La danza manifesta è eco di verità.

Vi sono spettacoli, manifestazioni di grandezza, che ricordano come la parola, mezzo importante e fondamentale di comunicazione, in grado di compiere “le opere più divine” come diceva Gorgia, è comunque nata dopo, rispetto a quella materia di energia e trasmissione che è il corpo. Chi usa la parola conoscendone la potenza, sa anche che vi sono momenti in cui bisogna saper tacerla, perché solo a livello visivo e di sentito si può comprendere totalmente.

Il corpo, infatti, se strettamente connesso con il sentire, rispettato nelle sue forme di ascolto, comprensione e espressione è lo Strumento sublime, terreno e metafisico, in grado, nel suo movimento, di dare, ricevere e restituire.

Eppure, tramite parola si può provare a ridare quanto visto, l’inesprimibile palpabile e la bellezza concreta, l’esaltazione del corpo in uno spettacolo che porta con sé la cura alta, che si rintraccia ad esempio nella poesia, e un profondo eco di verità.

È totale sensazione lo spettacolo One, One & One di Noa Wertheim, coreografa israeliana, e della Vertigo Dance Company, andato in scena durante il Festival Internazionale di Danza Contemporanea presso il Teatro Vascello. Con questo nuovo lavoro, la compagnia e la sua coreografa si confermano fra le eccellenze nel panorama della danza mondiale.

Uno a uno, appunto, e uno ancora si aggiungono i danzatori ad una prima ballerina sulla scena, nello spazio minimale. Da lì momenti individuali e collettivi, dove la connessione si mostra come elemento primo, l’esperienza tua e dell’altro, la sofferenza e l’ostacolo, i blocchi e le paure, le rinascite e la conferma dell’amore. In varie sequenze ripetute e movimenti che scoprono il linguaggio personalissimo della danza della Wertheim, vi sono continui snodamenti, movimenti fluidi, tendini tesi, schiene arcuate e slanci che sono aperture alla vita e alla sua varietà complessa. Un crescere, sfiorire e rifiorire in quelle braccia che tracciano immagini, prima croci e dopo culla. Come le mezze punte mantenute con pazienza e consapevolezza, un aprirsi alla vita a passo di danza, la vita che è fatta di numerose prime volte e, si sa, ai ballerini le prime volte possono sanguinare i piedi, così come nella vita. Le parole di Martha Graham mi aiuteranno:

“Sono profondamente convinta che tutto si impari con la pratica e l’esperienza, e questo principio è vero sia riferito alla danza che alla vita. Si impara a danzare danzando e si impara a vivere vivendo. Il corpo viene plasmato, educato alla disciplina, onorato e, a tempo debito, considerato affidabile. Il movimento si fa nitido, preciso, eloquente, sincero. Il movimento non mente mai.”

Così come l’unico elemento esterno che appare sulla scena, una sabbia che traccia linee e confini che vengono poi distrutti, frantumati e scomposti, fino a riempire l’intero tappeto di terra, principio dal richiamo antico e autentico, non c’è menzogna nella terra, così come nella danza, le cadute si vedono tutte, il raggiungimento dello splendore massimo anche.

Si sporcano con quella terra i ballerini, tracciano geografie altre in incastri e movimenti liberi, decisi e sempre eleganti.

La spontaneità e l’attenzione al movimento necessario, primario, istintivo viene curato dalla sensibilità, le vicende intime che ogni ballerino porta con sé si alternano al momento del condividere e dunque della connessione. È un gesto di fede il contatto e, se ti lasci andare, gli altri ti sostengono, questo sembrano esprimere i muscoli coinvolti e le rotazioni a volte frenetiche eppure morbide, sciolte. Ancora la Graham è coincidente: “Vi è poi la grazia, intendo la grazia che viene dalla fede…dalla fede nella vita, nell’amore, nella gente, nel danzare.” Tutto ciò viene espresso sul palco, in una chiara ricerca legata a un sapiente movimento tecnico che prevede soprattutto un chiaro lavoro umano, reso evidente dalla complicità dei ballerini in scena. I sessi non sono annullati ma vivono di uguaglianza, grazie anche ai costumi neutri, uomo regge donna, donna regge uomo, e vivono di intese, come la potente sequenza a due fra donne che hanno assunto contorni di eterno attraverso gli sguardi, i passi in sincrono, il reggersi a vicenda, l’assecondare i movimenti dell’altra, l’elevarsi. Le loro movenze consegnano il femminile umano, così come qualcosa legato all’ascesi, e contemporaneamente al terreno, donne, vigneti, forme ondose, marine, lupe, nuvole o alberi, potevano essere tutto. Qualunque forma centrata e armonica loro l’hanno rappresentata. La sottile ricerca sul movimento viene poi arricchita dall’impiego della voce in alcuni momenti, dove sonorità di gusto etnico sono inserite e riprese senza imitazione, ma anche qui con cura e interpretazione personale, contemporanea, nuova. E nel crescendo della musica, estremamente in linea con l’estetica della danza, il gioco di luci abbandona man mano la scena, con i ballerini impegnati nel messaggio ultimo, ognuno nel suo spazio di palco, a braccia aperte, a simulare ali. Ognuno solo, uno, ma in mezzo agli altri, in piena percezione, con quei gesti ampi, dal respiro pieno, che dicono a loro e agli altri di iniziare ad aprirle le ali e volare.

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