Combattimento, l’arte e l’amore dei Muta Imago

Una prima assoluta a Short Theatre quella dei Muta Imago, compagnia teatrale nata a Roma nel 2006, guidata da Claudia Sorace (regista) e Riccardo Fazi (drammaturgo/sound designer). Al festival del teatro per formativo la compagnia porta il loro ultimo lavoro.

Combattimento è la riflessione sulle dinamiche d’amore, che ricordano come il sentimento più decantato di sempre pone le basi innanzitutto su sensazioni selvagge e quanto più naturali, come spesso sia uno scontro che si risolve in quelli che sono i respiri e i contatti necessari.

Ne parlo con Claudia Sorace.

Prima di affrontare lo spettacolo, parliamo di Muta Imago e del vostro percorso. Come vi vedete collocati ora in base alla vostra esperienza?

Sono momenti molto belli quelli che stiamo vivendo. Artisticamente quel che abbiamo seminato sta fiorendo e stiamo raccogliendo i frutti. Abbiamo iniziato a prestare anche un diverso tipo di attenzione e a vedere sotto altre prospettive quegli elementi che accompagnano il nostro linguaggio teatrale, ad esempio la relazione col corpo. Mentre prima era legato soprattutto all’apparato scenico, ora viene considerato badando a quella che è la sua indipendenza rispetto a tutto il resto. Ci siamo soffermati ad indagarne la natura e ci appassiona molto questo tipo di ricerca, ci spinge a trovare maggiori linee di connessione con i performer.

In un’intervista avete rilasciato che “l’arte è corteggiamento reciproco” e qui si parla di amore.

Portami un po’ dietro le quinte dello spettacolo, dove pensi che risieda la sua potenza evocativa?

Credo che risiede in qualche modo proprio nella comunicazione fra i corpi. Nello spettacolo esplicitano ciò che noi viviamo, a volte in maniera più sopita. L’arte è corteggiamento e la dinamica della seduzione o del corteggiamento, appunto, è attiva sempre nella nostra quotidianità. Muoviamo e attiviamo continuamente dinamiche seduttive e nello spettacolo non c’è nulla di estraneo o irriconoscibile, si portano solo fuori esplicitamente questi meccanismi, qualche volta esagerando anche.

Con Annamaria Ajmone e Sara Leghissa abbiamo svolto proprio un lavoro di consapevolezza del corpo, ci siamo domandati quali sono le parti del corpo o gli atteggiamenti di cui vanno più fiere, che le fanno sentire più seduttive. Quali lati, quali aspetti di sé e come si comporterebbero per portare un altro a notarle, cosa e come metterebbero in mostra per sedurre l’altro fuori di noi.

Un bel lavoro di conoscenza con le attrici dunque.

Molto stimolante e piacevole, anche umanamente. Soprattutto lo spettacolo nasce in relazione alle loro presenze, direi che è praticamente cucito su di loro e non sarebbe stato lo stesso senza la loro interpretazione.

Combattimento è un titolo forte. Da dove è nata l’intuizione che ha dato vita poi allo spettacolo?

Questo lavoro è nato dalla continuazione di una ricerca. Un anno fa abbiamo debuttato con “Canti Guerrieri”, proprio lì, tra le cose, abbiamo iniziato a collaborar e con Sara e Annamaria. Si trattava di una vera e propria opera, era un lavoro molto più grande, c’era un’orchestra la musica dei madrigali di Monteverdi, che hanno proprio questo tema: l’amore inteso però come guerra d’amore. Siamo usciti fuori poi dalla musica di Monteverdi, ma solo musicalmente ci siamo svincolati, la tematica ha sedimentato in noi, è rimasto questo tema del combattimento e abbiamo così iniziato a ragionarci. Ci sembrava interessante parlare di amore pensando alle sue dinamiche, partendo dall’osservazione delle pratiche del mondo animale, in particolare modo del mondo degli uccelli. Si può dire che siamo partiti dal concetto di “mating” (l’insieme dei movimenti rituali che gli uccelli eseguono per attivare il desiderio e convincere il partner della propria forza e sensualità).

Infatti, senza svelare tutto, dalle foto che girano vi sono bellissimi ornamenti ed elementi che rimandano alla natura…

Sì, i costumi sono elementi fondamentali in questo spettacolo, vengono usati in mille modi, come maschere, come abbellimento, come gioco. I corpi sono liberi di agire in con l’aspetto scenico e in interazione continua con i costumi. Le pratiche di corteggiamento nel mondo animale, oltre a rappresentare a volte vere e proprie coreografie, prevedono spesso un abbellimento e un’esposizione. Tocca ricordare però che il momento in cui ci si espone per corteggiare si è consapevoli, ma si può corteggiare anche inconsapevolmente e in entrambi i casi se ci si espone totalmente si è anche nel momento in cui si è più fragili.

Vi sono altre influenze e richiami che hanno arricchito il momento creativo dello spettacolo? Avete citato l’ Après-midi d’un faune di Nijinski e Sergio Leone, altre suggestioni o influenze?

Dal punto di vista musicale Riccardo ha portato avanti un lavoro di ricerca verso brani e musiche che rispecchiassero e riproducessero questa idea di combattimento. La musica di Morricone è perfetta per alcune scene, per ritmo e senso. Certo se si pensa al film western il confronto sembra molto lontano, ma non c’è un confronto, semplicemente usiamo uno stesso elemento e ci giochiamo in maniera diversa. Noi riproduciamo il combattimento e la sua coreografia che, in danza così come nella vita, prevede un continuo allontanamento e avvicinamento dei corpi.

Pare che le relazioni non possano esistere senza un combattimento, o meglio, che dallo scontro si passa all’incontro, ma comunque la parte di combattimento si deve affrontare.

Corpo, parola, atto performativo, nei vostri spettacoli sono anche essi in conflitto prima di raggiungere un’armonia?

Sì, il combattimento può essere brutale come gentile, è un percorso di conoscenza anche quello che porta poi a stabilire un punto di unione o di distacco. In questo caso il conflitto che è legato a un’idea di corteggiamento, a volte anche celato a volte esplicito. Fra le due performer si attiva questa dinamica che tiene viva la loro relazione in scena e ci viene raccontata attraverso i vari andamenti. La seduzione passa attraverso varie prove, un conflitto più esplicito, dove si contendono propio la scena, e un conflitto sotterraneo.

Venite da Roma, una città contraddittoria, che si ama nonostante affatichi e può creare molti contrasti. Diciamo che con Roma si vive un vero e proprio combattimento amoroso. Come la vivete la città, soprattutto a livello artistico. È ostile o accogliente?

Noi siamo di Roma, ma ci risulta difficile a volte come città. Quello che più ci dispiace è il senso di inaffidabilità che ritroviamo a volte, il progettare o il ristrutturare qui sembrano processi sempre molto precari. Al contrario risulta più facile improvvisare, e non è necessariamente un difetto. Nella vita è richiesta un’immediatezza che qui devi acquisire per forza di cose. È una risorsa anche questa.

Questo panorama teatrale italiano lo vivete da artisti da un po’ di anni ormai. Sicuramente avete assistito a trasformazioni personali e collettive. Cosa è mutato in particolar modo, com’è, ad esempio, fare ricerca ora?

Non c’è molta attenzione a quella che è la ricerca e il suo momento di esplorazione e sperimentazione, tranne in piccoli spazi che la preservano. È il caso di Short o del RomaEuropa. Il momento storico poi non sembra favorevole, ma anche qui sembra un processo naturale, ciclico, come se vi sono da sempre questi andamenti a volte positivi a volte meno, e luoghi meno fecondi rispetto ad altri dove si sta covando qualcosa. Magari fra qualche anno assisteremo a un’esplosione coinvolgente?

Prossime date per combattimento?

Il 22 settembre lo portiamo a Pescara, il 29 settembre al festival Contemporanea a Prato e il 7 ottobre siamo a Ronciglione a Quartieri dell’Arte.

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