Gira a vuoto “Il Pianeta” dell’Anonima Sette

Chris (Simone Caporossi) è uno scienziato spedito nello spazio con il compito di studiare le caratteristiche di un fantomatico pianeta capace, tra le altre cose, di creare simulacri dei defunti di chi lo esplora: ciò lo costringerà a confrontarsi con Harey (Benedetta Rustici), moglie che mille anni prima ha fatto qualcosa di terribile di cui sembra non conservare memoria. L’astronauta non è solo: altri due colleghi lo accompagnano in questa missione. Si tratta di Sartorius – voce che non si limita a narrare ma inquieta, sottolinea, suggerisce – e dello stralunato Snaut (Ivano Conte) il cui alterato comportamento è dovuto a un’eccessiva esposizione alle influenze dell’astro. Gli scontri verbali tra Harey e Chris – carichi di cocente dolore, tenerezza mai sopita, rimpianto inconsolabile e feroce recriminazione – portano quest’ultimo a perdere la propria lucidità, arrivando a confondere l’immagine aliena con l’autentica donna amata e irrimediabilmente perduta. Per darsi un’altra – impossibile – possibilità l’uomo arriverà a rischiare tutto, esponendosi all’estremo sacrificio.

Partita da “Solaris” di Stanisław Lem, la compagnia Anonima Sette – in collaborazione con Blue Desk – giunge a “Il Pianeta”: uno spettacolo liberamente tratto dal famosissimo romanzo di fantascienza polacco e scelto per inaugurare la stagione di Carrozzerie_n.o.t. Le dichiarazioni su questo lavoro sono molto chiare: “l’attenzione massima è concentrata sul viso, sulle espressioni, sulla tensione di un corpo essenzialmente immobile, bloccato. Le relazioni tra i personaggi sono “viziate” dal terrore di rompere “lo schema”, di fare un passo più in là, di tentare un’azione inattesa, non ancora pensata. Abbiamo sviluppato la frontalità fino alla sua sintesi più estrema: gli attori nei dialoghi sono “piantati lì”. Non si guardano, non si toccano, non si spostano. Unica possibilità di scioglimento è data dalle aperture al pubblico: momenti in cui il tempo del dialogo si ferma e uno dei personaggi ha modo di uscire dalla sua gabbia, cercando di dar voce ai propri pensieri, rivolgendosi direttamente allo spettatore.” Il risultato è, però, deludente proprio nella sua fruibilità da parte di chi guarda e non solo perché a una interpretazione molto convincente, sanguigna, efficace di Benedetta Rustici fanno da contraltare l’anemica prova di Simone Caporossi e la macchiettistica resa di Ivano Conte. C’è una involontaria incomunicabilità recitativa che non giova assolutamente a una messinscena che, di fatto e a prescindere dalle intenzioni, si basa principalmente sui dialoghi.

A questa critica si potrebbe obiettare con l’affermazione “Ogni elemento della scena e della costruzione registica è quindi una “funzione” dei personaggi, ossa, vene, struttura di un discorso intimo e non ha alcun valore realistico, ma magico: manifestazione del pensiero e della personalità del personaggio, mezzo di espressione là dove le parole non bastano” ma a questo punto ci troviamo di fronte a una grave lacuna nel mezzo espressivo, che nemmeno le musiche originali di Luca Theos Boari Ortolani riescono a colmare. Della viscerale e fantascientifica storia d’amore tra Chris e l’ombra della moglie poco arriva, della conflittualità tra Snaut e il padre nulla importa e la voce di Sartorius si esaurisce in un deserto di lampadine. “Il Pianeta” dell’Anonima Sette è popolato da buoni propositi: tutto il resto si rivela “éidõlon”.

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