CASTELLINARIA. Intervista alla Compagnia Habitas

Anche quest’anno la stagione teatrale romana va concludendosi e si prepara il caldo periodo dei festival. Fra questi un nuovo e originale progetto, gestito da giovani artisti della realtà contemporanea che, dal 21 al 28 luglio, presso il Castello di Alvito, cureranno la prima edizione del Festival Castellinaria. Qui l’intervista con Chiara Aquaro della Compagnia Habitas.

Compagnia Habitas e Ivano Capocciama, un incontro e la realizzazione di un festival. Partiamo dal principio, da dove lintuizione e lo stimolo per pensare e poi realizzare questo progetto che porta il nome di Castellinaria?

Una serie di coincidenze che diventano un destino. Livia è originaria di Casalvieri, uno dei tredici comuni che fanno parte della Valle di Comino, vicinissimo al paese in cui prende vita il nostro festival, Alvito. Al sogno di lei di mettere in connessione la provincia del frusinate con un panorama teatrale di più ampio respiro si è aggiunto l’incontro con Ivano, dadiciotto anni attivo sul territorio in qualità di regista. Lo stimolo primigenio però è una domanda nata in seno al percorso artistico della Compagnia: “Perché e per chi si fa questo mestiere?” Organizzare un festival rappresenta per noi il tentativo di riappropriarci del senso di quello che facciamo nella volontà di connettere il lavoro artistico all’occasione del fare teatro, occasione che deve necessariamente prevedere una comunità ricettiva. Rifondare la piazza, il concetto di piazza, convinti che il teatro sia ancora il luogo privilegiato per riflettere sulla comunità – sull’individualità ma al contempo sulla collettività -, un’occasione di democrazia dove la polvere delle stelle si mischia al letame della terra per dare frutti nuovi, umani.

Perché vogliamo osare, costruire un castello in aria e far sì che le fondamenta siano solide.” Come avete pensato concretamente alla realizzazione di questo castello?

Il nome “Castellinaria” è una sfida: vuole ribaltare il significato del proverbio “fare castelli in aria” al positivo. Il castello Cantelmo di Alvito, location del festival, è una rocca medievale che sembra galleggiare sul paese e sulla Valle intera. Lasciandoci suggestionare da questo scheletro roccioso al tempo stesso imponente e aereo, abbiamo scelto di lavorare per obiettivi concreti, creare delle fondamenta solide ma senza perdere quel volo interiore, quell’entusiasmo incosciente che ci permette di puntare in alto pur essendo giovanissimi e alla nostra prima esperienza organizzativa. La concretezza proviene dall’immaginare qualcosa di bello e trovare a tutti i costi il modo per realizzarlo senza nascondersi dietro al fatto che non ci sono abbastanza soldi da destinare alla cultura, che la provincia è un terreno difficile o più banalmente dietro alla paura di non essere all’altezza.

Il suggestivo Castello di Alvito sarà la cornice del festival. Scelta derivata da una ricerca sul territorio o frutto di incontri e connessioni?

Quando un posto così è abbandonato a sé stesso, la volontà di riportarlo a vivere è quasi un obbligo interiore. Nessuna premeditazione: una passeggiata di ferragosto al borgo in cui si staglia il Castello e la ribellione spontanea al fatto che architetture di una tale potenza siano deserte, disabitate. Per questo motivo vogliamo che sia un luogo parlante: ha una sua identità talmente forte che noi non possiamo che essere ospiti; anche la proposta artistica è adattata allo spazio in cui è posta.

Sarà importante il coinvolgimento delle realtà locali in questa manifestazione

Per tornare al discorso sulla concretezza abbiamo scelto da subito di avviare un dialogo continuo con le realtà del territorio – quelle istituzionali come il Comune, la Provincia, la Pro loco di Alvito (di cui raccogliamo giorno dopo giorno gli inestimabili frutti) e quelle artistiche (le Compagnie che fanno teatro, i musicisti, gli artisti che pullulano in questa valle così ricca ed eterogenea) ed enogastronomiche.

Veniamo alla proposta. Su cosa si è basata la scelta degli artisti?

Siamo una Compagnia giovane sia per l’età dei componenti che per gli anni di attività. La scelta della direzione artistica è stata quella di dare spazio alle realtà nazionali che ci sembrano valide e vicine al nostro percorso. Cerchiamo di fuggire dalle ingannevoli etichette come “under 35”, ma l’obiettivo è quello di dare spazio alle giovani proposte e soprattutto alla drammaturgia contemporanea.

La definizione di festival di teatro pop e la parola popolare che ricorre spesso in che accezione vanno intese?

Se tagliamo fuori il pubblico dai processi del teatro, il teatro stesso perde la sua essenza. Abbiamo scelto di fare un “teatro pop” perché non ha più senso essere parte di un discorso elitario, di un teatro per addetti ai lavori, critici o artisti, con un pubblico che è sempre lo stesso, un cane che si morde la coda e ne giudica la qualità. Vogliamo spezzare questo meccanismo, confrontarci con un pubblico puro che possa ridare significanza al perché esista ancora il teatro.

Teatro ma non solo, il festival vuole essere momento di incontro e condivisione. Quali altre attività avete immaginato?

La necessità di aprire il festival ad altre attività nasce sempre dallo stesso bisogno: non emarginare il teatro a un momento atipico, farlo ritornare nella prassi di una comunità, renderlo momento fra i momenti della realtà sociale. Il quid di questo festival è la voluta delocalizzazione rispetto a quel centro pieno di opportunità ma al contempo fagocitante che è Roma, la città dove abitiamo. Il borgo sarà animato da concerti, giochi, musica da strada, un banchetto di drammaturgia espressa (frasi poetiche elaborate secondo un input dei passanti), passeggiate a piedi e a cavallo per i sentieri carichi di storia della valle, un’osservazione con i telescopi alle stelle (i benefici dell’assenza di illuminazione elettrica)… ma non sveliamo tutto perché vi aspettiamo lì!

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