L’eleganza di Kokkos vince l’inutile eccesso di Emma Dante

Il 54^ ciclo delle tragedie greche volge alla fine. I tramonti sul colle Temenite diventano sempre più lunghi e il sole infuoca durante il giorno le pietre della cavea fino a renderle incandescenti. Qualche lucertola fa capolino come uno spettatore curioso mentre il cielo terso di Siracusa annuncia un altro giorno di soffocante calura.

Quando anche i Cavalieri, commedia di Aristofane mai portata sul palcoscenico del teatro greco, terminerà la sua breve maratona sul sacro luogo dell’arte, si tireranno le somme e si comincerà a pensare alla prossima stagione, forti dell’esperienza passata o magari ostinati, ciechi dinanzi agli errori, sordi rispetto alle lamentele. E sì, perché il teatro greco non è un luogo esente da strafalcioni, non è Re Mida che trasforma tutto in oro. Ha dalla sua il miracolo dell’eternità, il fascino dell’incanto, la magia di trasportare nel passato pur vivendo il presente, di conoscere se stessi attraverso l’immanente bellezza della Grecia classica. Ma dall’altro è pur sempre un teatro. Un banco di prova, forse il più arduo per chi svolge il difficile mestiere dell’attore e l’ancora più difficile ruolo del regista. Mediamente tremila anime disposte a semicerchio puntano i loro seimila occhi critici verso uno spettacolo che si ripete ogni anno. Stesse storie, stesse trame, stesso luogo e stessi orari. Cambia però l’interpretazione, la resa artistica, le musiche, l’idea di regia, i costumi, le scenografie e il pubblico. Il pubblico è forse in teatro uno degli elementi più soggetti al cambiamento. È un pubblico fin troppo gentile quello del teatro greco, direi eccessivamente grato non tanto per la qualità dello spettacolo ma per il fatto stesso che lo spettacolo si faccia, qualunque sia la resa, qualunque sia il risultato. E dunque applaude, come se l’applauso fosse dovuto a prescindere, per il sacrificio, per la dedizione o probabilmente come atto di liberazione da certe noie mortali. Certo il termometro del battito fa la differenza, quando uno spettacolo piace davvero il pubblico si fa bruciare le mani, si alza commosso, commenta entusiasta mentre si allontana dagli spalti, mantiene una brillantezza in viso che fluttua tra la soddisfazione e l’orgoglio, come se l’opera l’avesse messa in scena lui, autore del testo per discendenza diretta, dalla Grecia alla Magna Grecia con furore. Però, quando lo spettacolo non quadra, quando la delusione riflette in volto come una delusione personale, piuttosto che manifestare platealmente il pubblico del teatro greco soffre silenziosamente, applaude sommessamente e mormora, come un pettegolezzo, come quei chiacchericci bisbigliati, affinché non lo senta il regista. C’è sempre una gara in corso durante le rappresentazioni classiche. Due tragedie gareggiano rincorrendosi ogni giorno. La commedia se ne frega, tendenzialmente bistrattata dai più apprezzata dai meno, si gode il suo status di parte terza. Tutti gli eventi a latere, novità fresca di quest’anno, invece fanno da contorno, superfluo talune volte ma assolutamente necessario in altre come per “Tiresia” dove Camilleri da solo è riuscito ad alzare l’asticella del gradimento riuscendo a rendere bello anche quello che bello non era. Ad “Eracle” e ad “Edipo a Colono” è dunque toccato contendersi la palma della tragedia più bella e sarebbe riduttivo sostenere che la seconda ha stracciato clamorosamente la prima. Quest’anno è avvenuto qualcosa di diverso. Gran parte del pubblico non ha gradito un Eracle incomprensibile, forse incompreso chissà, ma di fatto inutilmente ridicolo. La critica invece non ha criticato. Ha preferito tacere, glissare e raggirare l’ostacolo. Del resto la critica non critica più. Subisce l’influsso modaiolo e tace. Nessuno ha parlato di un Eracle sempre uguale a se stesso il cui pathos non ha mai subito variazioni di sorta. Un Eracle che arriva gridando dagli inferi (vittorioso) e va via gridando (sconfitto) dopo avere ucciso moglie e figli. Cretino era e cretino resta. Si sbatte come un polipo sullo scoglio ricordando tanto una Raffaella Carrà a Canzonissima mentre canta “com’è bello far l’amore da Trieste in giù…” e non è né virile né femmineo. Del resto valla a capire la scelta di regia di Emma Dante di scegliere un cast al femminile. Inutile al ruolo degli uomini, inutile alla causa femminista, inutile al pubblico confuso, inutile al povero Euripide che pare già di vederlo frastornato mentre si chiede “ma questa cosa l’ho scritta davvero io???”.  Vai a capire perché il povero Anfitrione ha un accento ostentatamente palermitano sembrando uno dei protagonisti di Pif ne “la mafia uccide solo d’estate”. Vai a capire perché i figli di Eracle sembrano scimmie allo zoo, sempre pronti a saltare addosso a qualcuno, a correre perennemente isterici, a piangere convulsi screditando quel rigore di sentimenti che il ceto e l’armonia greca gli avrebbe imposto. Bella la scenografia, bellissimi i costumi e qualche trovata, rara, di regia. Per il resto se Eracle incanta lo fa solo per annichilimento. E poi arriva Edipo a Colono. Vince facile direte voi e invece no. Yannis Kokkos avrebbe vinto comunque. Lui, nella ricerca essenziale della simmetria greca ha trovato la perfezione. Puro, elegante, emozionante il suo Edipo, reso magico da un De Francovich immenso, ha zittito il pubblico di ogni replica. Letterale la traduzione, pura la messa in scena, sobria la regia, sofferta la trasposizione dei sentimenti, composta la disperazione. Kokkos viene dalla Grecia per darci una lezione di stile. Per stupire non bisogna sbigottire piuttosto ammaliare. Suscitare un brivido che corre lungo la schiena mentre un tamburo battente segna lunghi silenzi che sono anima del teatro e non vuoti a perdere da riempire di inutili grida. Attendiamo dunque il rash finale de “i Cavalieri” certi comunque che questo 54^ cliclo ha avuto grandi protagonisti e straordinari momenti che resteranno un fiore nella storia del teatro. Tra questi c’era anche Raffaella Carrà. Pazienza

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