Migranti, rimosse stragi e sofferenze per giustificare la politica dei “muri”

Almeno 220 vite stroncate. Sono le vittime di tre naufragi avvenuti nel giro di appena due giorni, il 19 e il 20 giugno, al largo delle coste libiche. Il primo di fronte a Janzur, 15 chilometri a ovest di Tripoli. Poi, poco più a occidente, verso Zawyia. Infine, l’ultimo, ad alcune miglia da Garabulli, a est di Tripoli. E la strage continua: altri tre cadaveri sono stati trovati nei pressi di un relitto tra il 20 e il 21 giugno e 10 domenica 24 giugno, durante i soccorsi a sette gommoni sui quali erano saliti complessivamente quasi 950, tra uomini, donne ma anche bambini, per tentare di arrivare a bussare alle porte della Fortezza Europa. L’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, non ha nascosto l’orrore per questa ennesima mattanza, arrivata proprio mentre tra le varie cancellerie europee infuriano le polemiche sulla politica migratoria e, nello stesso tempo, navi cariche di disperati soccorsi in mare si vedono negare un porto sicuro dove poterli sbarcare, per riaprirne il cuore alla speranza. Anzi, il rapporto pubblicato il 21 giugno a Ginevra suona come un esplicito atto d’accusa contro l’indifferenza dell’Italia e dell’Europa nei confronti di tanta umanità sofferente. In Italia, però, quasi nessuno ne ha parlato: poca attenzione sui contenuti e sul messaggio del dossier Unhcr; silenzio pressoché totale sui 220 e passa altri “sommersi”, che allungano una lista ormai senza fine.

Trovano molto più spazio, sui media e nel dibattito politico, le accuse praticamente contro tutti – le navi umanitarie e le Ong “complici dei trafficanti”, gli “stranieri invasori”, l’Europa “cattiva” e i “governi succubi” che l’hanno assecondata e via dicendo – lanciate ogni giorno dal ministro dell’interno Matteo Salvini. Tutti gli argomenti, cioè, posti dal Viminale alla base della necessità di “contenere i flussi”. Fuori dall’ipocrisia del linguaggio “politichese”: gli argomenti posti alla base di una politica di “muri” e barriere ancora più dura e radicale di quella adottata finora. Senza rilevare che stragi e “muri” sono le facce della stessa medaglia: che se in appena due giorni ci sono stati ancora centinaia di morti a poche miglia dalla Libia è proprio perché – come ha denunciato l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – i porti italiani sono stati chiusi.

Ecco, i “porti chiusi”. Chiusi alle Ong e non solo, come dimostra l’odissea della nave cargo danese Maersk, bloccata per giorni in rada a Pozzallo, prima di ottenere il nulla osta del Viminale, nonostante proprio la Guardia Costiera italiana abbia indicato di sbarcare in quel porto i 110 naufraghi salvati e presi a bordo in mezzo al Mediterraneo. Questa improvvisa, illegale chiusura è l’ultimo muro innalzato dall’Italia per respingere i migranti, intrappolandoli nella terra di nessuno dei paesi di transito. Una trappola piena di dolore e di morte. In Libia, soprattutto. Ma anche altrove: in Sudan, ad esempio, in Sud Sudan, nel Ciad, nel Niger. Nessuna possibilità di passare e di proseguire verso l’Europa; nessuna di tornare indietro, se non riconsegnandosi alle situazioni di crisi estrema che hanno costretto ad abbandonare tutto, a casa, imboccando quella che è una difficile fuga per la vita. Si tratta, insomma, dell’evoluzione della stessa politica che ha preso le mosse all’inizio degli anni 2000. Con muri fisici, come le barriere di cemento, acciaio e filo lamellato costruite a Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in Marocco, o sulla frontiera dell’Evros, tra Grecia e Turchia. E muri politico-legali, che esternalizzano i confini dell’Europa in Africa o nel Medio Oriente, il più a sud possibile, affidando alle polizie degli Stati contraenti il lavoro sporco di sorvegliarli e impedire ai migranti e ai profughi di varcarli: si è cominciato con il Processo di Rabat nel 2006 e si è via via arrivati alla chiusura pressoché totale di oggi attraverso il Processo di Khartoum (2014), gli accordi di Malta (2015), il trattato con la Turchia (2016), il memorandum con la Libia (2017) e i patti particolari che ne sono seguiti, inclusi quelli con alcune delle principali tribù perché “si prendano cura” dei profughi in arrivo dal Sud. La chiusura dei porti e la guerra contro le Ong sono soltanto l’ultimo atto.

La politica e quasi tutto il sistema di informazione misurano il successo di questo programma unicamente dalla diminuzione degli sbarchi in Europa. Ovvero: il fatto stesso che arrivino meno migranti dimostrerebbe che il sistema adottato funziona. Quest’anno, ad esempio, si registra in Italia un calo del 77 per cento degli sbarchi, confermando la tendenza iniziata già nella seconda metà del 2017. L’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro Marco Minniti ne menano vanto ad ogni occasione. E il nuovo governo – sotto la spinta di Salvini ma non solo – non fa mistero di voler moltiplicare questo blocco, fino ad annullare del tutto gli arrivi. Il punto è, però, che non si tratta semplicemente di numeri e statistiche, ma di esseri umani, milioni di esseri umani, ciascuno con una propria, spesso terribile storia. Non si tiene conto, cioè, del “costo umano” di questo blocco, in termini di sofferenze e di morti.

Quanto sia pesante questo costo sono altri numeri a dirlo: non i numeri della diminuzione degli sbarchi, ma quelli delle vite perdute. Si dice, a giustificazione del blocco, che il fatto stesso che ne possano partire di meno fa diminuire anche il numero delle vittime tra i migranti. In assoluto potrebbe anche sembrare vero, ma in verità non troppo. In tutto l’arco del 2017 si sono registrati 3.498 migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa (3.022 in mare e 476 a terra). Quest’anno, quando ancora mancano più di sei mesi alla fine, si è già arrivati a 1.402 (1.176 in mare e 226 a terra). A meno di metà anno, cioè, si è già al 40,08 per ceto delle vittime dell’intero 2017 ma con un numero di arrivi, in tutta Europa, molto inferiore: circa 51 mila contro oltre 187 mila. Ciò significa che il tasso di mortalità è cresciuto enormemente: era di un morto ogni 68 arrivi nel 2016, è salito a 1 ogni 53/54 nel 2017, si è arrivati quest’anno a 1 ogni 36/37. Anzi, se si esamina solo la rotta del Mediterraneo Centrale, quella che dalla Libia porta verso l’Italia, il rapporto schizza addirittura al record di 1 ogni 20/21: un sommerso ogni 20 salvati. Un conto di morte senza precedenti.

Senza contare l’orrore inumano a cui sono condannati i profughi e i migranti bloccati nei centri di detenzione in Libia o riportati in Africa dopo essere stati intercettati nel Mediterraneo. Perché non è vero che la Guardia Costiera libica “soccorre” i migranti: la Guardia Costiera libica li intercetta in mare, li riporta indietro e li arresta, rinchiudendoli nei centri di detenzione. Centri che assai spesso sono autentici lager: non solo quelli gestiti dalle milizie o peggio dai trafficanti, ma anche quelli che ufficialmente dipendono dal governo di Tripoli. Non si può continuare a fingere di ignorarlo. Che sia questa la situazione lo hanno provato non solo i dossier pubblicati da numerose Ong o alcune puntuali inchieste giornalistiche, ma i rapporti della stessa missione Onu in Libia: quei rapporti che hanno indotto la Corte Penale Internazionale ad aprire un’istruttoria sia su tutto il sistema libico di gestione dei migranti sia, in particolare, sulla Guardia Costiera. Del resto, segnali importanti in questo senso sono arrivati anche dalla magistratura italiana: nel processo di fronte alla Corte d’Assise di Milano, concluso con la condanna all’ergastolo di uno degli aguzzini del campo di Bani Walid, 150 chilometri a sud-est di Tripoli, uno dei magistrati ha riferito senza mezzi termini che l’unica immagine adeguata per descrivere l’inferno vissuto dai prigionieri è quella dei lager nazisti.

Di tutto questo, però, non si parla o si parla molto poco. Forse proprio perché l’unica preoccupazione della politica, ma anche di gran parte del sistema di informazione, sembra ormai da anni quella di fermare i profughi e migranti. Quando, nei vertici a vari livelli, in Europa come in Italia, si affronta il problema immigrazione, in realtà al centro dell’attenzione non ci sono i migranti: chi sono, da dove vengono, perché scappano, qual è la situazione nel loro paese, come scappano, a quali pericoli si espongono, perché fuggono nonostante sappiano di rischiare spesso la morte, perché alcuni preferiscono suicidarsi piuttosto che essere riportati in Libia o rimpatriati di forza… Questi argomenti – le persone, le donne e gli uomini, le loro storie – non interessano: quello che interessa è unicamente come bloccarli e rimandarli indietro. A prescindere dalla sorte che li aspetta. C’è, insomma, una sorta di rimozione: della realtà e delle coscienze. Massimo Cacciari si è chiesto recentemente se questa scelta non porti a una sorta di “riproposizione della banalità del male”: quell’atteggiamento, quelle azioni o non-azioni che hanno portato “milioni di uomini e donne comuni” a collaborare con la macchina della persecuzione antisemita fino all’orrore della Shoah o quanto meno hanno preferito voltarsi dall’altra parte, “rimuovere”, restare indifferenti. Ostinandosi a non voler capire che anche restare indifferenti rende complici. Colpevoli.

Forse, allora, si spiega anche così la guerra contro le Ong. I volontari a bordo delle navi umanitarie che, spesso a rischio della propria, salvano vite in mare, rompono questo vortice di rimozione e di indifferenza. E sono i primi testimoni di quanto sta accadendo davvero. Grazie anche a loro, nessuno – meno che mai la politica – potrà dire: “Non sapevo…”.

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