A Milano e Roma le “nazionali” dei migranti

“L’Italia non è un enorme campo profughi”, “Faremo un censimento dei rom, quelli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”. Le “bordate” del ministro degli Interni Matteo Salvini gettano benzina sul fuoco, in un Paese che si sente “invaso” dagli stranieri. Ma nell’Italia salviniana dei blocchi navali e dei censimenti, c’è anche spazio per iniziative che vanno nella direzione completamente opposta. Proprio in questi giorni è nata Fc St Ambroeus, la prima squadra di calcio milanese composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo. Il nome, che si rifà al Patrono di Milano Sant’Ambrogio, non è certo casuale. “Abbiamo scelto questo nome perché crediamo che la vera Milano sia una città multietnica, capace di unire e aggregare differenti culture”, spiega Davide Salvatori, uno dei dirigenti del club.
Tra poco inizieranno gli allenamenti per una sessantina di ragazzi, età media 23-24 anni, provengono da ogni zona dell’Africa, Senegal, Gambia, Nigeria, Guinea, ma anche Somalia e Libia. Giovani, che passando per Lampedusa, si ritroveranno a calcare i campi impolverati dell’hinterland milanese, provando ad immaginare un altro futuro. La squadra si iscriverà  al campionato Figc di Terza Categoria, un occasione in cui lo sport può dare un calcio ai pregiudizi. “Vogliamo mettere in ridicolo i razzisti – dichiara Salvatori – ci piace usare il calcio come strumento di lotta contro forme di discriminazione e razzismo. Saremo la prima squadra iscritta ad un campionato italiano con un presidente africano, Kalilou Koteh, che sarà anche il capitano della squadra”. Nei giorni in cui Matteo Salvini annuncia, con un infuocata diretta Facebook, che “le navi delle pseudo Ong non toccheranno più il suolo italiano”, la squadra è già stata oggetto di insulti razzisti, ancor prima di iniziare il campionato. Sotto un articolo pubblicato sul web sono apparsi commenti di scherno come “fate una squadra di pallanuoto” o “non sapete fare neanche i bagnini”, con riferimento alle tante tragedie in mare degli ultimi anni. “Per fortuna molti milanesi hanno preso le distanze e ci hanno mostrato solidarietà, in questo momento abbiamo bisogno anche di aiuti concreti per sostenere le spese del campionato”. Per questo il club ha  aperto una raccolta fondi su Produzioni dal Basso, sostenuta anche da Banca Etica.
A Roma la Liberi Nantes Football Club è una realtà che esiste da oltre dieci anni, nata dall’idea di un gruppo di giovani italiani che decisero di coinvolgere nelle loro partite i ragazzi dei centri di accoglienza della Capitale. “La molla ce la fecero scattare i cori razzisti sentiti allo stadio” spiega Alberto Urbinati, presidente del club. La storia di questa squadra di migranti ha ispirato un film (Black Star, nati sotto una stella nera), ha incuriosito la stampa internazionale, in passato anche il The Guardian e la Cnn hanno dedicato un servizio alla Liberi Nantes, e recentemente perfino una tv messicana. Tra le tante associazioni che sostengono l’iniziativa, spicca il patrocinio dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati Politici. Un progetto nato sul campo “XXV Aprile” di Pietralata, estrema periferia della Capitale, quartiere popolare raccontato nei romanzi di Pasolini. Qui una struttura decadente, è stata recuperata e messa a disposizione di questi ragazzi in fuga dall’Africa e di tutta la collettività. “Il nome Liberi Nantes – spiega Urbinati – riprende un verso dell’Eneide, opera in cui Virgilio racconta il naufragio dei Troiani vicino le coste del Lazio. In pochi sopravviveranno, soli e dispersi, come i migranti che riescano a superare le insidie del Mediterraneo, e a sbarcare in Italia. Quello migratorio è un fenomeno vecchio come la storia dell’uomo”.
 La maggior parte dei ragazzi proviene dall’Africa sub-sahariana, Senegal, Gambia, Togo, Ghana, ma anche Eritrea e Marocco. Partecipano al campionato di Terza Categoria, anche se fuori classifica, perché non tutti possono essere tesserati. “Ogni anno si presentano più di 100 ragazzi dei centri di accoglienza, noi facciamo una selezione sulla base di criteri tecnici e comportamentali, non a caso per cinque volte abbiamo vinto la Coppa disciplina, come squadra più corretta del torneo. Negli ultimi tempi siamo riusciti anche ad allargare le nostre attività. Abbiamo creato un nucleo di touch rugby, un tipo di rugby senza contatto fisico, a cui partecipano le ragazze rifugiate”. Dal 2007 Alberto di storie di integrazione e riscatto personale ne ha viste tante. “La storia che racconto con più piacere è quella di Saravan, è arrivato dall’Afghanistan nel 2008, oggi è titolare di un sushi-bar nel centro della città, ormai parla romanaccio… Questo progetto è nato con l’idea di dare a questi ragazzi la possibilità di iniziare a rifarsi una vita, qui trovano una rete di persone che li aiuta nella quotidianità, in primis a trovare un lavoro”. Con maglietta e pantaloncini, questi giovani venuti dall’Africa trovano un po’ di gioia e serenità, ma le sfide più difficili restano quelle da vincere fuori dal campo.
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