella eternità che ormai sento così vicina a me. E allora ho pensato che venendo qui, in questo teatro, tra queste pietre veramente eterne, sarei riuscito ad averne almeno un’intuizione»
Speriamo allora che l’intuizione lui l’abbia avuta. Di certo noi, fortunati spettatori di questa firma nelle pagine della storia, più che un’intuizione di eternità ne abbiamo avuto la certezza.
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