Tutte le energie di Kilowatt Festival. Intervista a Luca Ricci

Giunto alla sua 16° edizione il Kilowatt Festival – L’energia della scena contemporanea – anima il territorio di San Sepolcro e non solo, richiamando un gran numero di pubblico. Abbiamo intervistato il suo direttore artistico, Luca Ricci.
Il Kilowatt Festival è una dichiarazione di intenti già dal nome: corrisponde a 1.000 Watt mentre identifica e rappresenta la quantità di energia (Joule) nel tempo (secondi). Da dove deriva questa suggestione e come si traduce all’interno dell’evento?
Quando insieme a Lucia Franchi (cofondatrice del festival NdR) ci siamo chiesti quale elemento essenziale un progetto teatrale avrebbe dovuto contenere – qualunque progetto – abbiamo stabilito fosse la capacità di mobilitare l’energia delle persone. Questo è stato l’intendimento che si è poi espresso anche nel nome. Come tradurre questo nei fatti è stato un lavoro lungo: non abbiamo subito trovato la chiave interpretativa ma solo dopo qualche anno, perché il nostro lavoro è anche fatto di tentativi, prove, errori e analisi. Le prime edizioni – autenticamente scaturita dal basso come molti eventi analoghi di ultima generazione, mentre un tempo nascevano per volontà della politica locale per valorizzare il territorio – ci sembrava già un miracolo riuscire a realizzarle. Dopo un 3 o 4 anni abbiamo intuito fosse la comunità e il suo coinvolgimento attivo la chiave di volta per l’avviamento di queste energie .
Un grande risalto è dato al ruolo degli spettatori, grazie alla sezione “Selezione Visionari”. In cosa consiste?
A partire dal 2006, la 4° edizione appunto, è un po’ il cuore di questa nostra azione anche se non numericamente: il festival è composto da 91 repliche e 52 spettacoli fatti da circa 45 compagnie mentre questa selezione ne raggruppa soltanto 9: ma si tratta di una “minoranza” essenziale. Ogni anno creiamo un gruppo di 35/40 persone che vivono nel territorio di San Sepolcro e nelle arie limitrofe: da ottobre/novembre fino ad aprile/maggio lavorano  insieme a noi, ma in autonomia, per selezionare questi 9 spettacoli da inserire in cartellone. Alla chiamata rispondono più o meno 300 compagnie, ciascuna delle quali manda un proprio progetto: il gruppo di trascorre l’inverno a visionare queste proposte, a discuterle durante un incontro a cadenza settimanale. La caratteristica comune di questi selezionatori è di non essere esperti di teatro ma normali appassionati. A volte andiamo a cercare proprio chi dichiara di non “capirne nulla” perché riteniamo un valore anche quello. Non vogliamo da loro un giudizio: non si tratta di una giuria ma di un affiancamento nel processo artistico e un modo per rimettere il pubblico come elemento nella dinamica relazionale da cui nasce lo spettacolo. Anche perché ritengo che il restituire una partecipazione dello spettatore all’evento sia un tema estremamente attuale.
Che differenza fa il vostro festival all’interno dell’attuale offerta culturale e qual è il vantaggio per  chi vi partecipa?
Per noi è essenziale che Kilowatt abbia una dimensione di relazione umana forte. Non credo sia interessante costruire un progetto fatto per i soli addetti ai lavori o che stimoli la sensibilità di chi già è dentro un meccanismo. Mi interessa ottenere un evento popolare che abbia, però, alla sua base dei contenuti di pensiero e di approfondimento che non siano banali. Questo è uno specifico molto riconoscibile e identitario, che gli artisti che partecipano al festival coglieranno.
Drammaturgo, regista, fondatore di festival e compagnie teatrali: qual è il ruolo in cui Luca Ricci si riconosce di più?
Credo che ognuno di essi nutra anche gli altri. Ho sempre lavorato tenendo abbastanza separati la direzione artistica di un progetto come Kilowatt e l’aspetto creativo di direttore di una compagnia o di autore teatrale. Non mischiare le due cose per me significa non utilizzare i propri eventi per un proprio tornaconto. Questo da un punto di vista pratico. Se intendi, invece, dal punto personale a quale ruolo mi sento più vicino la risposta è che non ho voglia di scegliere. Ritengo tutte queste possibilità dei modi di esprimere la propria creatività.
Qual è il tuo augurio al teatro italiano da qui a 10 anni?
Mi auguro che la tradizione artistica venga considerata sempre più dagli spettatori come un elemento della loro quotidianità: non un evento eccezionale a cui si partecipa una volta ogni tanto ma qualcosa che rientri nel normale fluire della vita di ogni giorno. Per arrivare a questo risultato è anche importante che gli artisti dedichino un pensiero alla fruibilità della propria opera: le opere non parlano in sé e da sole, tranne gli assoluti capolavori che ogni tanto emergono. Come la propria opera può essere letta  e accolta è qualcosa che molto spesso viene dimenticato e che invece è essenziale. Intorno all’opera bisogna tentare di costruire delle esperienze artistiche e culturali che permettano allo spettatore una “facilità di ingresso”. Credo questa sia la sfida più interessante del nostro tempo.

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