Periodo di festival, nuovi, consolidati e riconfermarti. Fra questi la rassegna ormai giunta alla sua settima edizione di TeatroallaDeriva.

Il festival, partito il primo luglio, prosegue fino al 22 alle Terme – Stufe di Nerone, nell’area flegrea napoletana. L’originalità di questo festival? Rivalutare l’area delle Terme portando gli spettacoli su una zattera galleggiante posizionata all’interno del laghetto circolare delle Stufe di Nerone. Di seguito una chiacchierata con Giovanni Meola, direttore artistico.

Giunto alla sua settima edizione tiriamo un po’ di somme. Come si è evoluta nel tempo la rassegna?

La rassegna ha una sua precisa identità sin dal suo nascere, con la particolarità dell’agire e recitare su una zattera galleggiante a fare da traino, e scegliere gli spettacoli giusti per questa sua natura ‘particolare’ non è affatto cosa agevole.

Una volta scelta la drammaturgia contemporanea come bussola principale, il resto è venuto naturale, come il pensare di proporre ogni anno anche un lavoro fuori da questi stessi schemi autoimposti: una volta un recital, una volta un lavoro di Improvvisazione teatrale e così via.

Il fil rouge che lega tutte le stagioni, l’idea e lo stimolo che hanno portato alla nascita di questo progetto?

Il progetto nasce da una ‘visione’ comune mia e di Ernesto Colutta, uno dei mentori delle Terme-Stufe di Nerone. Un non addetto ai lavori (teatrali) con il quale però cerco sempre un confronto profondo per la sua capacità analitica semplice e complessa allo stesso tempo. Così, parlandogli di un’idea scenografica riguardante uno spettacolo in preparazione con la mia regia (‘Munno e Terzo Munno’, di Luigi Credendino, un’operina in napoletano in versi sciolti, quasi una sorta di rap teatralizzato, che poi debuttò al Teatro Bellini a Napoli quasi sette anni fa), l’idea di un’isola, di una zattera sulla quale far muovere i suo i personaggi, prese corpo davanti ai nostri occhi. Con la differenza che Ernesto, dopo qualche settimana, una zattera galleggiante di 6 metri per 4 l’aveva realizzata sul serio e messa nel laghetto dello stabilimento. Di lì a pensare alla nascita di ‘Teatro alla Deriva’ il passo fu davvero breve, con il mio spettacolo a prendere poi un’altra strada scenografica.

Elementi di novità in questa nuova stagione?

Una novità sostanziale sono di sicuro gli spalti smontabili a tre livelli che quest’anno accoglieranno il pubblico che, nel frattempo, ha apprezzato rassegna, luogo incantevole, scelte della direzione artistica e livello medio degli spettacoli e ha così cominciato ad arrivare sempre più numeroso da sette anni a questa parte.

“Un cartellone sghembo”. Come viene portata avanti la scelta artistica?

Come dicevo prima, scegliere gli spettacoli ‘giusti’ per questa rassegna così particolare e complessa non è agevole.

Il mio sguardo, che oltre da regista, drammaturgo e direttore artistico è anche quello di uno spettatore curioso e molto attento, va alla ricerca di drammaturgie con allestimenti non troppo sofisticati ma allo stesso tempo allusivi ed essenziali. Inoltre, prediligo scegliere compagnie in crescita, molto motivate e con problemi nel far girare e inserire in un circuito gli spettacoli belli ma anche necessari. Inoltre, cerco sempre di mandare sulla zattera attori di spessore e di grande energia. La combinazione di tutti questi fattori porta ad una short list sulla base della quale poi procedo a scegliere e a fare il cartellone.

Quale il dialogo con le istituzioni e che tipo di lavoro si sta svolgendo sul territorio?

Non c’è un grande dialogo, anzi non c’è per niente. Ma questo è un discorso generale, dato che esistono due enormi tendenze in atto in questi anni. Da un lato un’indifferenza istituzionalizzata, mi vien da chiamarla, nei confronti della cultura e di progetti particolari da valorizzare sia con discorsi temporali (è dal quarto anno in poi che abbiamo visto crescere il numero di spettatori perché la rassegna è diventata uno dei pochi appuntamenti fissi e riconosciuti sul territorio, a dimostrazione del fatto che la perseveranza è fattore decisivo in casi come questi) che con discorsi di sostenibilità socioeconomica e, di conseguenza, turistica. Dall’altro una sgradevole tendenza al gigantismo, in tutti i settori, cultura compresa, che tende a schiacciare e dimenticare fenomeni più contenuti, più piccoli, ma sicuramente molto ‘umani’. Un po’ come quello che è accaduto da due decenni a questa parte con i mega-super-centri commerciali che hanno spazzato via i negozi di quartiere e di prossimità, creando un vuoto incredibile, sia economico che sociale. Ma fortunatamente, negli ultimissimi anni pare esserci una contro-tendenza che, mi auguro, potrà prendere corpo anche in campo culturale.

Nel panorama contemporaneo come vedi l’organizzazione del sistema teatrale? Segui l’esempio di qualche realtà che pensi sia efficace nella realizzazione della sua proposta?

Si tende erroneamente al gigantismo, nel sistema teatrale nazionale, dall’entrata in campo della nuova legge, 4 anni fa, in nome di una competitività a livelli sempre più alti ma in questo modo si privilegia decisamente la quantità alla qualità. E questo fa letteralmente a cazzotti con il teatro. Le due cose dovrebbero andare come minimo assieme. Di realtà piccole che funzionano, però, ne esistono, certo. In molte parti d’Italia, peraltro. Non ne citerei nessuna in particolare (fortunatamente sono tante) ma di sicuro la mia totale ammirazione va a tutti coloro i quali si attivano, da anni, per far funzionare rassegne, festival, piccoli teatri, spessissimo senza alcun sostegno di nessun tipo, capacissimi però di mobilitare territori, anche minuscoli, facendoli sentire parte di un importante e fondante ‘idem sentire’ , obiettivo bello, nobile e grande che un teatro che non sia solo ‘spettacolo&intrattenimento’ può e deve avere come suo target principale.

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