Al Piccolo Teatro Grassi di Milano lo spettacolo “SISTER(s) – Miraggio su strada qualunque”

Il 17 settembre la compagnia exvUoto teatro è andata in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano con lo spettacolo “SISTER(s) – Miraggio su strada qualunque” all’interno della XVIII edizione di Tramedautore – Festival Internazionale delle Drammaturgie. Abbiamo colto l’occasione per parlare di teatro, dinamiche contemporanee e prossimi obiettivi.

SISTER(s) – Miraggio su strada qualunque è sicuramente uno spettacolo attuale che vuole indagare l’universo giovanile e le sue contraddizioni. Da dove viene questa esigenza?

Parliamo del nostro mondo perché è quello che conosciamo meglio. Cerchiamo di farlo però senza mettere in scena l’attualità. Le fiabe sono un po’ così, no? Hanno per protagonisti bambini, ma mettono in guardia tutte le generazioni possibili. I nostri miti, le nostre memorie, gli occhiali con cui guardiamo la realtà hanno le loro radici nella metà degli anni ‘80, e con questa benedizione/maledizione ci dobbiamo confrontare ogni giorno. E allora ben venga parlare dell’impasse che abbacina Bruno e Allison quando non capiscono ciò che sta succedendo attorno a loro e metterli in rapporto con la situazione di oggi in cui ci rendiamo conto che nell’universo in cui ci siamo anche noi l’ordine non esiste, ma al massimo possiamo parlare di “caos ordinato” (la fisica quantistica docet). Questo è il mondo che noi viviamo sulla nostra pelle, ma crediamo che appartenga un po’ a tutti.

Ci sono similitudini tra i due protagonisti di questa inquietante favola contemporanea e gli attori che li interpretano?
Siamo tutti veneti. Conosciamo i paesaggi brulicanti di industrie abbandonate post crisi. Abbiamo nelle orecchie le bestemmie alcooliche usate come segni di punteggiatura e i canti di chiesa delle processioni e il prete che veniva a benedire la casa e le auto. Siamo tutti sufficientemente folli per interpretare e amare questi due reietti.

Come nasce la compagnia exvUoto Teatro e qual è il suo obiettivo?
La compagnia nasce dall’incontro di Andrea Dellai (attore), Tommaso Franchin (regista) e dal loro desiderio di lavorare insieme. A entrambi piace il teatro che racconta storie, che riflette sul reale allontanandosene. Un teatro “escapista” che abbandona la realtà per guardarla con leggerezza calviniana da altri punti di vista.

Quanto è cambiata nel tempo, per voi, la funzione del teatro e cosa volete trasmettere al pubblico che viene a vedere questo spettacolo?
In fondo al vaso di Pandora era rimasta la speranza. Il teatro per noi deve oggi proporre una riflessione sul reale che non si fermi alla mera documentazione, ma che offra alternative. Per noi il teatro, come per gli antichi, è stato creato perché la realtà è noiosa: perché allora rappresentarla così com’è? Il teatro è il luogo dell’immaginazione dove rappresentare altri mondi, non reali ma verosimili. Come per gli antichi vorremmo parlare di miti che non possono più essere olimpici… al massimo olimpionici: miti ormai conficcati nella terra e nella realtà. Ma anche nella “grevità” si possono trovare momenti di poesia.

Un progetto futuro che vi sta particolarmente a cuore?
A dicembre cominceremo un nuovo attraversamento drammaturgico grazie, anche, alla collaborazione del Teatro Le Forche di Massafra (TA). Si tratta di rovesciare l’esempio collodiano di Pinocchio. Nella storia di Un coniglio, Solo ci sono un ragazzo e una fata madrina. Il ragazzo è immobile in camera sua, non fa nulla, aspetta. Aspetta di diventare non un burattino, ma un morbidissimo peluche (un coniglietto). Fata madrina non è come ce la immaginiamo, ha fallito: il ragazzo non è cresciuto, è rimasto bambino in un corpo di adulto. Fata madrina è una baby sitter sfatta. Anche in questa storia i genitori non ci sono, sono lontani. Non sono morti come per Bruno e Allison, ma hanno semplicemente delegato la loro responsabilità. Questo è un progetto che teniamo chiuso nel cassetto da molto tempo, che ha visto la luce grazie ad un workshop condotto da Letizia Russo. Un altro progetto a cui teniamo tanto e che va in tutt’altra direzione è Mappatura emotiva di un territorio. Stiamo in un luogo per una settimana, lo abitiamo, ci facciamo conoscere e scambiamo opinioni con gli abitanti. Dopo una settimana restituiamo in forma performativa il nostro percorso: che sia una passeggiata o una gita nel pulmino della scuola, tracciamo nuove traiettorie dello sguardo, sicuri che, se cambi punto di vista, il mondo e la storia che ti puoi raccontare possano essere diversi.

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